Rapet & Raphet. Due giorni di assaggi e niente Côte-d’Or con foto da ragazzi del muretto

Rapet & Raphet. Due giorni di assaggi e niente Côte-d’Or con foto da ragazzi del muretto

di Emanuele Giannone

Fare il proprio gioco è spigolare mirabilia senza programmi annunci guide aggiornamenti social testi sacri. Senza affidarsi all’esperienza delle volte scorse di volti noti di notai e cancellieri del gusto etc. etc.

Niente Côte-d’Or con foto da ragazzi del muretto (muretto-La Tâche, muretto-Musigny, muretto-Chambertin etc. etc.).
Arrivare e bussare. Bonjour messieurs-dames.
Parlare poco. Ascoltare.
Bere bene. Stare bene. Ridere. Ridere delle tendenze. Delle dritte per pochi delle certezze e delle verità rivelate. Cioè delle autorità che offrono ricognizione a buon mercato soffrono riso e obiezione bramano sorriso e approvazione. Ridere perché era tutto già noto. Il nuovo era già storia, magistra vitae, magistra vitis.

La storia ritorna. Proprio come te, o sempiterno romano, provinciale crasso e mondano. Tu che atterri a Lugdunum, passi per Augustodunum, sosti a Belenum Castrum  e tuttavia, augusto e ciuco, non ricordi. Hai dimenticato il fanum di Giano, mezzo gallo e mezzo romano. Hai dimenticato il Padule San Giorgio –  tutta colpa di Diocleziano se si chiama così, e della sua intolleranza ai fermenti religiosi. Hai dimenticato persino Alesia che è qui dipresso.

Ché poi, santiddìo, basterebbe il Bignami: i Romani arrivano in Gallia, coi Galli si pugna di brutto ma dopo la pugna non ci si ingrugna, si beve e si sincretizza. Allons-y, terzo tempo. Sincretizziamo.

Terzo tempo come il troisième mi-temps del rugby: buvons un coup, buvons-en deux… 

Galli e Romani, coltivatori, boivent un coup, boivent-en deux. Bevono e si amalgamano. Terzo tempo, convivio, ebbrezza bacchica. Il mezzo dell’uomo per vedere oltre l’uomo.

È così che si accroccò un Giove con un Taranis, un Vulcano con un Sucello. È così che si accroccarono pure, nientedimeno, un Apollo e un Beleno. Se ancora tra un par di millenni ti parrà curioso di sentirti di casa a Beaune, o romano, tu che ti fermi a foto al muretto e oeuf en meurette, ricorda (Romane, memento): di casa a Beaune, città di Beleno, e castra vicini tu già ci fosti, con tanto di sincretici accrocchi divini. Certo, anche coi vini. Hae tibi (fu)erunt artes.

L’avevi dimenticato? Ciuco. Comunque bentornato. Da queste parti qualche novità la noterai ma, tra ultime e non proprio, quelle significative si contano sulle dita di una mano. Che so: il croque monsieur, un certo Bernardo di Chiaravalle, i monasteri, il Crémant (occhio alle sòle, quelli buoni sono pochi), il mercato del sabato mattina col trionfo di rosticcieri e beccai, olitorii e piscarii, tartufari e casari. Purtroppo hai lisciato di pochi anni l’Olympique Lyonnais di Juninho Pernambucano e l’esordio di Benzema.

Se non capisci ancora e ti serve un disegnino, hai l’imbarazzo della scelta. Il più chiaro si chiama Pilastro di Mavilly. Basta muovere il culo oltre Place Carnot e il cervello oltre la corteccia gustativa primaria.

E ora avanti, terzo tempo: buvons un coup, buvons-en deux / A la santé des amoureux. Alla salute anche di Dinah Washington, What a diff’rence a day makes. La differenza qui la fa anche una lettera. Un giorno a Pernand-Vergelesses e uno a Morey-Saint-Denis, Rapet e Raphet, what a difference an H makes. Il primo caso è di un bancario che versa e racconta. Da quaranta vendemmie aiuta Monsieur. Monsieur è in ferie. Nel secondo caso c’è Monsieur in persona, sembiante da episodio della serie di Maigret, uno di quelli con Jean Gabin.

Borgogna

GIORNO 1 – Rapet

Aligoté 2015. Magro, agile e vivace. Gallo di poco peso, quasi più Mosca. Vin de soif fresco e diretto ricco di richiami-ricami floreali, agrumati e sapidi. Texture e sviluppo giocati sulla tensione acida, profumi e aromi come dettagli, pochi ma fini.

Pernand-Vergelesses Clos du Village 2015 (B, PC). Precisione e concisione. Giovane e di grande sostanza, intenso nei profumi di fiori bianchi, annurca, miele d’acacia. Bocca pulsante e sapida, tutta freschezza, droiture ed energia sottesa, lunga e godibile. Gelso, mirabella, pompelmo e menta danno sapore allo sviluppo e, di ritorno, alla coda di jolie amertume, lieve effusione calorica, traccia gessosa. Peccato per la mancanza di suo fratello Sous Frétille, che ricordo tanto buono.

