Rubesco Riserva Vigna Monticchio di Lungarotti, tutta la storia dal 1964 a oggi

Rubesco Riserva Vigna Monticchio di Lungarotti, tutta la storia dal 1964 a oggi

di Jacopo Cossater

Stavo per arrendermi, scrivere questo post era infatti diventato un ostacolo che, da qualunque lato lo guardassi, non ero sicuro di riuscire a superare. Nel corso dell’ultimo anno ho riscritto i primi paragrafi forse una dozzina di volte: ogni mese aprivo la bozza rendendomi però conto dopo poche righe di non essere per niente convinto tanto del loro significato quanto del loro sviluppo, di dove volessi andare a parare. I mesi passavano nonostante fosse da molto tempo, da anni, che volevo mettere insieme innumerevoli impressioni su uno dei vini cui sono più affezionato, non solo per motivi geografici. Alla fine ho seguito l’unica strada possibile, in un pomeriggio di vento e di pioggia ho chiuso gli occhi e mi sono buttato a capofitto nella sua scrittura.


È nel legittimo desiderio di continuare a migliorarsi che va inquadrata gran parte della storia recente del Rubesco Riserva Vigna Monticchio, il più importante e prestigioso dei vini prodotti da Lungarotti, in Umbria. Un rosso che ha letteralmente fatto la storia non solo di una regione ma anche di una bella fetta dell’Italia del vino, basti pensare che la prima annata del Rubesco in versione “Riserva” risale al 1964. Un’altra epoca. Una storia che ha a che fare con un vigneto piuttosto unico per estensione e per posizione ma anche con quella di questa cantina così importante, a Torgiano, pochi chilometri a sud di Perugia.

Permettetemi però un breve passo indietro, che questo è post che nasce idealmente almeno 4 o 5 anni fa. Sul tavolo una bottiglia di Vigna Monticchio degli anni 70 e la voglia, allora per la prima volta, di mettere in ordine, nero su bianco, un po’ di cose su un vino che ha scandito il ritmo di tantissime cene, degustazioni, in generale sbicchierate tra amici.

Un rosso che non ha mai vissuto sulla propria pelle una particolare speculazione, anzi: in zona è da sempre possibile imbattersi in enoteche e in ristoranti che propongono annate non recentissime a prezzi ancora oggi piuttosto accessibili. Un vino per me speciale, capace di accompagnarmi negli anni, assaggiato in tantissime occasioni e da sempre oggetto di ampie osservazioni: su questa o quell’annata, sui suoi cambiamenti stilistici, sul suo essere per certi versi unico: il più importante rosso a base sangiovese prodotto al di fuori della Toscana.

Il vigneto da cui prende il nome si trova a Brufa, frazione di Torgiano che guarda a nord e che fa idealmente da spartiacque tra i territori di Perugia e di Foligno, due vallate che si incontrano proprio alle pendici della sua collina. Un appezzamento piuttosto esteso, di circa 15 ettari, esposto in modo abbastanza omogeneo verso il tramonto e compreso tra i 260 e i 290 metri sul livello del mare. Qui come in molte altre zone della provincia i terreni sono di origine lacustre, con notevole variabilità pedologica: frange argillose si alternano a zone più sabbiose specie nelle parti più basse del vigneto, un versante ricco di elementi calcarei e depositi di limo.

Tutto ha inizio nel 1962, quando Giorgio Lungarotti riunisce le aziende agrarie di famiglia nella forma della cantina che conosciamo oggi e vinifica le uve di quello che diventerà il Rubesco, tutt’ora il più diffuso dei vini della cantina. Due anni più tardi, nel 1964 e proprio a partire da quel vigneto già allora considerato come il più vocato della zona, nasce il Rubesco Riserva. Un vino mitico, un rosso a base sangiovese con una piccola quota di canaiolo che anche grazie alle straordinarie capacità imprenditoriali del Cavalier Lungarotti ha per molti anni rappresentato l’Umbria nel mondo. Il nome deriva dal latino rubescere, arrossire, e quasi da subito in etichetta è stato inserita l’immagine di un bassorilievo raffigurante la vendemmia, particolare della Fontana Maggiore di Perugia.

