Romanée-Conti: quando l’assassino si nasconde tra le vigne

Romanée-Conti: quando l’assassino si nasconde tra le vigne

di Massimiliano Ferrari

47°09’41.9″N 4°57’02.4”E.

Ogni buon specialista dei vini e dei luoghi di Borgogna dovrebbe mandare a memoria le coordinate qui sopra.

Digitandole su Google Maps vi ritroverete, senza muovervi dalla poltrona, catapultati all’interno dell’area vitata più famosa al mondo.

Il vigneto in questione si chiama Romanée-Conti e su di esso sono stati scritte migliaia di parole, aggiungerne altre sarebbe un esercizio futile e logorante; per capire con cosa abbiamo a che fare basterà un frase dello scrittore e giornalista americano Richard Olney che in otto parole racchiude l’essenza di questo luogo: “un lascito divino di una perfezione senza tempo.”

Questo francobollo di argilla e limo, calcari marnosi e minuscole conchiglie fossilizzate attira da sempre gli appetiti di collezionisti, principi e sognatori, alimenta i desideri di amatoriali appassionati e degustatori fuori serie. Ma allo stesso tempo convergono qui invidie e frustrazioni di chi vede questo vigneto, e soprattutto i vini  come una cometa che si può solo ammirare da lontano.

Credo che esista un prima e un dopo l’assaggio di una bottiglia della Romanée Conti per un degustatore. Il momento anteriore è quello dell’anelito feroce all’assaggio, il dopo è quello di uno stato di incredulità nel credere di averlo veramente bevuto. Il mio apice in questo senso è stato un fugace assaggio di un Grands Echezeaux, non ricordo bene l’annata, forse ’08 o ’09. Da lì il vuoto, perciò lascio volentieri accesso a chi possiede maggior confidenza con vini di questo calibro.

Uno di questi è Armando Castagno, pontifex maximus di cose borgognone, che a proposito di questo spazio aureo scrive: “Probabilmente la pulsione a scavalcare il muretto e muoversi tra questi filari, e magari toccarli, risponde a un’esigenza umana di contatto con il soprannaturale, o almeno con ciò che sembra sfuggire alla razionalità, con il mito e la storia.” Ecco, in un recente passato qualcuno quella pulsione l’ha avuta e si è spinto molto oltre sfuggendo alla razionalità.

VELENI IN VIGNA

Razzolando come una gallina nel pollaio infinito della rete mi sono imbattuto in un titolo che luccicava come una perla, The Assassin in the Vineyard, a firma Maximillian Potter, uscito sull’edizione americana di Vanity Fair.

Racconta una storia che ricorda da vicino l’intreccio di un racconto di Simenon, con protagonisti il vigneto di cui sopra, l’eterno Romanée Conti, l’attuale gerente del Domaine omonimo Aubert de Villaine, un tentativo di avvelenamento della vigna stessa ed un riscatto milionario. Ma andiamo con ordine.

Tutto inizia nel gennaio del 2010.

Una mattina d’inverno borgognone, provo ad immaginare un atmosfera cristallizzata da un freddo che stringe tutto, persone, case, vigneti, De Villaine riceve un piccolo pacchetto con all’interno uno di quei cilindri che usano geometri e architetti per portarsi in giro disegni e progetti. Una lettera del tutto uguale viene spedita anche all’abitazione di Henri-Frédéric Roch, l’allora co-direttore del domaine.

Il contenuto è una mappa disegnata accuratamente a mano dell’1.81 ettari di superficie del vigneto La Romanée Conti. Al centro è tratteggiato un piccolo cerchio.

Una breve nota scritta enuncia che l’intero vigneto sarebbe stato distrutto se non fossero state esaudite una serie di richieste e termina con una postilla finale che annunciava una nuova lettera con istruzioni e chiarimenti ulteriori da lì a qualche settimana. Nella nota si legge anche, come una chiara dichiarazione d’intenti, che l’obiettivo è colpire la reputazione del Domaine de la Romanée Conti.

Sforzo di inventiva per scrutare l’espressione severa e asciutta di De Villaine alla vista della folle richiesta.

Se vi è capitato di intercettare qualche foto recente di Aubert de Villaine l’impressione che se ne ricava è quella di un uomo dal temperamento serafico, una rivisitazione moderna di un monaco cistercense, avvolto in abiti ordinari, quasi sformati su un corpo minuto e segaligno. Un distinto e comune monsieur in cui potremmo imbatterci percorrendo le grigie strade di Vosne-Romanée.