Corton-Charlemagne 2015 (GC). È chiuso per inventario ma chiuso per inventario è tipicamente il deterrente che non funziona e invoglia a impicciarsi, sbirciare, origliare, fiutare oltre la serratura. Serrato lo è, ma appena dietro la fine, bionda tostatura – botti nuove per 1/3, e comunque è un biondo naturale, no tintura no extension – si scorgono potenza e concentrazione che alludono a magnifiche sorti. Un inventario allusivo a pienezza e succulenza, frutta gialla, miele, neroli, menta, mandorla, sale e pietra focaia. Bocca che innamora per tocco, rondeur che fa saveur, passo flessuoso. Grande e grazioso, lento e profondo. Serrato, quindi chiuso, quindi tutti in fila per la riapertura.

Pernand-Vergelesses Les Belles Filles 2014 (R). Ciliege, fragole, salvia, erica e rose. Fine, soave ed aereo. Bocca tesa, dritta e pulsante con tannini croccanti, finale di slancio, nitido e succoso con mandorla, ribes, pastiglia alla viola e traccia minerale gessosa.

Savigny-Les-Beaunes Aux Fournaux 2014 (R, PC). Riservato, profondo e concentrato. Sottobosco, ardesia, fiori blu. Ribes e amarena succulenti, pesca di vigna, viola. Impatto già deciso e tocco di bocca via via più incisivo, stoffa piena e robusta che si svolge in ampiezza, note sapide e speziate molto nitide. Finale a sfumare con ribes, terra, cenere, fiori amari.

Beaune Clos du Roi 2014 (R, PC). Un piacere fatto di eleganza, unità espressiva, intensità. Come per i profumi, così per il palato che è avvolgente ed energico nel tocco, levigato, dall’impatto più aggraziato e caldo, pieno e progressivo nello svolgimento, più marcante e ritmato nei tannini.

Ile-des-Vergelesses (CHK) 2014 (R, PC). Il mondo è grigio, il mondo è blu, la pietra e i fiori. Ma anche i rovi, il rabarbaro, i piccoli frutti scuri. Bocca serrata, pulsante e tesa per grande concentrazione di aromi e sostanza. Austero, duro e chiuso tanto da suggerire giudizi improntati a cautela e sobrietà quali ti amo, ti aspetterò, rifioriranno rose e l’incoscienza, and you want to travel blind, ne me quitte pas etc.

Aloxe-Corton 2013. In questa bottega trova i seguenti generi di conforto: selci, cortecce, galbuli, china, cenere, piombo, radici varie, iodio e piccoli frutti acidi in lontananza. Non le dico di accomodarsi perché è meglio che se ne vada. Ho voglia di restare solo, vesto scuro, picchio duro. Metta il naso, assaggi di corsa e vada via. Non ho niente di ammaliante da offrirle, almeno per ora. Ripassi dopo.

Beaune Greves 2013 (PC). Composto e complesso all’olfatto con ciliegia, terra, arancia sanguinella, ruggine, liquirizia dolce che concorrono in espressione unitaria. Succoso, coinvolgente, energico, vivace per freschezza e per i tannini croccanti e saporiti, infuso di una mineralità chiara ed emergente, elegante nella speziatura dolce. Belle note amare e terrose a sfumare.

Corton 2013 (GC). Avevi chiamato lo speziere e l’erboricoltore, ti aspettavi due tizi carichi di vasi e fasci d’erbe aulenti, invece arriva un profumiere serio e distinto. Fiale: una goccia qui, una lì, ponderosa e fungo fresco, terra, genziana, cassis, aronia, chiodo di garofano. Parvenze più che essenze. Risultato sconvolgente: austero, complesso, leggero. Potenza e polpa dissimulate. Ampio e lungo al palato, denso e concentrato, poco sondabile nei sapori al di là della succosa sapidità e della proverbiale, trascendentale puissance sans poids. Fibra lunga, forza che traina senza sforzo e senza esibire massa muscolare.

Corton Pougets 2014 (GC). Si avanza tentoni, con Pougets c’è un solo precedente (il 2002 di Jadot, che bellezza). Tentoni ma quanti fiori, erbe, arance rosse, marasche. E che estensione di spettro, che inusitata intensità – vedi gli stereotipi sul Corton duro e tagliente? La potenza si combina qui a carnosità e generosità. Al palato è, in attacco, pieno e morbido, quindi una sferza di tannini risoluti e radenti che segnano la strada del progresso e su quella lasciano marciare schiere misurate di cassis, ciliegia, caffè, pepe rosa, scorze d’arancia. Che freschezza, che tocco. Che goduria.

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GIORNO 2 – Raphet.  Tutti vini rossi, tutti dell’annata 2014.

Morey-Saint-Denis. Inizio senza botto: il suono è piano ed è bello così, il vino è fine, soave, profuma e sa intensamente di ciliegia rossa croccante, ribes e lauro. Vino da una année gourmande, dice Monsieur, ma potenza e calore lasciano la ribalta a freschezza e brio, alla docile eleganza e alla sève che la vulgata raramente ascrive ai vini di qui. Preciso e pulito nel tocco. Finale appagante: ciliegie e cailloux e tutti felici e contenti.

