Raymond Carver e John Cheever, un’amicizia legata dall’alcol

Raymond Carver e John Cheever, un’amicizia legata dall’alcol

di Redazione

Gherardo Fabretti è un giovane di belle speranze e scritture, questo è il suo primo post su Intravino.

Quel pomeriggio avevano bevuto tutti troppo: a giudicare dall’odore nell’aria non solo i padroni di casa, ma l’intera contea di Westchester County doveva avere trascorso la domenica a far tintinnare i bicchieri. Solo Ned, in costume da bagno sul bordo della piscina dei Westerhazy, sembrava non accusare i sintomi della sbornia. Si sentiva bene, così bene che aveva deciso di tornare a casa a nuoto, seguendo il tracciato delle piscine dei vicini. Come Burkhart, Neddy risale il suo personale Nilo, e per dare più sapore al suo gioco da esploratore, battezza il fiume immaginario Lucinda, come sua moglie. In quell’uniforme distesa di lotti di verde falciato, in mezzo ai quali prende forma il suo itinerario d’acqua clorata e piastrelle, le implacabili buone maniere dei vicini rallenteranno il suo ritorno: a ogni steccato scavalcato, un goccio di vino; a ogni siepe attraversata un assaggio di gin gelato; a ogni bordura di bosso un bicchiere di whiskey. Tornato a casa, a sera fatta e col costume umido, si pentirà amaramente di quella innocente evasione. Intanto, chiusi in un appartamento di Albuquerque, Terri, assieme a Herb, Laura e suo marito, discutono consumando gin alla luce cruda della cucina, un gin decisamente più forte di quello che Michael Keaton in Birdman vorrebbe spacciare a un furioso Edward Norton sul palco del teatro Saint-James di Broadway durante le prove di quel racconto, destinate a finire, se possibile, peggio della versione originale.

Difficilmente il Ned protagonista de Il nuotatore di John Cheever avrebbe avuto qualche possibilità di incrociare i vetri della casa dei protagonisti di Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver; i rispettivi autori, invece, incroceranno davvero i bicchieri. Lo faranno nel 1973, quando – a detta di uno studente dell’Iowa University – Cheever busserà alla stanza 240 del college chiedendo al giovane collega un goccio di scotch, per ricevere in cambio una robusta dose di vodka. Era scotch, ma poteva anche essere gin, la bevanda che “Cheeva”, con quella pronuncia british con la quale voleva fosse pronunciato il proprio cognome, senza quella “erre” a tradire la sua origine statunitense, amava di più. Fu vodka alla fine, il distillato più apprezzato da Carver, spesso e volentieri destinato a produrre generose quantità di Bloody Mary. Ad accomunare i due scrittori, si capisce, non c’erano solo le iniziali, né la medesima passione per la letteratura: c’era l’alcol. Ettolitri di alcol, di ogni genere e tipo, consumati dalle prime ore del mattino e riversati nello sproposito di vicende e personaggi che compongono la produzione di entrambi.

Ma c’era dell’altro a porre così in sintonia, e allo stesso tempo in contrasto, quei due uomini seduti sul bordo del letto di una camera del college: le origini umili. Cheever, autodidatta, quasi privo di titoli di studio, trascorrerà la vita intera a tormentarsi, tra le altre cose, sulla qualità dei propri scritti, e sulla propria opera di mistificazione sociale. Un rovello non solo destinato a finire in tanti racconti, ma a fare scuola: dentro l’alcolista Don Draper della fortunata serie Mad Men vive una parte di Cheever. Lo ha dichiarato il creatore Matthew Weiner, che come forma di ricompensa ha deciso di mandare a vivere Don, durante le prime stagioni, a Ossining, la città in cui Cheever morirà, nel 1982. La via della casa, manco a dirlo, è Bullet Park Road, la cittadina fittizia che fa da sfondo a tanti dei suoi racconti, e all’omonimo romanzo.

Carver, al contrario, non farà mai mistero del proprio passato: nonostante un’infanzia durissima e il peso di un figlio concepito a diciassette anni con la prima moglie Maryann, a cui seguirà una seconda nascita poco dopo, entrambi faranno le umane e divine cose per concludere gli studi e portare a tavola almeno un pasto caldo al giorno. La sensazione di avere sprecato il proprio tempo, il peso di una famiglia sulle spalle, la povertà e le ambizioni frustrate apriranno la via alla bottiglia, e al Raymond cattivo, quello paranoico, e violento. È quello il Raymond che emerge, tra i tanti personaggi creati, nel primo marito di Terri, il suicida Carl.

Impossibile sapere cosa si dissero quel pomeriggio del 1973, fatto sta che, due anni dopo, Cheever posò per sempre la bottiglia. Carver lo seguì nel 1977. Quello fu un buon anno per entrambi: Cheever, con il romanzo Falconer, celebrò l’uscita dalla prigione della dipendenza; Carver, con i 5000 dollari di anticipo della McGraw-Hill, sentì finalmente la promessa di un futuro migliore. Già ubriaco marcio, festeggerà con due bicchieroni di Bloody Mary, ma quei drink consumati al bar Jambalaya di Arcata saranno gli ultimi della sua vita. “Sarò sempre un’alcolista – dirà in seguito – ma ora non sono più un’alcolista praticante”. Così la pensava anche Cheever, ancora depresso e solo, eppure sorridente e sobrio. Sette anni di vita, ancora, per lui; dieci per Carver. Sufficienti a entrambi per mandare a mente la lezione: tutte le bottiglie del mondo non possono cancellare quello che siamo. Una rivelazione fatta propria dopo decenni trascorsi a confessarsi il contrario. Una pacchia, anzi, per dirla ancora con Carver, perché “non c’è altra parola. Perché proprio quello è stata. Una pacchia.”

Gherardo Fabretti

1 Commento

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Vincenzo Busiello

circa 3 mesi fa - Link

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