Sulle prime De Villaine non da troppo peso alla missiva cestinandola come un imbroglio, uno stupido scherzo malato; riconoscendo tuttavia che chi ha messo mano allo schizzo sia qualcuno che conosce perfettamente la vigna, il suo profilo, ogni minima variazione,  avendo avuto cura di annotare maniacalmente ogni singola pianta delle 20.000 presenti.

Alla metà di gennaio un nuovo cilindro, del tutto simile al primo, arriva presso il Domaine. All’interno c’è un’altra pergamena raffigurante sempre il vigneto totem della cantina. Nel disegno è stato aggiunto un nuovo minuscolo cerchio nell’angolo superiore del lato sinistro della vigna per segnalare dove dovrà essere lasciato un milione di euro chiusi in una valigia.

La mappa presenta anche due grosse, inquietanti X. La prima, come la lettera allegata spiega, indica due piante già avvelenate e morte mentre la seconda informa, con dovizia di particolari, che altre 8o piante sono state intossicate con del diserbante ma, una volta pagato il dovuto, potranno essere salvate grazie all’azione di un antidoto.

A questo punto De Villaine qualche scrupolo inizia a farselo. Il primo riguarda la diffusione della notizia. Se il contenuto delle lettere fosse vero e venisse rivelato il danno, materiale e di immagine, per il D.R.C. sarebbe enorme. Il secondo è che probabilmente non si tratta affatto di una sadica beffa.

Perciò prende il telefono e chiama un vecchio amico della polizia di Digione, senza tirare in ballo le forze dell’ordine locali per paura che la notizia possa trapelare e in qualche modo ledere il prestigio del domaine.

Qui viene fuori quel carattere strapaesano che mi immagino impregni la vita e le consuetudini borgognone, quel desiderio di celarsi, di non esporsi che per una terra che produce i vini più ricercati e costosi al mondo desta almeno stupore. Un sottrarsi sempre più ostinato mentre tutto quello che ti circonda diventa mainstream, lussuoso e inarrivabile agli occhi del mondo intero.

I sospetti di tutti iniziano a concentrarsi su qualcuno che lavora al domaine, si indaga su ex dipendenti delusi, si montano telecamere per scrutare il vigneto preso di mira. Ma queste prime indagini portano ad un vicolo cieco.

Intanto come prima cosa le due viti decedute vengono rimosse mentre delle restanti ottanta si appura che non hanno subito alcun danno permanente. L’avversario nell’ombra gioca il suo primo bluff in questa partita.

De Villaine si convince nel frattempo che chiunque sia l’artefice di questo folle progetto dev’essere qualcuno che conosce perfettamente l’oggetto del suo crimine e abbia nozioni non banali di viticoltura.

Infatti nelle fasi iniziali la polizia scopre che per iniettare il veleno è stata usata una siringa, strumento che spesso veniva utilizzato in operazioni agronomiche e di risanamento nei vigneti, in un diabolico contrappasso che ora la vede come artefice di sterminio.

In una breve nota scritta di suo pugno il gerente del D.R.C. chiede tempo per mettere insieme la cifra e confrontarsi con il socio, Henri-Frédéric Roch, e gli investitori. Nottetempo il biglietto viene recapitato, all’interno del Romanée Conti nel punto concordato, dal direttore del D.R.C., Jean Charles Cuvelier, personaggio che ritroveremo anche successivamente in questa storia di veleni e vigne milionarie.

Nel giro di un paio di giorni De Villaine riceve l’ultimo biglietto che, in un tono misurato e cordiale, chiede di lasciare la valigia contenente i soldi nei pressi dell’ingresso del cimitero di Chambolle-Musigny la notte del 12 febbraio 2010.

La polizia nel frattempo consiglia a De Villaine di continuare le normali attività lavorative, quindi la settimana precedente alla consegna del riscatto parte per un tour promozionale negli Stati Uniti con la volontà di non destare sospetti o allarmi ingiustificati.

L’appuntamento per consegnare il riscatto si avvicina e per la consegna del denaro viene incaricato il già citato Cuvelier, fedele braccio destro di De Villaine.

Jean Charles Cuvelier è dal 1993 al suo fianco quando, insegnante in una scuola, accetta l’offerta di De Villaine che cercava al tempo un assistente. Offerta che difficilmente si poteva rifiutare.

Il giorno convenuto Cuvelier, seguendo precise indicazioni della polizia, si reca al luogo prefissato, presidiato da poliziotti occultati, dove lascia la borsa riempita di banconote nei pressi del cimitero, e senza guardarsi indietro se ne va.

