di | lun 28 mag 2012 ore 16:22
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dubbi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo: capirne di vino, o del sesto mistero glorioso

Ogni tanto nella casella di posta arrivano cose così. Non condividerle pareva brutto. [F.S.]

Gentile Intravino, in preda ad una crisi di identità mi rivolgo a te sperando che da qualcuno arrivi una bussola, un filo di Arianna che mi aiuti a ritrovare equilibro, serenità e saggezza. Andiamo per ordine. Fino a circa tre anni fa ero un tranquillo, quadrato e grigio uomo della strada, con salde convinzioni basate su buonsenso e studi scientifici: gli UFO non esistono, il mondo non sarebbe finito nel 2012, checché ne dica Cracco la reazione di Maillard non serve a sigillare i succhi. Poi è successo che ho deciso di provare a capire qualcosa di vino in questo modo: se altri esseri umani di sesso maschile, giunti attorno ai fatidici *.anta, tentano di risolvere la crisi di mezza età comperandosi la Harley o facendosi l’amante ventenne, io potevo risparmiare qualche spicciolo e/o un divorzio iscrivendomi ad un corso AIS. Oltretutto, messa la faccenda in questo modo, la assurda follia di spendere oltre 1500 euro per ascoltare dei tizi vestiti da pinguino che parlano di vino risultava un filo più vendibile alla gentile consorte.

In due anni circa ho terminato i tre livelli e ho preso il diploma. Si potrebbe discutere lungamente della didattica, della varia umanità di relatori e corsisti (quorum ego), delle lunghe, adunche mani dell’AIS che ti costringono a sborsare i soldi persino per la cravatta griffata da indossare in occasione della cerimonia di diploma, ma sarà per la prossima volta. Arrivo quindi nel mondo del Vino nel momento in cui le guide sono date per morte dai blog che ruleggiano, gli enologi sono tutti orchi barbuti dalla risata perfida come il mefistofelico Rolland, la barrique è lo strumento del demonio, impera la litania: “mineralità, acidità, sapidità, bevibilità”, e Nossiter ci libera tutti. Mi pare di capire che dieci anni fa il mondo girava esattamente al contrario e già per questo motivo inizio a sentire una strana vocina in testa. Ma ho finalmente il diploma dell’AIS e relativo padellino, conosco a menadito tutta la filastrocca degli “abbastanza questo, poco quello, molto quell’altro”, sono in grado di recitare speditamente la liturgia dei descrittori (ah, la salvia sclarea…), ho memorizzato le fondamentali classificazioni dell’Armagnac eccetera (non è vero: ho colpevolmente rimosso il 50% di questo overload informativo 15 giorni circa dopo l’esame); ora dovrei essere in grado di aggiungere il vino alla lista delle mie certezze granitico-illuministe, giusto? Invece, la tragedia: il mondo mi crolla addosso un pezzo alla volta.

Le schede descrittive del vino, a distanza di qualche mese, mi sembrano tutte ugualmente incapaci di svolgere il loro mestiere: descrivere appunto un vino, permettermi di ricordarlo o raccontarlo. I pinguineschi relatori si contraddicono l’uno con l’altro, ad esempio si dividono in matematici (il vino è complesso quando si usano almeno tre famiglie di descrittori) e sentimentali (ci son solo fiori e frutta, ma quanti tipi diversi… Complesso!). Vado in visita da un noto produttore bio-tutto. Vini buonissimi, grande cortesia, bellissima cantina. Quando però mi conduce nella barricaia con la musica per cullare i vini e mi illustra l’impianto elettrico con il cablaggio annegato in tubi riempiti di gas inerte per meglio isolare l’ambiente e vedo a pochi centimetri un ripetitore per cordless DECT, la mia vocina non parla più: urla. Vado alla presentazione della guida di Slow Wine per poter fagocitare a semi-scrocco Grandi Vini e Chiocciole; mi catapulto ad assaggiare un noto bianco che difficilmente le mie tasche potrebbero permettersi; roteo il bicchiere con polso fermo (1500 euro ben spesi) e di colpo sono nei Campi Flegrei. Zolfo puro. Ammaestrato da due anni di “floreale, fruttato, erbaceo eccetera”, timidamente accenno una riserva al pinguino che presidia il banco. Macché, tutto a posto (ma del resto…).

