Sabato 23 settembre il 10° Zwanze Day di Cantillon. Ecco com’è andata al TryBeer Room di Castiglione d’Adda

Sabato 23 settembre il 10° Zwanze Day di Cantillon. Ecco com’è andata al TryBeer Room di Castiglione d’Adda

di Thomas Pennazzi

Sabato 23 settembre si è celebrato il 10° Zwanze Day, appuntamento annuale del birrificio di culto belga Cantillon.

Si tratta di un evento festivo annuale, nato per unire gli appassionati dei lambic, queste birre così tipiche della regione brussellense, che dopo un triste oblio, e rischiando di scomparire dalla scena brassicola, sono tornate in grandissimo spolvero. E meno male !

La Brasserie Cantillon organizza questa propria personale celebrazione dedicando a pochi, selezionati locali in tutto il mondo, circa una sessantina, un fusto ciascuno di una birra preparata per l’occasione.

Quest’anno l’evento riguardava la famiglia del birraio: il figlio minore di Jean Van Roy, Sylvain, compirà 18 anni fra pochi giorni, e come per il fratello, la Brasserie Cantillon gli ha dedicato una cuvée celebrativa tagliata su misura dei suoi gusti: al ragazzo piace il tè, e così interrogato dal padre su quale blend di lambic potesse desiderare, ha chiesto una birra con la bevanda orientale.

Impresa non facile, perché il buon tè (in foglia) ha carattere da vendere: la complessità in aroma, struttura, e tannini a volte lascia a bocca aperta. Non a caso i gardens della pregiata regione himalayana del Darjeeling sono trattati dagli amatori della bevanda alla stessa stregua dei crus bordolesi.

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I Van Roy si sono quindi spostati dal birrificio in un tea shop di Bruxelles, e hanno assaggiato diverse qualità di tè, decidendosi alla fine per tre pregiati infusi con cui sperimentare questo matrimonio inconsueto col lambic. La scelta è caduta su di un tè oolong.

Il tè oolong, o Wu Long [Drago Nero], è una tipologia cinese della multiforme bevanda: si tratta di una lavorazione particolare, risalente alla fine della dinastia Ming, che provoca una fermentazione parziale delle foglie. Né verde, né nero: se fosse vino, parleremmo di rosati. Lo si produce da almeno 400 anni tra i monti Wuji, nella provincia del Fujian, ma il cuore della sua fabbrica oggigiorno è a Formosa (Taiwan), dove l’oolong è il tè più bevuto, e dove nascono i tè di più alta qualità. Il tè appena raccolto viene lavorato a mano da provetti artigiani, ai quali è richiesta molta manualità ed esperienza: le foglie vengono sottoposte ad un procedimento in ben sette fasi, e arrotolate una ad una, permettendo la rottura delle cellule ai bordi e la loro fermentazione, mentre il centro della foglia rimane integro. Secondo le qualità, questi tè fermentano dal 30% al 70%, sviluppando profumi intensamente floreali, non riscontrabili in nessun altro infuso: le qualità più pregiate superano in prezzo ogni tè, ben oltre il già costoso Darjeeling, ma valgono la spesa.

Ma la birra? Come da tradizione dello Zwanze Day, spillata in contemporanea alle 21 (ora di Bruxelles) in tutti i locali partecipanti del mondo, dopo l’atteso conto alla rovescia, è apparsa di un bel colore dorato scuro, e alquanto torbidiccia.

Qualcuno ha riferito puzzasse di vomito, ma è chiaro: i lambic non sono  pinte facili. Se non avete esperienza d’assaggio di questi tipi di birra, li rifiuterete al primo colpo. Come del resto fareste per i vini sedicenti naturali non essendone avvezzi. I lambic fermentano spontaneamente, e la loro acidità scostante non è gradita da tutti. Anch’io non riuscivo a capirle, nonostante un retroterra brassicolo di razza, della Franconia: quanto di più vicino possibile in termini culturali, ma lontanissimo dal Pajottenland per stile e gusto. Una volta fattami la bocca, mi viene facile dire che sono birre godibilissime ed espressive. Certo, ci vuole abilità a produrle, altrimenti berrete male. E succede anche se in etichetta c’è un bel nome.