A questo punto non interviene nessun trucco da prestigiatore o il colpo di scena scritto da un pessimo sceneggiatore.

L’avvelenatore della Romanée Conti è arrestato.

Jacques Soltys, questo il nome dell’attentatore di vigne, viene preso non più di trenta minuti dopo aver raccolto il riscatto mentre si trovava nei pressi della stazione dei treni di Chambolle. Se la polizia pensava di vedersi davanti un criminale senza scrupoli si ritrova a catturare un modesto cinquantenne con una borsa a tracolla piena di banconote e in mano un biglietto del treno per Digione.

FRAMMENTI DI UNA VITA

Questa vicenda mi ha ricordato molto da vicino alcuni film di Claude Chabrol, cataloghi perfetti di vizi e virtù, ritratti di quella provincia francese piccolo-borghese intessuta di ferocia e invidia, silenzio e delitto.

Da qualsiasi punto la si voglia guardare questa è una storia intessuta di incredulità e miseria, un fatto di crimine anonimo dove alla fine in bocca rimane un sapore di amarezza che in nulla ricorda quello dei vini di Vosne Romanée.

Ho cercato testimonianze di Soltys, qualche sua dichiarazione, una foto, ma la ricerca è stata inutile. Qualcosa che ne ricreasse un profilo, nulla. Le poche informazioni dicono che fosse originario di Epernay nella Champagne, e che la famiglia si occupasse di qualche modesto vigneto. Come sospettato da De Villaine, Soltys aveva conoscenze di viticoltura ed enologia avendo frequentato a partire  dai tredici anni il Lycée Viticole di Beaune.

Ma la sua carriera non decollò mai. Piccoli furti, rapine a mano armata, addirittura uno scontro a fuoco con la polizia dove rimase ferito sono il suo curriculum criminale ben più ricco di quello scolastico.

L’idea di colpire la vigna più importante di Francia arriva dopo un tentativo fallito di rapire il facoltoso proprietario di uno chateaux bordolese, gli costerà quasi dieci anni di prigione, e sarà durante questo periodo forzato che metterà a punto il piano di non prendere più in ostaggio il proprietario della vigna ma la vigna stessa.

Sognando di fare il colpo della vita, il dissennato progetto dell’avvelenamento si rivelerà invece come la chiusura del sipario per lui.

Gli investigatori scoprono inoltre che Soltys non era solo nell’insensato disegno criminoso. Al suo fianco, come due Don Chisciotte e Sancho Panza fuorilegge, c’era Cedric, il figlio di una ventina d’anni, mentalmente fragile, di cui il padre si occupava, forse vittima lui stesso della follia paterna.

IL FONDO DELLA BOTTIGLIA

Non so se si possa ricavare una morale o un qualche significato che possano far luce su questa triste storia dimenticata. Forse Soltys era semplicemente un disperato, un criminale mezza tacca che, memore degli studi enologici fatti, ha pensato che non sarebbe stato troppo complicato riscuotere un riscatto milionario dalla cantina francese più celebre minacciandone la più prestigiosa riserva di uva. O forse si è trattato di una sorta di vendetta, lui figlio di viticoltori con pochi sogni di gloria della Champagne, nei confronti di un simbolo dell’enologia mondiale. Oppure, come lui stesso scrive nella prima lettera, a muoverlo fu la ferrea volontà di colpire il D.R.C al cuore del suo prestigio, attaccando il gioiello più prezioso della corona. Impossibile dirlo.

Quello che è rimasto nel ricordo di questo atto sconsiderato è ovviamente uno scampato pericolo ma, vestendo i panni di De Villaine e degli altri prestigiosi vignerons della Côte, anche il sottile timore che un’azione del genere possa trovare seguaci pericolosi.

Emerge infatti proprio il desiderio dei protagonisti di stendere un velo di silenzio alzando una cortina di fumo sull’intera vicenda, la volontà di chiudere questa storia come fosse stato un difetto riscontrato in una bottiglia sfortunata.

Ma si sa il mondo continua a girare e negli anni successivi, e oggi più che mai, le aste e i collezionisti di tutto il mondo hanno continuato a combattersi senza sosta lotti di questi nettari dal gusto e dai prezzi quasi ultraterreni e forse per molti questa vicenda è rimasta sconosciuta o quasi. Da una parte la sordida storia di Soltys che beveva vino da supermercato e mangiava carote, dall’altra l’austerità e la storia millenaria del vino più principesco del globo.