Mi rifugio nell’unico grande dogma del vino odierno: la territorialità. Quante volte ho letto frasi come “leggere il territorio”, e via filosofeggiando? Purtroppo anche qui, lo sconcerto. In una dei libri di Scanzi avevo trovato cenno ad un ricerca universitaria sul Barolo che dimostrerebbe come poco attendibili le giaculatorie tipo “Monforte potente, La Morra elegante”. Avevo quasi rimosso, ma poi in Langa ho partecipato ad una roba pomposamente chiamata “Wine Tasting Experience: I cru dei re“. In pratica per 40 sacchi ti fanno assaggiare 5 Barolo e un enologo dovrebbe spiegarti le differenze dei vari cru. Il suddetto, persona semplice e gentile, mi ha confermato che la ricerca in questione esiste e che ha dato l’esito suggerito dallo Scanzi: dall’esame chimico e organolettico delle vinificazioni prodotte in fase di test non è stato possibile rilevare alcuna costante riconducibile al territorio. Contano molto di più la “mano” del produttore e l’annata, ad esempio.

Ma del resto, caro Intravino, se persino uno bravo come il tuo Morichetti, ammette che è possibile confondere un ottimo vino a base nebbiolo con uno altrettanto importante a base sangiovese, forse la vocina ha ragione di lamentarsi. Dice: lo Champagne è Champagne, il Franciacorta è Franciacorta, il Trento Doc è… beh, abbiamo capito. E’ sbagliato chiamarli genericamente “spumanti” perché hanno caratteristiche peculiari (e soprattutto Maurizio Zanella si arrabbia). Il problema è che poi pure un altro tizio bravo (per giunta Ambassadeur du Champagne e curatore di uno dei libroni di testo che i colleghi pinguini AIS mi hanno venduto ad immodica cifra) alla cieca ingarbuglia Champagne con Cava, Franciacorta e Sekt. La vocina ormai mi ossessiona: cosa è il territorio? Perché la scoperta del territorio con relativo vitigno autoctono è cosa buona e giusta, e l’esaltazione del vitigno tout-court è cattiva? Perché non si valorizza il territorio realizzando un grande vino da vitigno alloctono? In fondo un merlot veneto sarà diverso da uno di Bordeaux. O no?

Insomma Intravino, non capisco più granché. Sarà mica che molte certezze di cui è ricco il mondo del vino spesso sono solo narrazione drammaturgo-mitologica o persino moda? Cosa è reale e cosa è immaginazione (o, peggio, marketing)? Chi siamo, dove andiamo? Cosa beviamo stasera? Non sarà che sulle liquida fondamenta del vino abbiamo poggiato concetti troppo pesanti per non vederli affondare? Forse abbiamo perso il senso della misura: in fondo parliamo di una roba diventata famosa nei secoli perché faceva girare la testa e dimenticare il mal di denti e la morte, e può darsi che tutta la poesia ce la abbiamo appiccicata dopo, a mo’ di sovrastruttura, e serva a giustificare l’attenzione, il tempo e i soldi che spendiamo in una faccenda dai confini poco riconoscibili. Oh, Intravino, io mi limito a chiedere, non ho certezze. In attesa di maggiori certezze, vado a stappare un Pico di Maule.

P.S. al netto di quanto sopra, se non si fosse capito:
a) sono consapevole di saperne ben poco di vino
b) ho varie riserve e distinguo su AIS, ma il corso mi è servito
c) giù il cappello dinanzi ai Morichetti e ai Gori, tra i pochi a non fare i guru del calice

Marco Centofanti

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32 commenti a Riceviamo e volentieri pubblichiamo: capirne di vino, o del sesto mistero glorioso

  1. Scritto intrigante. Non sono d’accordo su tutto, ma su molto sì. Ad esempio ritengo questa frase verissima:

    “Le schede descrittive del vino, a distanza di qualche mese, mi sembrano tutte ugualmente incapaci di svolgere il loro mestiere: descrivere appunto un vino, permettermi di ricordarlo o raccontarlo.”