Chambolle-Musigny. Il senso del velluto, della levità, del ribes rosso e delle rose. Il paradosso di una delicatezza folgorante, di aspra dolcezza, di vivide sfumature. Un piccolo vino da grandi sensazioni e ricordi.

Morey-Saint-Denis Les Millandes (PC). Aggiungi due voci nuove: la complessità e la partecipazione. Complessa è soprattutto l’espressione del frutto: maturo e succoso, risoluto e profondo sia all’olfatto, sia al gusto. Marasca e cassis introducono il ballo ma ballano in molti e in figura ordinata, compresi ginepro, muschio, rosa canina. Il vino invita e coinvolge, è profondo, persistente ed elegante.

Gevrey-Chambertin Les Combottes (PC). Dopo quelli più acuti, in un complesso di archi non poteva mancare il contrabbasso. Les Combottes suona più grave e potente, pieno e caldo. Il timbro è rondeur e ampiezza, il frutto più maturo e l’impronta tattile, grazie alla grana più grossa e terrosa dei tannini, marcata. Ma che bontà, quel frutto; e come è tutto ben amalgamato grazie al legante di un’acidità infusa e dissetante. Vino da jazz, quando il contrabbasso evolve da strumento d’accompagnamento a solista. Gary Peacock.

Clos de la Roche (GC).  Da una vigna di 40 anni. “Un valzer non è mai impenetrabile al ricordo di un amore perduto, al pensiero del tempo che passa”(1). Elegante e coinvolgente nello sviluppo, straordinariamente facile e fluente alla beva come quel ritmo alla danza, nonostante la partitura di grande complessità – abbiamo a che fare con un valzer colto, con furia lieve di suoni (2): simpatia e lode al Lambrusco-Waltz dell’Orchestra Casadei ma qui siamo in orbita-Ravel, o Šostakovič, o Valzer dei Fiori. Fine e complesso, dritto e profondo al naso; al palato coinvolgente, distinto ed elegante già in attacco, si sviluppa in crescendo alternandosi serio e gioioso, serico e incisivo. Danza come ancora alle prove, titubante tra concentrazione e scioltezza, senza un passo fuori luogo – è semplicemente trattenuto. Ma che esecuzione limpida, che lunghezza di impressione, che energia e che succo. Da vigna di 40 anni.

Clos Vougeot Cuvée Vieilles Vignes (GC). A Vougeot Pedro Almodovar condivide una storica proprietà con Jacques Polge, il profumiere della Maison Chanel. Che cosa facciano i due in terra di Cavalieri del Tastevin, non è acclarato. Tra l’altro la dimora fu già proprietà comune di Luchino Visconti (con Francesco Rosi e Zeffirelli maggiordomi) e David Lynch. A rendere il mistero ancor più fitto concorrono la presenza di un socio occulto, tale Raymond Queneau, artefice dell’accordo strategico di co-branding con la Compagnia delle Indie Orientali.  Abbiamo quindi, nell’ordine: un Labirinto di passioni, un campo di opzioni aromatiche nell’ordine delle centinaia, molto Senso (coi suoi assistenti), Velluto blu, Fiori blu e un secolare viavai di spezie. Un vino voluttuoso, grande per sensualità, gourmandise, concentrazione e ampiezza di spettro aromatico, riserva di energia, presenza, dinamica – una vampata di stile fugato (3). Un grande poema scandito in strofe tutte diverse e complementari fra loro (4).

Chambertin Clos de Beze (GC). Iniziamo dalla fine: persistenza aromatica e tattile che si svolge in minuti. Andando a ritroso: beva agile, appagante per ricchezza di trama e spunti, contesta di spezie finissime, erbe officinali, rose e dalie, ibisco e garofano, frutti scuri, delicati tocchi iodati e marini. Una serie interminabile di variazioni. Freschezza che pervade tutto lo sviluppo. Toucher de bouche diffuso e avvolgente, non irruento, un generatore di energie rinnovabili. Ancora piuttosto serrato, già evidentemente fine. Vino di sublime qualità estetica.

(1) La frase è di Carlo Maria Cella, critico musicale.
(2) Così Giorgio Caproni nella lirica Tu che ai valzer di un tempo.
(3,4) Vittima del duplice saccheggio è qui il critico musicale Giorgio Pestelli (a proposito dell’Eroica).

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

3 Commenti

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Vincenzo busiello

circa 3 anni fa - Link

Sono d'accordo. Anch'io non riesco a spuntare gli assaggi. Con simpatia e un pò di invidia.

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Vincenzo busiello

circa 3 anni fa - Link

Sputare non spuntare

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Emanuele

circa 3 anni fa - Link

... e per coerenza Monsieur (il secondo) NON HA CONCESSO il crachoir! Ha detto che non ve n'era alcun bisogno. Gioco, partita, incontro.

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