Quello che ormai non stupisce più è trovare con una preoccupante frequenza azioni criminali che abbiano il vino e tutto quello che gli gira attorno fra le notizie di cronaca internazionali. Falsari, ladri, attentatori, il vino è diventato oggetto dei desideri più cupi, bene di lusso finito nel mirino di rapinatori, ciarlatani e truffatori.

Qualche esempio? Il caso emblematico del falsario di fines wines Rudi Kurniawan oppure il furto da 500.000$ in bottiglie di lusso al French Laundry di San Francisco nel 2014 e cercando si troverebbero altri casi.

È un mondo cambiato alla velocità della luce, quello che era un prodotto quotidiano nella più scontata accezione del termine è diventato un tesoro da custodire e proteggere.

L’epilogo della vita di Jacques Soltys non ha nulla a che fare con la fama e la grandeur delle vigne di Borgogna. Dopo qualche mese passato in carcere Soltys padre si suicida, mentre il figlio lo seguirà in una tragica fine dopo qualche anno.

Dubito che qualcuno dalle parti di Vosne Romanée ne abbia pianto la dipartita.

Al numero 1 di Place de l’Église l’allarme rientra, le piante rimosse vengono sostituite e il lavoro in vigna prosegue come da tempi immemori si è abituati a fare.

Nei mesi successivi all’atto scellerato la vendemmia partirà, i grappoli saranno raccolti e il loro percorso per finire nelle celebri bottiglie andrà avanti senza ulteriori intoppi. Per chi fosse interessato e disposto ad aprire il portafoglio, quella annata, la 2010, sarà eccezionale per la Romanée Conti.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

9 Commenti

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Tommaso Ciuffoletti

circa 5 mesi fa - Link

Bellissimo! E devo confessare che a me dispiace per Soltys e figlio. Mi viene sempre spontaneo stare dalla parte degli sconfitti. ... e poi qualche soldo in meno nelle tasche di investitori che ne hanno già molti non mi sarebbe dispiaciuto! ;)

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Massimiliano

circa 5 mesi fa - Link

Ti confesso che anch’io ho sentito lo stesso per questi due sfortunati e forse improvvisati criminali...

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Nic Marsél

circa 5 mesi fa - Link

Caspita, sembra davvero una trama di Chabrol. Bellissimo racconto sebbene invidia e frustrazione restino :-)

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Massimiliano

circa 5 mesi fa - Link

Grazie Nic!

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Giacomo

circa 5 mesi fa - Link

Veleni in vigna Per un'attimo ho pensato si parlasse di questo https://www.gazzettadalba.it/2020/05/anche-sulle-colline-del-barolo-la-violenza-della-chimica-spezza-larmonia-naturale/

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Dante

circa 5 mesi fa - Link

Che bel pezzo, la miseria e la cupidigia contro la nobiltà intesa nel senso ampio del termine raccontate con misura ed eleganza. Mi sarebbe dispiaciuto se il vigneto avesse subito danni ma la tragica sorte dei due mal/viventi mi rattrista.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 5 mesi fa - Link

Racconto affascinante, una vera trama da romanzo. In piccolo a Montalcino abbiamo vissuto una vicenda simile, quella della vuotatura della botti di Soldera, e me ne ricordo bene. Proprio per questo non provo la benche minima simpatia per il farabutto francese, non è giusto né umano distruggere per mera avidità di denaro il frutto di tanto lavoro, tanta passione e infinita dedizione. Il barbaro che da alle fiamme la biblioteca di Alessandria non può essere oggetto di umano interesse. Chi priva il mondo di una cosa così bella è un barbaro, punto.

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Montosoli

circa 5 mesi fa - Link

Tutto questo ruota attorno alla maestria che hanno i Francesi nel creare prodotti di lusso con richiesta mondiale , con conseguenza di price escalation. Vedasi un caso Biondi Santi con acquisto Francese. Naturalmente DRC si e fatta ricca..e questo piace o non piace porta male e bene. Una cosa e garantita....con attuale cambiamento climatico, tante di queste vigne super-valorose avranno le loro gatte da pelare nel prossimo futuro. Complimenti 🍷

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Stefano

circa 5 mesi fa - Link

Dici? secondo me le conoscono bene da secoli di vendemmie, non sono enormi e possono controllarle palmo a palmo. In più spesso hanno piante vecchissime, che resistono meglio al caldo per lo sviluppo radicale profondo (se non schiattano!)

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