Ridere di Orson Welles ubriaco o guardare il suo ultimo film ritrovato?

Ridere di Orson Welles ubriaco o guardare il suo ultimo film ritrovato?

di Giovanni Corazzol

Circola in rete, riemergendo ciclicamente, il video di un vecchio spot televisivo in cui Orson Welles, chiaramente alterato, tenta di pubblicizzare una bottiglia di vino. Tra il 1978 e il 1981 Welles fu in effetti protagonista di diversi commercials per una nota azienda vinicola californiana. Nel video in questione lo si vede mentre ne esalta il prodotto di maggior successo: il californian sciampeign, un vino ispirato – così biascica nella pubblicità – a quella stessa eccellenza francese.

L’azienda californiana, oggi assai ridimensionata dopo alterne vicende, portava il nome del suo fondatore, il francese Paul Masson. Nato a Beaune nel 1859 da una famiglia di viticoltori, l’uomo che venne in seguito insignito del sobrio titolo di King of Champagne, costruì la propria fortuna nella Almadden Valley, a San José, lasciandosi alle spalle i vigneti di famiglia ed una Borgogna distrutta dalla filossera. In California la Paul Masson Champagne Company ebbe grande successo, allargando via via la produzione dal solo champagne ad altri vini quali l’Emerald Dry o il Burgundy, vini pubblicizzati negli spot di Welles.

We will sell no wine before it’s time” recitava in chiusura con voce ben impostata, anche se pare non di solo tempo avessero bisogno i vini di Masson; lo stesso Welles, invitato a paragonarli ad uno Stradivari, sbottò: “Come on, gentlemen, now really! You have a nice, pleasant little cheap wine here. You haven’t gotten the presumption to compare it to a Stradivarius violin. It’s odious”.

Masson morirà nel 1940, nel suo château borgognone costruito sulle colline attorno a Saratoga, riverito per l’impulso straordinario impresso alla viticoltura californiana e per il perfezionamento di una ricetta a base di piccione e faraona mitrata.

Nel 1940 anche Orson Welles veniva riverito. Lontano dai motivi che lo porteranno quarant’anni dopo a fare quelle pubblicità, a venticinque sta girando il suo primo film: Quarto potere; per una serie infinita di validi motivi, in molte autorevoli classifiche, solo il miglior film nella storia del cinema.
La casa di produzione RKO, pur di non farsi sfuggire l’uomo che nel 1938, dalla radio, aveva fatto credere all’America di essere sotto attacco marziano, propose a Welles un contratto, mai visto prima, per realizzare due film col massimo della libertà creativa. Ma “Quarto potere” non ebbe successo e conseguentemente la disponibilità di Hollywood fu presto ritirata. Il tycoon William Randolph Hearst, un Berlusconi al cubo che negli anni quaranta dominava la scena editoriale americana, boicottò il film in ogni modo, trovandovi – e non era difficile farlo – molti punti di contatto con la propria storia personale.

Seguirono altri film, nessuno dei quali ottenne un significativo successo commerciale: L’orgoglio degli Amberson (1942), Lo straniero (1946), La signora di Shanghai (1948), Macbeth (1948), L’infernale Quinlan (1958). Film che la critica oggi applaude e rimpiange, ma che all’epoca decretarono l’espulsione di Orson Welles dal giro che conta.
Da allora partecipò come attore a molti film di altri accontentandosi anche di ruoli minori, a volte ridicoli, pur di trovare il modo di finanziare i propri progetti. Si spostò in Europa, visse in Spagna, in Francia, in Italia. Cominciò molte produzioni impiegando anni per concluderle, molte dovendole abbandonare. Si creò il mito dell’inaffidabilità di Welles. In contumacia girò l’Otello (1952), Rapporto confidenziale (1955), Il processo (1962), Falstaff (1965), Storia immortale (1968), F for Fake (1973), Don Quixote (incompleto) e The other side of the wind. Quest’ultimo, girato tra il 1970 ed il 1976, visse infinite peripezie tra cui le conseguenze della rivoluzione khomeninista in Iran del 1978. Les Films de l’Astrophore, casa di produzione franco-iraniana di proprietà del cognato dello scià, tra i finanziatori del film, si dissolse. Welles fece causa per rientrare in possesso del film, oramai quasi concluso, ma perse e quello che considerava il suo capolavoro finì sepolto in un caveau parigino.