Nel 1968 arriva la DOC e nel 1974 la decisione di affiancare al suo nome anche quello del vigneto di provenienza. Non solo Monticchio ma anche Montescosso e Montespinello, da alcuni toponimi della zona. Tre diverse etichette vinificate nello stesso identico modo che solo qualche anno più tardi per ragioni di chiarezza e di comprensibilità verranno unificate in quella che tutti conosciamo oggi. Quindi: il Rubesco Riserva nasce nel 1964; a partire dalla vendemmia del 1974 vengono indicati in etichetta i vigneti di provenienza (anche Monticchio), a partire dai primi anni 80 toponimi riuniti sotto al nome di Vigna Monticchio.

Un periodo difficile da raccontare, anche per le pochissime testimonianze dirette. Certa è la straordinaria visione di Giorgio Lungarotti: uomo capace di immaginare un grande vino in un territorio, quello di Torgiano, vocato ma tutt’altro che celebrato. Che poi, celebrato: difficile pensare che tra gli anni 60 e gli anni 70 fosse possibile parlare di vino in questi termini. Una visione che lo porta a monitorare la propria azienda agricola appezzamento per appezzamento, una cosa mai vista: è infatti sua l’idea di studiare le differenze meteorologiche dei diversi vigneti grazie all’installazione di decine di capannine, un sistema di rilevazione che permette all’azienda di conoscere alla perfezione dati quali ore di luce e temperatura media. È così, pensa, che è possibile fare una vera selezione qualitativa direttamente in campagna. Per non parlare della cantina, all’avanguardia, e della modernissima idea che vedeva il vino come uno strumento capace di muovere flussi anche turistici: è sempre del 1974 l’inaugurazione del bellissimo Museo del Vino di Torgiano, tutt’ora in attività, e del 1978 quella del Relais Le Tre Vaselle.

Ugo Tognazzi e Giorgio Lungarotti

Giorgio Lungarotti (a destra) con Ugo Tognazzi

Una volta in un post scrissi così, parole che rimetterei nero su bianco tali e quali:

L’intuizione è una di quelle che solo un grande può avere. Negli anni 60 pensare a due passi da Perugia non solo di vinificare un singolo cru ma anche di aspettare quasi un decennio prima di commercializzalo era qualcosa al di fuori di qualsiasi logica. Chapeau.

Il Rubesco Riserva nasce da un vigneto allevato a palmetta, com’era d’uso a quei tempi, con una densità di impianto di 2.000/2.200 ceppi e una resa di circa 80 quintali per ettaro. Classico il periodo di vendemmia, tra la seconda metà di settembre e i primi giorni di ottobre, per un appezzamento all’interno del quale sangiovese e canaiolo, da selezione massale, erano allevati in modo promiscuo, senza avere una separazione netta e quindi raccolti insieme. Fermentazione in acciaio con macerazione sulle bucce per una ventina di giorni, maturazione prima in botti di rovere di Slavonia per circa un anno e poi in acciaio prima di un lungo, lunghissimo affinamento in bottiglia, ben 6 anni.

Un chiarimento sulla denominazione, di cui Lungarotti per moltissimi anni è stata unica interprete: dal 1968 è vino che viene etichettato come Torgiano Rosso DOC, dal 1990 come Torgiano Rosso Riserva DOCG.

