Rivedere Otto e mezzo di Fellini in un vino della Cantina Valpane

Rivedere Otto e mezzo di Fellini in un vino della Cantina Valpane

di Samantha Vitaletti

E’ acqua. Quando voglio qualcosa di assolutamente puro, qualcosa di sincero, chiedo sempre l’acqua. C’è tanto bisogno di cose semplici per vivere, di cose che non ne nascondono altre. L’acqua è come uno sguardo che non nasconde nulla. Non abbia paura della verità, la verità ci rende liberi. In fondo, che importa la reazione degli altri? Al mio paese un proverbio dice: “Io sono a me stesso tetto, finestra e focolare; le mie parole sono il mio cibo, i miei pensieri, la mia bevanda: dunque sono felice”.

Così José, in Giulietta degli Spiriti (1965, per la regia di Federico Fellini) ma se ci concediamo la licenza di cambiare “acqua” con “vino” mi sembra che funzioni lo stesso! Qualcosa del genere mi è balenato in testa in occasione dell’ultimo incontro con il vino della cantina di cui mi accingo a parlare. Un incontro, quello, dallo stesso gusto che ho provato rivedendo Otto e mezzo in un vecchio e semivuoto cinema d’éssai.

Ho incontrato per la prima volta i vini di Cantina Valpane piuttosto recentemente, nel gennaio del 2018, in occasione di una serata porthosiana dedicata alla freisa, dal titolo ben esplicativo del suo senso: “la dimensione nascosta”. Quella sera il vino di Valpane è saltato fuori a sorpresa, un fuori programma, come  da Porthos spesso accade. E, senza nulla voler togliere agli altri vini assaggiati, quelli “in scaletta”, è stata proprio quella freisa, di annata 2007, a lasciarmi il ricordo più vivo e carnale, uno scossone di quelli che non avevo ricevuto da un po’, vuoi perché intorpidita io, vuoi perché, chissà? Una cosa mi ha particolarmente colpita di quell’esperienza: quel vino era semplicemente arrivato nel mio bicchiere, mi aveva camminato dentro e se n’era andato lasciandomi con sensazioni vivide e idee. Non l’avevo analizzato, messo su una tavola operatoria per vivisezionarlo, non l’avevo interrogato, non l’avevo messo alla prova prima “a caldo” per poi tornarci “a freddo” e domandargli ancora se in quel lasso di tempo avesse per caso deciso di comunicare qualcosa di diverso. L’avevo semplicemente, semplicissimamente, ingenuamente, liberamente bevuto. Senza preimpostata ricerca di poesia né tantomeno di intrecci cerebrali o significati palesi o nascosti. Dell’azienda, inoltre, come di quel vino, non sapevo proprio niente. Una sana bevuta libera e giocosa.

Poi per un po’ non ho più pensato a Valpane e ho continuato ad assaggiare e a bere cose varie, più o meno coinvolgenti, più o meno emozionanti, a scrivere di qualche vino per me più bello, a ricercare il dialogo con lui, a incuriosirmi per le sue evoluzioni uno, due, tre giorni dopo. Il solito, insomma.

Ho rincontrato Valpane, stavolta a una degustazione sul vino Grignolino, qualche mese dopo. E, se con Canone Inverso, la freisa, era stata immediata profonda simpatia, con l’Euli, il grignolino, è definitivamente nato qualcosa di più serio. Scrivevo sul vecchio taccuino, quella sera: “Classe, eleganza. E’ fine, è snello, ha nervi in vista e muscoli tesi. Sa di carne cruda, di gerani e di lillà, di sbuffi di cacao. Il sorso è pieno, è succoso, è salato. Ma oltre a tutto questo c’è un qualcosa di trasognato e inafferrabile, una lente opacizzante che mi separa da lui e me lo fa solo intravedere e un vuoto d’aria che contemporaneamente risucchia dentro.”

Non avrei dunque per nulla al mondo potuto perdere la serata al Sorì di inizio dicembre scorso, quella in cui Cantine Valpane sarebbe stata presente. “Sì, si tratta di vino naturale perché è naturale farlo come è stato sempre fatto in casa loro. Ereditata una tradizione si è portata semplicemente avanti”. Già questo esordio di Gino Manfredi, che rappresenta e distribuisce, fra molte altre, Cantine Valpane, e che è figura di riferimento poco social e molto solida nella scena romana vera e reale del vino ecco, già questo incipit mi ha predisposta al meglio: questa non-definizione mi è apparsa così chiaramente delineante da diventare immediatamente sposabile e confortevole.