    Sogno il giorno in cui riusciremo a comunicare il vino prescindendo dai descrittori e dai parametri di complessità, persistenza, lunghezza… etc.

  2. Certamente simpatica la sua analisi,sia nella parte prettamente personale che in quella concernente la tipologia di insegnamento.L’approccio personale verso l’avvicinamento al mondo enologico, dalla sua enfatica descrizione pare sia stato dettato da una curiosità pirandelliana per cercare di scoprire un mondo quasi intoccabile e impercepibile dal suo punto di osservazione.Comunque merita un’ampia discussione analitica la sua ironica e signorile penetrazione.

  3. A me la cravatta l’avevano regalata comunque.
    Ho preso di tasca mia due tastevin color argento della mia categoria (non professionisti), uno “da battaglia” e uno di argento vero per le grandi occasioni.

  4. avatar Vincenzo Zappalà

    caro Marco,
    come ti capisco e come ti approvo. Il vino è cosa ben diversa da quella che i pinguini e gli “esperti” vogliono cercare di imporre per business e basta. Ti consiglio, se non lo conosci ancora, la riflessione del premio Nobel per fisica Richard Feynman su: L’Universo in un bicchiere di vino. Pinguini e soci si dissolvono al Sole come comete piene di gas… Viva il vino vero, non quello parlato e scritto che fa solo moda e quattrini…

  5. Che dire, sottoscrivo quasi tutto. Solo che il corso AIS l’ ho fatto ad Amsterdam (avendo Gori e Furlan tra i relatori, lo dico con orgoglio) e l’ ho pagato 3500 euro. Quindi i dubbi sono ancora più brucianti, per fortuna mio marito è astemio e il divorzio quindi non era contemplato.

  6. avatar Manilo

    Ma tutti sti soldi, Fisar che vi ha fatto di male,comunque condivido quasi tutto solo che io stò molto intrippato, maggiormente non mi perdo una degustazione nei momenti liberi, in cerca di lukum (:_

  7. avatar Nelle Nuvole

    Caro Marco Centofanti, per come scrivi non mi sembri vero. Sei arrivato un po’ tardino ad avere dei dubbi, meglio tardi che mai comunque. La vita comincia a …anta anni.
    L’ammirazione per quello che hai scritto così bene, ma così bene, talmente bene, è un pochino scossa dalla tua certezza c). Come dire, mi puzza un po’ di Brett. Ma io sono una cinika blu.

  8. avatar Marco Centofanti

    @Tommaso: a me (e agli altri neo-pinguini) la cravatta la hanno messa 35 sacchi, richiesti in autobus al momento della partenza per la consegna dei diplomi… Per le donne il foulard è stato un affare, venendo via a soli 30 euri: ero tentato di far cambio, ma credo che a momento della foto il delegato se ne sarebbe avuto a male, quindi ho lasciato perdere.

    @Manilo: i cugini pinguini di Fisar dalle mie parti costavano poco (ma poco poco) meno, e, cazzarola, noi Sfeniscidi AIS ci abbiamo un nome e andiamo in tv: per vincere la crisi di mezza età mi ci voleva una botta di autostima come questa.

    @Nelle Nuvole: di dubbi sono pieno, forse troppo. Dai… posso mica fare il serioso proprio quando scrivo una roba sui dogmi mancati del vino. Mi sfugge colpevolmente il passaggio finale sulla mia certezza e il brett, ma da amante delle odorose bevande del Pajottenland mi godo comunque la citazione puzzona, tanto più che se viene da chi, come te, leggo sempre con grande ammirazione.

    • avatar Nelle Nuvole

      Ecco, così mi ha fregato! Tieniti pure i dubbi, sono la torcia che illumina la via della conoscenza (cit. me medesima innumerevoli volte). Il mio, da cui la citazione spiritisona puzzona, riguarda l’abbinamento Morichetti-Gori nel non essere Guru ecc.ecc. . Mi sembra talmente inverosimile solo pensarlo che avevo sospettato un bluff dietro Marco Centofanti.