  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1974 – La prima annata in cui viene indicato in etichetta il vigneto di provenienza. Granato chiaro, dai riflessi vivi. Garofano e sale per un rosso che stupisce per solarità. È però questione di un attimo affinché riescano ad emergere quei toni così autunnali che oggi segnano in modo così netto i Vigna Monticchio degli anni 70. Inchiostro e sottobosco, echi fermentativi che aprono a un assaggio di razza, disteso, dal passo lungo, ben sorretto da una trama tannica particolarmente incisiva. Liquirizia e cardamomo, arancia amara in infusione e un lieve richiamo ferroso, di ruggine, per un assaggio che stupisce per tenuta ma che al tempo stesso risulta un po’ algido, distante. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1975 – Granato chiaro. Se da una parte esprime note decisamente evolute, di caffè, di bouillon de poulet, di ruggine, di frutta secca, dall’altra stupisce per una certa forza acida e per una trama tannica di grande raffinatezza. Si avverte la gloria che fu, una potenza espressiva oggi doma per un vino sottile ma non snello, magari non così persistente ma certamente coinvolgente. E poi che beva, un esempio bellissimo di come un vino riesca a evolvere con nobiltà, senza trucchi, assecondando il naturale trascorrere del tempo. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1977 – A partire dalla vendemmia del 1977 (e per i successivi 20 anni) la maturazione in botte arriva a sfiorare i 18 mesi. Granato, dalle sfumature vive. Castagne, carrube, zucchero a velo, prugna disidratata, cacao e una punta di caffè sono solo alcune delle note che richiamano luoghi intimi e accoglienti. E ancora: una bellissima sfumatura floreale, intensa e riconoscibile, un leggero sentore di pollaio nobile, bei profumi da erboristeria. Quel tramonto di novembre che vorrei sempre stare a guardare. Un rosso di enorme statura ed eleganza, ancora energico, vivo e fiammeggiante, splendido nella tessitura. Fresco e al tempo stesso morbido, accogliente, preciso, sostenuto da una trama tannica struggente per forza, ritmo, passione e da un’acidità di stupefacente integrità. Forse il miglior Vigna Monticchio di sempre, di certo uno dei miei 3 preferiti, vino epico, il cui finale è un grido di richiami autunnali, una dichiarazione d’amore agli ultimi soli di San Martino. Meraviglia. *****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1978 – Granato. Evocativo su note di sottobosco, di polvere, di cacao, di tamarindo e in generale di agrumi canditi. Sono però profumi destinati a sfumare piuttosto velocemente su note abbastanza omologanti di cenere e più in generale di caminetto. È assaggio ancora vivace, squillante nell’acidità e puntuale nella trama tannica, addirittura salino. Chiude su toni affumicati di frutta secca. Un Vigna Monticchio ammirevole per tenuta, fino a pochi anni fa più integro, oggi forse lontano dalle complessità e dal coinvolgimento dei tempi migliori. Ma che bontà, che stile. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1982 – A partire dal 1982 il Vigna Monticchio viene lasciato maturare in parte in barrique di rovere francese, novità assoluta per la regione. Acceso nel colore, granato tutt’altro che intenso. Intenso, focoso, assolato e al tempo stesso definito da una verve sottile, asciutta, severa. Un vino straordinariamente attuale, capace di esprimere il miglior carattere del sangiovese in un’articolazione straordinaria per ritmo e per profondità. Di un’eleganza struggente, piena di richiami territoriali mai così chiari, evocativi. Tutto sostanza, zero forma. Splendido (scrivendo questo post penso sarebbe, per quanto lo sento vicino, il Vigna Monticchio che vorrei bere in questo preciso momento storico, quello che porterei sull’isola deserta). *****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1986 – Decima in Italia, nel 1990 arriva la DOCG per il Torgiano Rosso Riserva, retroattiva alla vendemmia del 1983. Tra quelle degli anni 80 la 1986 è annata considerata come minore, si tratta tuttavia di Vigna Monticchio di particolare eleganza e stupefacente freschezza. Un rosso meno potente, più sottile, certamente meno “epico” di tanti suoi fratelli (1985, di cui non ho note di assaggio disponibili, e soprattutto 1988), è però rosso che colpisce da una parte per integrità del frutto e dall’altra per acidità. Una puntualità espressiva che fatica a trovare il giusto contrasto con una trama tannica appena slabbrata ma che colpisce per suggestione. Chiude evocando il sole dell’autunno, nella migliore tradizione della casa. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1988 – Granato appena più scuro. Ancora giovane, vibrante, di notevole presenza alcolica. Esprime frutti rossi ma anche melograno, più geranio che rosa e poi sangue, cenere, arancia amara. Tutti toni che si ritrovano anche in bocca per un assaggio glorioso, che coniuga potenza ed eleganza più di qualunque altro Vigna Monticchio provato. Al centro dell’assaggio è vino che per un istante sembra introverso, ombroso, cupo ma è solo un attimo: è infatti grazie alla sua trama calda e vigorosa non senza la giusta austerità che si esprime con profondità e con allungo, con la necessaria severità e il giusto velluto. Giovanile, è vino magnifico e sontuoso,  capace di coniugare contrasti all’apparenza lontanissimi. Un gigante, tra i Vigna Monticchio degli anni 80 quello di maggior spessore e certamente il più longevo. *****