Per girare questo film, in cui John Huston recita la parte di un vecchio regista inviso agli studios di Hollywood, Welles diede fondo a tutte le sue risorse; per guadagnare prestò se stesso e la propria voce non solo a Paul Masson, ma anche, tra i molti, alla Carlsberg, alla Findus, ai Muppets. Del film mostrò anche un trailer nel 1975, durante il tributo che l’American Film Institute volle riservargli, mettendo in pubblico le proprie difficoltà economiche. Non ottenne nulla. Orson Welles morì settantenne nel 1985 per un attacco di cuore. Cercava ancora il modo di rimettere le mani sul film.

Peter Bogdanovich, regista tra gli altri di “Ma papà ti manda sola?” (1972), intervistò Welles, tra il 1968 ed il 1973, per farne un libro che chiarisse i fatti, che sfatasse i miti negativi che lo avevano accompagnato fin dall’uscita di Quarto potere; anche il libro ebbe però destino travagliato: solo nel 1992 venne pubblicato, grazie all’interessamento dell’ultima compagna di Welles, Oja Kodar, ed al lavoro di Jonathan Rosembaum. In Italia il titolo è “Io, Orson Welles”; un libro intervista divertentissimo, considerato ai vertici del genere, in cui si chiariscono molti aspetti dell’epopea wellesiana e in cui aneddoti sui protagonisti di allora, si alternano alle spiegazioni del regista sulla propria visione della settima arte.

A Bogdanovich, durante le riprese di The other side of the wind, Welles fece promettere di portare a conclusione il film se mai qualcosa gli fosse accaduto. Per molti anni ciò non parve possibile, essendo il film prigioniero di complesse vicende giudiziarie. Solo nel 2014  la situazione si sbloccò permettendo a Bogdanovich di onorare la promessa. Nel 2017 Netflix acquistò i diritti per la distribuzione del film. Dal 2 novembre 2018 il film è visibile su Netflix.

Dall’inizio delle riprese sono passati quarantotto anni. Per questo film Orson Welles investì ogni cosa, anche i proventi di quelle pubblicità girate per Paul Masson. C’è da essergliene grati.

E non c’è niente da ridere.

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Giovanni Corazzol

Membro del Partito del progresso moderato nei limiti della legge sostiene da tempo che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza.

3 Commenti

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Monterosso

circa 1 anno fa - Link

Bravo Giovanni, ottimo commento al grande e immortale cinema di Orson Welles. e un piccolo appunto vinoso per ricordare anche John Huston, autore della celebre etichetta di Mouton Rothschild 1982, un vino spettacolare.

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daniele cernilli

circa 1 anno fa - Link

Magari non frega niente a nessuno, ma mi è capitato di conoscere seppur brevemente Orson Welles, che parlava perfettamente italiano. Eravamo in un ristorante e lui era, da solo, a un tavolo vicino al mio. Indossava un pastrano e portava un cappello nero a falde larghe. La mia fidanzatina di allora si lamentava perché stavo mangiando molto e temeva, giustamente, che mi stessi ingrassando troppo. Lui sentì e intervenne. "Signorina, non lo sgridi, pensi, io sono stato Amleto e ora sono Falstaff!" e giù una risata delle sue. Uno dei ricordi più incredibili della mia vita.

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Giovanni Corazzol

circa 1 anno fa - Link

a me frega, in modo proporzionale all'invidia (molta). Falstaff il mio film preferito. Welles parlava certo un ottimo italiano, per le frequentazioni (impressionante questa foto di cui metto il link (https://www.flickr.com/photos/dindolina/24257437158) e per il fatto di essere stato sposato con Paola Mori. altro che se frega, grazie per la condivisione

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