      • avatar Marco Centofanti

        Beh, non conosco di persona Morichetti e Gori, ma temo non ci sarebbero molti altri volti noti del settore disponibili a mostrarsi fallacemente umani: in questi brevi due anni in cui mi sono avvicinato all’argomento vino ho letto e incontrato per la maggior parte quasi solo (presunti) fenomeni. E, ci tengo a dirlo, non alludo ai relatori AIS, perlomeno non a molti di loro.

        Per questo rispetto il duo: esperti, ma, almeno in questo caso, umani.

        • avatar Manilo

          Io ero un fans del Gori, e il Morichetti mi stava un pò antipatico, poi a Benvenuto Brunello ho conosciuto il Gori ed al Vinitaly ho conosciuto tutto il parterre di Intravino tra cui Alessandro ho scambiato due parole… dal vivo è molto simpatico mi da l’idea del compagnone, il Gori è troppo abbottonato, Sartore dal vivo sembra TI Spiezzo in Due, mentre il Mattei è stata una conferma positiva, anche se abita al Nord.
          Voi direte che c’entra sto commento: mi andava di dirlo, il Morichetti ha un fans in più, la prox offri da bere.

          PS comunque Sartore è migliorato dopo averlo chiamato Francesca e sconbussolato tutto il post non se le presa a male.

  9. Avrai anche molti dubbi ma sicuramente una bella penna.
    Te la butto lì: forse abbiamo virato troppo, nell’assaggiare il vino, sugli aspetti culturali che saranno, anzi sono, assolutamente importantissimi. Ma ci siamo persi un po’ di sostanza, un po’ di quel bere senza tanti patemi, senza troppe storie, un bere un po’ fisico con un approccio tipo futuristico, se riesco a spiegarmi. Togliere parole e metterci un po’ di corpo, insomma.
    Ma magari è la stessa cosa che dici tu: “Non sarà che sulle liquida fondamenta del vino abbiamo poggiato concetti troppo pesanti per non vederli affondare?”
    Ciao, PO

  10. avatar Ziliovino

    Scritto davvero molto bene, bravo!

  11. avatar esp

    ai Gori, tra i pochi a non fare i guru del calice

    Io di Gori “conosco” solo quello che scrive qui, ma non rientra fra i Gori che NON fanno i guru, vero???

    • io vorrei essere guru ma non mi riesce! quindi mi barcameno un poco…

      Ma in realtà è il web che te lo impone, credo che chiunque nasca scrivendo sul web per il web finisce per avere per forza di cose un atteggiamento meno da guru e più aperto al confronto, indipendentemente dalle proprie capacità

  12. Può aiutare?

    Il “non so che” del vino:

    http://vinoestoria.wordpress.com/2012/05/10/il-non-so-che-del-vino/

  13. avatar Leonardo

    Caro Marco,

    ormai più passa il tempo e più, da appassionato di vino, mi dibatto in dubbi assai simili ai tuoi.

    Tuttavia già da un po’ di tempo sono giunto alla conclusione che sia abbastanza inutile ogni tentativo di “capire” il vino (e la birra, visto che si parlava di Pajottenland).

    E per “capire” intendo il capire scientifico, quello a cui si perviene applicando un metodo, sperimentando e classificando.

    Il vino è bevanda subdola (fortunatamente) e sfugge le classificazioni e le catalogazioni. Nel momento in cui ti sembra di poter applicare serenamente un profumo o un descrittore ad un vino specifico di una certa zona, subito ti capitano almeno altri 5 assaggi che vanno in direzione opposta, o sbilenca.

    Non dubito che esistano fini degustatori capaci di riconoscere a botta e alla cieca da dove viene un vino e la sua annata, però io non sono fra essi. Anzi, a essere onesti, dubito che esistano tali personaggi… ed è un dubbio buono, lo dico perchè spesso, parlando con essi, si percepisce il loro travaglio interiore, i ripensamenti su un vino, e sul punteggio affibbiato, che dopo qualche anno è diventato una cosa diversa.

    Però ricordo con piacere e massima goduria tutti i miei tentativi di “capire”. Le degustazioni, le visite ai produttori in Italia e all’estero. Saranno servite a rendermi edotto in campo vinicolo, a fare del mio naso il perfetto detector di aromi e di conseguenza di aree geografiche e annate? Ne dubito. Fortemente.
    Da queste esperienze ne sono però sempre uscito col sorriso stampato sulla faccia e con la consapevolezza di aver conosciuto: un uomo, un modo di vivere, un modo di pensare il vino e di farlo, un paese, una collina.