Il piccolo locale dove ho atteso la #Z-17, il TryBeer Room di Castiglione d’Adda, condotto da due maniacali e competenti birrai, era letteralmente esploso in strada per la serata. Panche come se fossimo in un Biergarten bavarese, e street food di qualità a fare da cornice ad una sfilata di birre belghe di tutto rispetto. Quattro spine per prepararsi il palato: due lambic di Cantillon (la celebre ‘albicoccosa’ Fou ‘Foune e la nuova Nath 2017 al rabarbaro, brutale ma fantasticamente bevibile), una Saison di Brasserie de La Senne (Brothers in Farms) ed una Belgian Ale di De Ranke (XX Bitter, dal naso esplosivo). Clima amicale e rilassato: pensando alle resse viste sui social, e ai $65/70 chiesti per partecipare all’evento negli USA, dove si trova circa la metà dei locali partecipanti allo Zwanze, viene da sorridere. Bravi!

Ai primi sorsi questa nuova Zwanze lasciava perplessi: due note sole si alternavano, l’acido e l’amaro, senza traccia del decantato tè. Al naso, invero qualche accenno lo si sentiva, sotto forma di note fruttate di pesca, tipiche dell’Oolong. Ma bisognava essere bevitori di quel tipo di tè per accorgersene.

Delusione? Quasi. Dopo qualche tempo, la birra cominciava il racconto: e che racconto. Solo, la sua complessità era azzoppata dalla temperatura. Intiepidita, rivelava tutto il suo equilibrio tra le note acide, il tannino del tè, l’aromatico così caratteristico dell’infuso, il corpo del malto, e il finale piuttosto amaro e lievemente luppolato. Non era uno scherzo, ma un vero zwanze belga: la mano sicura di Jean Van Roy ha disegnato ancora una volta un gioiellino per pulizia e bilanciamento delle note citriche, lattiche e caseose, e per l’integrazione dell’infuso di tè, ingrediente non scontato, nel corpo della birra. Per niente facile e sbarazzina, anzi funky, si faceva capire al meglio in un solo modo.

Privilegio raro, avere a disposizione la Zwanze in bottiglia: pochi al mondo ce l’hanno avuto, noi tra questi. Il vecchio trucco dell’assaggio del fondo rivela il carattere autentico di una birra non filtrata, come fosse un amplificatore di tutti gli aromi. Ebbene, ecco dov’era tutto il carattere erbaceo, aromatico, ed amaro del tè. E la bevibilità asciutta e nervosa del lambic non ne era per nulla compromessa. Anzi si arricchiva in articolazione.

Una birra divisiva però: pochi l’hanno capita nella sua complessità, ma questo take sui generis su di un fruit-lambic –  perché potremmo in fondo chiamarla così, questa Zwanze 2017 – è riuscito in pieno.

Chapeau, monsieur Van Roy!

[Credits photo: Try Beer Room – Castiglione d’Adda].

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

2 Commenti

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Radici

circa 3 anni fa - Link

Minchia che sete che m'è venuta!!! :-P Trovare però birrerie che abbiano in frigo delle buone lambic o birre acide non è facile (grandi città a parte).

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Stefano Foglio

circa 3 anni fa - Link

Complimenti, bellissimo articolo che mi ha fatto ancor più rimpiangere di non aver partecipato all'evento. Spero di riuscire ad elemosinare una bottiglia al buon Jean (se ne è rimasta!) alla prossima Brassin Public a Cantillon! Auguriamoci che il fratello piccolo perpetri la tradizione di famiglia e dimostri le stesse abilità dei suoi predecessori.

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