Pietro Arditi è davvero una figura felliniana. “Appena ti fabbrichi un pensiero, ridici sopra”, questa di Lao Tse era una delle citazioni preferite di Fellini e a Pietro calza a pennello. Il suo modo di raccontare la sua storia, quella della sua famiglia e della sua cantina, con leggera ed elegante ironia e passionale coinvolgimento, riesce a trasmettere senso e significato attraverso immagini scontornate da cui trabocca colore acceso. Scontornate, le immagini, come devono essere in un racconto affinché a partire dal suo ascolto si arrivi a sfiorarne le origini perse nei tempi. Il racconto di Pietro ha una struttura episodica, proprio come molti dei film di Fellini.

Episodio 1: Pietro Giuseppe, il fondatore. Siamo agli inizi del ‘900 e Pietro “Giuspin”, che già fa vino suo, desidera ardentemente poter comprare o prendere in affitto le vigne della vicina Tenuta Valpane di proprietà della famiglia Fojadelli. Si reca quindi dai proprietari per esprimere le sue intenzioni ma la sua proposta viene respinta apparentemente senza possibilità di replica. È in questo punto della sceneggiatura che avviene un colpo di scena: si narra che la domestica dei Fojadelli, vedendolo piangere e conoscendone le virtù, avesse il cuore di intercedere per lui fino al lieto fine. Nel 1902 Giuspin acquisisce la proprietà delle vigne nelle quali sarà personalmente fisicamente attivo fino alla veneranda età di 88 anni.

Episodio2: Lydia, figlia di Giuspin e “prima donna in zona ad avere la patente”, dice Pietro con orgoglio. Prende in mano l’azienda nel 1903 e ne resterà alla guida per tanti lustri. Se da una parte rispetterà sempre la tradizione trasmessale da suo padre, non disdegnerà affatto le innovazioni così che le Cantine Valpane vedranno l’arrivo di torchi e pompe elettriche e di vasche in cemento. Visse 88 anni e abbastanza a lungo per vedere l’inizio del terzo episodio.

Episodio 3: Pietro Arditi o gli istanti che si incrociano, legati strettamente l’un l’altro in un passato che continuamente irrompe in quel presente che, dal canto suo, offre respiro all’incedere a grandi passi verso il futuro concedendosi volentieri qualche tuffo all’indietro. Per Pietro parlano le sue bottiglie.

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Euli 2015 – grignolino 100%
Quando veniva in casa una persona importante, Lydia apriva il Grignolino, non il Barbera”. Quale migliore presentazione per questo vino? Euli è un nome di origine longobarda, è il “gufo” (in tedesco Eule) che, elegantemente stilizzato, appare in etichetta. Euli fa cemento e acciaio, e di come mi abbia colpita al primo sguardo ho già scritto sopra. E’ Mastroianni nei panni del regista Guido Anselmi in Otto e mezzo, è lui con le sue illusioni e con le sue visioni.

Rosso Pietro 2015 – barbera 100% da vigna di 1 Ha
Sinuoso, curvilineo, salato e con una trama di pepe rosa, un’acidità spiccata e succosa. Piccoli frutti di bosco, bacche, chiodi di garofano. Ad ogni sorso incita alla ricerca di un boccone, deve essere quello che si definisce “vocazione gastronomica”. E’ Anita Ekberg che chiama Marcello ne “La dolce vita”.

Canone Inverso 2011 – freisa 100%
Il nome rimanda alla difficoltà di trovare freise ferme e secche: nell’immaginario, e forse anche nell’esperienza, comune, la freisa è un vino vivace da bere giovane. Potente e di grandissima eco, sembra che amplifichi ogni movimento. Balsamico, erbaceo, procace e snello. Profuma di dispensa piena di barattoli di spezie e vasetti di erbe aromatiche, è morbido ma con increspature, una sorta di crêpe georgetteLa Gelsomina, dolce, ingenua e gioviale, de “La strada”.

Rosa Ruske 2016 – uve autoctone (Ruske rimanda a Ruschena, il cognome del cugino di Pietro, proprietario del vigneto da cui provengono queste uve).
Un vino da montagne russe, circense, colorato, vivo, un po’ folle. Cambia marcia ad ogni sorso, propone fragole e rose, mandorle dolci ed erba, ha i tannini che ruggiscono, graffia e poi accarezza e per cercare di afferrarne qualcosa continui a riempire il bicchiere e quando pensi di averlo tra le mani, quel qualcosa, ti rendi conto che la bottiglia è finita e sembra sia durata un istante.
Di questa fugacità piena di vita si era già accorto anche Federico Fellini, da cui rubo queste parole: “Un buon vino è come un buon film: dura un istante e ti lascia in bocca un sapore di gloria; è nuovo ad ogni sorso e, come avviene con i film, nasce e rinasce in ogni assaggiatore.”

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