    Tutto ciò ingarbuglia e mortifica la mia capacità di degustatore (a meno che, un giorno, al miliardesimo assaggio di un vino, non giunga, inaspettata, l’illuminazione completa sulla Vita, l’Universo (del vino) e tutto quanto, ma ne dubito) ma accresce la mia passione per il vino e la consapevolezza che, come molte cose nella vita, non è importante la meta quanto il viaggio stesso che si intraprende.

    Insomma, bevi sereno, fan**lo le schede e fatti rendere i soldi della cravatta.
    In bocca al lupo.

  14. avatar Gino Manfredi

    Da quando ho smesso di degustare il vino, con la spocchia basso profilo di chi qualcosa di tecnico aveva appreso, sono tornato a gustarlo! Certo la conoscenza aiuta, ma spesso solo per se stessi, senza avere la, sempre più diffusa, pretesa di convincere (o, peggio, istruire) gli altri dell nostre ragioni, oggettivizzandole. In fondo il miglior vino che ho bevuto… è quello che mi è piaciuto di più!!!

  15. avatar Io

    Grazie Marco per il tuo scritto. Sono d’accordo con te su molti temi e idee visto che anche io ho intrapreso tempo fa il cammino dell’Ais. Continua a darmi fastidio la continua opera di denigrazione sul mondo Ais che leggo qui sopra costantemente. Allora gente, ci sono molte cose che non vanno e che danno fastidio; siamo in Italia e il clientelismo è la forma vera e propria in ogni dove, compresa un associazione così come in un blog di enostrippati…. Le schede servono solamente ad avere un linguaggio comune. Stop!Niente pippe mentali di punteggi o sentori poetici potranno mai comunicare l’emozione o uno schifo che un vino ci trasmette ma ricordiamoci, TUTTI, che è e rimane sempre una bevanda, e tale deve essere.. tutto il resto è poesia, moda, fighettume scanziano o di chioccioline varie…
    Se poi da bravi italioti dobbiamo sempre e comunque trovare la polemica solamente per il gusto di parlare…vabbè riduciamo sempre e tutto a boutade, a discorso da bar…..sennò, tutti, me compreso, cresciamo un attimo…

    • avatar luigi

      Ho avuto la tessera AIS, dopo averne frequentato i corsi, per una dozzina d’anni e devo dire che ho sempre trovato meritoria l’opera didattico-divulgativa effettuata dall’associazione. Relatori e degustatori mi sono quasi sempre sembrati preparati e capaci e l’utilizzo delle schede è giustamente una convenzione (non estranea ad altre associazioni e/o metodi degustativi) necessaria.
      Ciò che mi ha reso invisa l’AIS è stato sempre un certo classismo fra gli operatori -- se non sei proprietario di un locale non ti si fila nessuno -- e fra gli associati -- se non pasteggi tutti i giorni a champagne e barolo di Roberto Voerzio sei un poveraccio -- che alla lunga mi ha allontanato da questa cerchia nella quale mi sentivo estraneo.
      Insomma, tralasciando il clientelismo che è veramente un male di tutta la società italiana, era veramente un ambiente dove, per i miei gusti, troppi se la tiravano immotivatamente!

      Il vino, personalmente, non è una bevanda, ma LA bevanda.

    • avatar Marco Centofanti

      Ci tengo a precisare che dopo le prime due lezioni del primo livello AIS (e dopo il primo assegno staccato), mi erano abbastanza chiare luci e ombre del corso e, oserei dire, della associazione tutta.

      E, visto che, checché ne dica mia moglie, i successivi due titoli di credito li ho firmati nel pieno possesso delle mie facoltà, evidentemente qualcosa di buono negli amici pinguini l’ho trovato.

  16. avatar Durthu

    Bellissima. Complimenti per la scrittura, e (per quanto possa valere ben poco) condivido tutti i dubbi.