Il Rubesco Riserva è vino che nasce per esprimere al meglio il carattere di una specifica vigna, da subito era quindi chiaro che non sarebbe stato possibile vinificarlo in ogni singola annata. In particolare, dal 1964 a oggi, non è stato prodotto nelle vendemmie del 1972, del 1976, del 1984, del 1989, del 1991, del 1993, del 1994, del 1996, del 1998, del 1999, del 2002.

  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1990 – Uscito nel 2000 con una speciale etichetta celebrativa dedicata al millennio. Nonostante per tutta l’Italia Centrale sia annata considerata tra le migliori del decennio quello del 1990 è Vigna Monticchio che più di altri ha subito il trascorrere del tempo. Granato più chiaro sui lati, al naso esprime note di arancia candita e di ferro, di erbe officinali e di cacao. Un rosso particolarmente stretto, scabro, asciutto, la cui dimensione tattile è tutta giocata su un’acidità tanto viva quanto per certi versi monodimensionale. ***
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1992 – Il mio primo Vigna Monticchio, quello del XX secolo che forse ho assaggiato più volte e tra quelli cui sono più affezionato nonostante sia vendemmia considerata come minore. Granato con leggere sfumature rubino. Balsamico, uno sbuffo di calore apre a note di frutta sono spirito, di mandarino, di prugna secca, di genziana. Non solo, ecco il classico corredo dei Vigna Monticchio più datati, quella sfumatura autunnale che richiama il ferro, una certa affumicatura, caffè e brodo di pollo. Non glorioso, non potente, non profondo, eppure ogni sua componente sembra calibrata perfettamente in funzione dell’altra. Dall’acidità sottile, con una trama tannica appena accennata eppure puntuale, è vino che richiama un tempo lontano, evocativo su toni polverosi di spezie e di poltrona della nonna. Io lo trovo sempre adorabile. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1995 – Granato. Selvatico tra frutta e sottobosco, ginepro e amarena in confettura, humus e tabacco, inchiostro e ciliegia. L’assaggio è fresco, vivo, piacevolmente avvolgente e al tempo stesso capace di rimanere un po’ stretto grazie a un tannino teso e ben integrato. Una versione magari non gloriosa ma decisamente puntuale, definita nella sua dimensione mediana. Chiude su note agrumate. ****

Va da sé che ogni vino è figlio di un’idea precisa, di un progetto. Ancor di più, forse, per quei vini la cui uscita sul mercato è pensata a molti anni di distanza dalla vendemmia. Nella storia decennale del Rubesco Riserva Vigna Monticchio credo sia naturale aver assistito ad alcuni cambiamenti stilistici, variazioni di scala direttamente riconducibili tanto a specifici periodi storici quanto alle idee delle persone che lo hanno accompagnato nel suo percorso.

Il centro abitato di Torgiano da Vigna Monticchio

A partire dalla seconda metà degli anni 90, a distanza di oltre 3 decenni dai primi impianti, è stato per esempio avviato un progressivo progetto di rinnovamento del vigneto che ha visto la sostituzione delle piante con una specifica selezione clonale frutto di uno studio sia pedologico che climatico. Le due varietà, sangiovese e canaiolo, sono state ovviamente divise per poter essere colte separatamente al loro massimo grado di maturazione. È cambiato il tipo di allevamento e il sesto di impianto, dalla “vecchia” palmetta al cordone speronato, da 2.000/2.500 a 4.500/5.000 ceppi per ettaro.