  17. …chiedendo scusa per l’intromissione, desidero esprimere il mio parere: interessantissime e realistiche le considerazioni, sta di fatto che ai corsi per sommelier così come a quelli dell’Onav, l’evoluzione dei discenti dipende dall’aggiornamento dei programmi e dalla ferrea e se vogliamo ottusa osservanza degli stessi, oltre naturalmente all’aggiornamento di chi pretende di insegnare! Bè, del resto ciò vale anche per la Scuola ad ogni livello!
    Anche il vino, pur rimanendo in certi canoni, è un prodotto soggetto alle mode ed alle bizze dei consumatori e i produttori, spesso a fatica, si adeguano, probabilmente prima dei sommelier che insegnano ai corsi!
    Tutto scorre e sempre più velocemente. Nella nostra epoca il vino è gia più virtuale che reale, basti pensare al pullurare di blogger e all’interesse che suscitano nei produttori, oramai è più ascoltato il parere di un blogger che quello di di un sommelier!
    Avanti c’è posto, per il futuro poui vedremo!
    Prosit.
    Remo Pàntano
    gustologo

  18. avatar Giovanni Solaroli

    A me sembri pronto per fare il neo-nato Master dei Master dei Master che Mr.Ricci stà partorendo. Per questo ti faccio i miei auguri. In alternativa puoi spenderli in bevute colossali, ma la cultura ne soffrirebbe.

  19. Caro Marco,

    le citazioni di seguito sono tra quelle che mi servirono, proprio durante il corso AIS, a capire che questo mi sarebbe servito molto per perfezionare la tecnica di allestimento del papillon, un po’ meno per spiegarmi il vino. Accadde che mi imbattei in alcune letture fortunate, iniziai a documentarmi sui vini che avevo assaggiato, presi a frequentare altre voci e fonti. Per prima cosa imparai da Voltaire lo stratagemma di demistificazione, utilissimo per valutare i vinòlogi, che sono creature assai più semplici dei vini:

    “Alcuni tra loro si fanno solenni e oscuri per sembrare più profondi”.

    Poi misi insieme una piccola antologia di saggezza. Magari sarà utile anche a lei.

    1) “Il vino lo si giudica proprio da questo: che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto di un vino se non si ricorre in qualche modo al sogno. E siccome il sogno, anche se contiene infiniti elementi universali e logici, ha una struttura individuale e irrazionale, bisogna pure che ciascuno si rassegni a descrivere il gusto di un vino partendo da se stesso, riferendo le proprie sensazioni con assoluta sincerità, e confidando che gli altri, al momento buono, provino sensazioni poi non troppo diverse.”.

    2) “Il faut déguster beaucoup pour être capable de dire quelque chose à propos du vin.”.

    3) “Riaffermando la volontà di avvicinarsi quanto più possibile al vino, si sostiene di essere interessati a quel che è nel bicchiere ma anche ai metodi di lavorazione in vigna e in cantina. Questo è fondamentale per la formazione del gusto.”.

    4) “Meno trattamenti subisce un vino, tanto meglio sta.”.

    5) “Enumerare, come piace fare oggi, una litania di profumi per descrivere l’aroma o il bouquet di un cru non rende conto della sostanza, vale a dire del modo in cui quel vino esprime il proprio aroma.”.

    6) “(il vino)…bisogna considerarlo non come qualcosa che sia staccato da noi e definibile rigorosamente in se stesso. Le sensazioni devono essere comunicate agli altri non isolandole, come su un tavolo anatomico e a forza di termini fissati in precedenza. Se qualcosa rivela e tradisce, per tutti, la qualità intima di un vino, è piuttosto la personalità di chi lo ha prodotto: non qualcuno che faccia il vino soltanto perché ne ricava un vantaggio economico, ma qualcuno che non potrebbe non farlo perché sa che tale è il suo destino.”.

    7) “La migliore regola è non seguirne alcuna: semmai provare, mettere a confronto vini dalle caratteristiche diverse, affidarsi alla propria esperienza, confrontarsi con le tradizioni regionali…”.

    8) infine questa, che è la prova diabolica: “Il gusto del vino è davvero una faccenda da enologo: solo questi può fornire all’appassionato le vere ragioni per apprezzarlo e all’esperto i corretti strumenti per piegare il gusto in direzione dei modelli prescelti…”.

    Per finire, complimenti per l’articolo. Bello, vivace e divertente.

  20. Buonasera Marco,

    sono Sommelier AIS da meno di un anno e attualmente lavoro come sommelier in Svizzera. Ho scritto una tesi di laurea ragionando intorno a questo tema, forse un giorno Intravino la pubblicherà a puntate…

    Copio e incollo quindi dalla stessa, sperando di fornirle quindi il mio punto di vista.

    “Il sistema di valori che trapela da un semplice fermentato di mosto è un qualcosa di molto particolare. Se solo si pensa al business che si è creato oggi attorno al mondo del vino, e se si ragiona sul fatto che in realtà non è né un bene di prima necessità né un servizio indispensabile, viene da chiedersi come e cosa spinga gran parte del mondo verso un suo acquisto ed uso; e a questa domanda non ci sono tante risposte: comunque la si voglia mettere, sia in termini pratici, legati alla cultura di riferimento, che in termini economici e sociali, il vino svolge oggi più che mai una funzione relazionale, tra noi e gli altri, ma anche tra noi e noi.

    Una formula chimico-magica il cui vero valore aggiunto non sta nel gusto di barrique, non si trova né nel suo colore, né nel suo sapore. Il suo vero e reale valore intrinseco è intangibile: si trova in quella sensazione che esso provoca ai nostri sensi, da millenni e millenni. Quel senso di ebbrezza, distensione, disinibizione, assenza seppur momentanea di ogni zelo. Questo senso di benessere è il vero valore del vino, seppur temporaneo e seppur indotto a livello chimico; e questo valore intrinseco lo si associa di conseguenza positivamente a tutte quelle qualità materiali tangibili che nel vino si percepiscono: profumi e odori, colori e gusti e infine il contesto.

    Il vino, come il cibo, diventa parte di noi. Se è vero che siamo quello che mangiamo (e quello che beviamo), allora è presto spiegato il perché di tutto questo interesse (e amore) verso il sistema-vino.”

    Maria Elena Rossi

    • E’ vero, il valore del vino non sta nei suoi profumi e gusti, come il valore di un quadro non risiede nei colori e nelle tele utilizzate dal pittore, o come il valore di una musica non sta negli strumenti musicali utilizzati per suonarla. Il valore del vino risiede principalmente nell’incontro tra vino e bevitore, ed è per questo che è un valore primariamente soggettivo. Senza uno che assaggia il vino, il vino non servirebbe a niente; come non servirebbero a niente le montagne, i bei quadri, le belle musiche e tutto ciò che di bello c’è al mondo senza che qualcuno possa guardarlo. E’ una banalità, vero, ma avevo voglia di dirla. :-)

  21. credere agli ufo non nuoce sicuramente per chi si avvicina al mondo del vino al momento.

    • avatar she-wolf loves science fiction

      Klap! Klap! Klap!
      trad.: Clap! Clap! Clap!

  22. Io volevo un corso di assaggio del vino e ho fatto quello dell’ONAV per meno di 400 euro in 18 settimane, ho assaggiato poco meno di un centinaio di vini senza dovermi sorbire tutte le menate teoriche… Mi chiedo perché la gente continui a spendere tanti soldi per il corso dell’AIS solo perché è un’associazione famosa. I sommelier non hanno nemmeno un albo nazionale!

    E il bello dell’ONAV è che nessun vino (NESSUNO) sa di miele di eucalipto o di fiori di acacia o di vetiver (?). Io sono assaggiatore di miele e mi chiedo: chi dice che il vino sa di miele di eucalipto ha mai assaggiato un miele di eucalipto? Ne dubito, di certo non un miele di eucalipto da concorso (che sa davvero di miele di eucalipto). Tra di noi, assaggiatori di miele, spesso ci chiediamo cosa avverrebbe mettendo dei sommelier a degustare alla cieca, facendogli descrivere un vino e vedendo se le descrizioni combaciano nei vari descrittori. Ci sarebbe da ridere? Probabilmente sì.

    Andrea Tibaldi

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