Così si diceva qualche anno fa in azienda a proposito di quei cambiamenti:

Nel corso di un ventennio il Vigna Monticchio ha subito degli aggiornamenti sia viticoli che enologici, seguendo la logica innovativa del pensiero Lungarotti. In vigna sangiovese e canaiolo provenivano da selezioni aziendali che venivano piantate nel vigneto senza circoscrivere nettamente le due varietà (..) tutto veniva vinificato insieme. In vigna le densità degli anni 80 si aggiravano sui 2.000/2.500 ceppi contro gli attuali 4.500/5.000 con carichi di uve per pianta pressoché doppie rispetto agli attuali; ne risultavano vini più acidi, dal tannino esuberante e talvolta fin troppo austero. Le gradazioni alcoliche erano più contenute delle attuali anche a causa di stagioni che erano decisamente più tardive rispetto a oggi e complessivamente meno calde.

E ancora:

In vinificazione le macerazioni raggiungevano al massimo i 15/20 giorni per contenere un’eccessiva estrazione tannica senza riscaldamenti delle vinacce in macerazione post-fermentativa. Il vino rimaneva a lungo in vasca di acciaio per svolgere la fermentazione malolattica e per una naturale sedimentazione (..) Oggi, al contrario, il protocollo prevede un travaso immediato in legno dopo la fermentazione per condurre la fermentazione malolattica in barrique (..) Altro aspetto degno di nota riguarda la fase di affinamento in bottiglia: una volta, dopo un anno di botte, il vino rimaneva ancora a lungo in vasca prima di essere imbottigliato. Oggi dopo 12 mesi di botte (principalmente barrique) il vino sosta in acciaio per non più di 3/4 mesi prima dell’imbottigliamento e di un affinamento di circa 40 mesi (..) Dagli inizi del XXI secolo il Vigna Monticchio anziché uscire a quasi 10 anni dalla vendemmia esce dopo 6 anni proprio perché sono stati ridotti i tempi di permanenza in vasca.

  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 1997 – Granato, non senza una certa concentrazione. Attacca al naso con un passo severo: geranio, anguria, tamarindo, tabacco kentucky, tartufo. In bocca è ampio, padroneggia la cavità orale con una tenuta nobile e imperiale, senza asciugare ma anzi appagandola. L’eco di un abusato tweed autunnale non potrebbe essere in questo caso più azzeccato, vino che mentalmente richiama le castagne sul fuoco. D’improvviso scatta, sale in cattedra imperioso, sole e calore. Alla prova del bicchiere però l’ultimo urlo è un precursore di un veloce affaticamento, sembra spegnersi tutto sul frutto, sulla gomma, come se la sua fosse un’anima tutto sommato piccola al cospetto di una grande armatura. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2000 – Da 18 si torna a 12 mesi di maturazione in legno, in parti uguali tra barrique e botti più grandi. Granato chiaro. Naso caratterizzato da uno sbuffo alcolico e da note più di spezie che di frutta, cacao e tabacco, olive in salamoia e ciliegia, non senza un leggero richiamo al sottobosco. Un Vigna Monticchio ricco, largo, caldo, di spessore, la cui vena acida risulta fin troppo sottile. Chiude su note di frutta matura, non senza una leggera astringenza tannica. ***
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2001 – Dal 2001 maturazione prevalentemente in barrique, caratteristica di buona parte degli anni 00. Rubino intenso, concentrato. Al naso emerge una certa idea “internazionale” che paragonata ad altri Vigna Monticchio appare fuori scala. Si tratta però di rosso di grande coerenza, capace di coniugare alla perfezione frutto e spezie, non senza note di tabacco e di rovere. Un rosso tanto caldo quanto elegante, la cui balsamicità è ben integrata e perfettamente sostenuta da una certa acidità salina. Dal tannino teso, colpisce per concentrazione e corpo, per tenacia e per tenuta. Chiude con un finale di non grande articolazione, compatto sul frutto. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2003 – Rubino molto scuro, concentrato più che lucente. Gomma bruciata e note anche verdi, linfatiche, di rovere appena tagliato e di frutta in cottura. Un Vigna Monticchio che, anche per colpa dell’annata, fatica a trovare compiutezza, tra quelli del decennio probabilmente il meno felice, che con il passare dei minuti perde i suoi tratti più nobili e rimane chiuso su un eco di frutta matura. **
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2004 – Rubino scuro. Al naso è la frutta ad essere protagonista tra note di ciliegia, di amarena, addirittura di lamponi molto maturi. Una traccia di spezie orientali e piacevoli note vegetali e balsamiche aprono a un assaggio ricco, caldo, ben sostenuto da una certa acidità e una trama tannica leggermente astringente. Il centro della bocca è saporito, poi tende a svuotarsi lasciando spazio a una nota di rovere un po’ asciutta. ***

Dopo tanti, tantissimi assaggi, l’impressione è che a partire dalla seconda metà degli anni 90 e per circa un decennio il “progetto” Vigna Monticchio abbia avuto la meglio sul Vigna Monticchio, che il vino abbia cioè sofferto in termini di espressività in nome di un’idea, un’ambizione chiara e più che legittima. Un periodo tanto evidente quanto sfumato nei suoi confini, il Vigna Monticchio non è infatti cambiato da un anno all’altro, anzi. È come se a un certo punto su di esso si sia aperto un periodo di riflessione, un cantiere che lo ha lentamente portato a diventare il Vigna Monticchio di oggi (con una vendemmia che ai miei occhi rappresenta una svolta: quella del 2005, poi sublimata da quella del 2010 e del 2011).

Quel periodo non è casuale e corrisponde alla scomparsa del Cavalier Lungarotti, il 16 aprile 1999, sostituito alla guida dell’azienda da Chiara Lungarotti e Teresa Severini, entrambe già da tempo al suo fianco. Un lungo periodo di assestamento che ha dato il via a quello che è il progetto dietro al Vigna Monticchio di oggi, prodotto in circa 20.000 bottiglie all’anno. Un rosso elegante, tanto solido quanto espressivo, soprattutto -il suo più grande pregio- in grado di restituire una visione non solo di sangiovese ma anche di vino, di territorio, di Umbria, quanto mai definita.

  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2005 – Rubino scuro, brillante. Una meraviglia di frutti rossi affiancati da nobili note terziarie. Seta, potenza, fervore, eleganza. Un rosso passionale e al tempo stesso quadrato. Il vino della svolta, uno dei più buoni Vigna Monticchio dagli anni 80, quello che grazie alla sua compiutezza e alla sua così chiara progettualità riesce ad accendere una luce sul decennio: tra quelli degli anni 00 è uno dei più comprensibili, più divertenti da bere nella sua fine complessità. *****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2006 – Rubino scuro, vivo. Il richiamo è orientale su toni da mercato delle spezie, pepe rosa e fiori di campo, mentolo e violetta. Spiazza per purezza della vena acida, sensazione che chiude con una pulsante scodata salina ben integrata da una trama tannica mai eccessiva anche se appena asciugante sul finale, caldo su toni balsamici. Un Vigna Monticchio che ben coniuga una certa idea di forza e una bella vena di finezza. ****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2009 – Viene abbandonato il canaiolo, il 2009 è la prima annata a base di solo sangiovese. Contestualmente si torna a una maturazione in parte in barrique e in parte in botti più grandi. Rubino intenso. Caldo, a tratti terroso, imponente su toni di prugna, di amarena, in generale di frutta rossa matura e polposa. Un vino di spessore, la cui trama tannica regge un’impalcatura a tratti un po’ forzata. Serrato, chiuso, colpisce più per la forza che per la finezza. Da aspettare? ***
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2010 – Dal colore intenso e al tempo stesso acceso, brillante. Ricco senza eccedere, carico, denso di energia in un contesto in cui è il frutto a giocare un ruolo predominante. Ribes, ciliegia, cardamomo, un piacevolissimo tocco di vaniglia. Nonostante una trama tannica molto decisa si respira una sintonia tra le parti che lo rende completo e compiuto. Un vino passista, oggi all’inizio di un percorso decennale. Pieno, ricco senza eccedere, capace di esprimere potenza e al tempo stesso un richiamo autunnale da Sangiovese di razza. Buonissimo, splendidamente equilibrato tra durezze e morbidezze, immediatamente comprensibile ma al tempo stesso in grado di restituire una grande idea di severità. Un Vigna Monticchio di grandissima stoffa che chiude un cerchio e che richiama alcuni dei migliori Vigna Monticchio mai assaggiati. *****
  • Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2011 – Rubino intenso, vivace. Apre splendido su note di amarena e di ciliegia, di tabacco e di cassis. Un tocco vegetale lo riempie di finezza, uno balsamico gli dona profondità. È caldo e al tempo stesso splendidamente rifinito nella spalla acida, il tannino è setoso e il sorso fluido. L’annata è calda e da queste parti è impossibile pensare a come sarebbe stata gestita con modalità completamente diverse anche solo 10 anni fa. Qui invece il tocco è lieve per un vino che spicca per leggiadria e per golosità e che, dopo la vendemmia del 2010, sembra continuare su una strada di grande eleganza. Delizioso. *****

Rubesco Riserva Vigna Monticchio - etichette

Ho avuto la fortuna di assaggiare la grande maggioranza dei Vigna Monticchio prodotti, in molti casi più di una volta. Il grosso delle note riportate in questo post proviene però da una memorabile degustazione effettuata in cantina nell’autunno del 2015, altre da singoli assaggi privati di cui avevo tenuto traccia. Questo post deve molto ad almeno 3 persone, senza le quali non avrebbe visto la luce: Chiara Lungarotti per il tempo, la disponibilità, le tante  bottiglie aperte in azienda; Francesco Zaganelli per le sempre preziose e tempestive informazioni; Marco Durante per l’aiuto nella stesura di molte note e per i tanti scambi di impressioni su un vino che ci accende e che non ci lascia mai indifferenti. A tutti loro il mio più grande grazie.

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

4 Commenti

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vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

... grazie ...

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Nelle Nuvole

circa 2 mesi fa - Link

Hai fatto un lavorone Jacopo! Un bellissimo post che ho letto commossa perché ci ritrovo tantissimo della storia "sangiovesistica" non solo relativa alla zona di Torgiano, ma anche a diverse zone in Toscana. La descrizione delle vendemmi è puntuale, precisa e perfettamente condivisibile dal punto di vista evolutivo. Quello che è ancora più commovente per me è leggere come un concetto di interpretazione del sangiovese si sia trasformato in poco più di trenta anni. Alla fine questo vitigno ha una capacità di espressione, di crescita, di integrazione che si piega di fronte a certe tecniche di vinificazione, ma non si spezza. La famiglia Lungarotti ha il merito enorme di non essersi fermata alla sola ambizione ma di aver perseverato in una scelta produttiva che è passata attraverso tentativi e cambiamenti senza mai compromettere la qualità del vino e la sua identità.

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Jacopo Cossater

circa 2 mesi fa - Link

Grazie a te della testimonianza Raffaella

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Sir P.

circa 2 mesi fa - Link

gran bel pezzo! Complimenti! Un vino unico che ho conosciuto anni fa grazie al forum del gambero e a Ezio Bani e Alessandro Parise che ci tengo a citare. Anni fa si comprava veramente al prezzo delle pietre e ho avuto la fortuna di berne diverse. Soprattutto la 90 che invece ho trovato un po' sottotono nelle tue note. Ne ho ancora una (forse due) ma mi dispiace quasi aprirla. Le ultime erano davvero eccezionali. Complimenti per il bel racconto e complimenti alla fam. Lungarotti.

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