Quattro fenomeni in bottiglia e un pugno di amici

Quattro fenomeni in bottiglia e un pugno di amici

di Lisa Foletti

“Chi va dicendo in giro
Che odio il mio lavoro
Non sa con quanto amore
Mi dedico al tritolo
È quasi indipendente
Ancora poche ore
Poi gli darò la voce
Il detonatore”
(Il bombarolo, di Fabrizio De André)

Lui è quello delle bombe a mano. Il bombarolo. Ma i suoi ordigni non seminano morte né terrore, bensì piacere ed emozioni.

È l’amico che incontro un paio di volte l’anno – sempre troppo poche – per stappare grandi bottiglie, quel tritolo liquido che proviene direttamente dalla sua cantina.

La generosità dell’amico bombarolo è la mia fortuna. Io che ai tempi d’oro frequentavo solo gli scaffali dei supermercati e deliziavo gli amici universitari a suon di Capsula Viola e Aragosta, oggi non posso far altro che godere della sua lungimiranza e della sua magnanimità.

Le nostre serate prendono sempre una piega un po’ confidenziale, vuoi per le amabili chiacchiere, vuoi per il prezioso nettare che le accompagna: si trascorre qualche ora di romantica astrazione dalla realtà. E mentre con reverenza si stappano e si sorseggiano i mostri sacri, partono i consueti racconti del bombarolo appassionato, che frequenta le vigne più celebri dai tempi delle braghette corte, conosce ogni centimetro e ogni segreto, straripa di aneddoti, e riesce comunque a non farmi sentire inadeguata al cospetto di tanta grandezza. Io mi beo di questo narrare, che rende il nettare nel calice ancora più intrigante.

E mentre scorre piacevolmente la conversazione insieme al vino, si fa strada nella mia testa un pensiero, che diventa poi una domanda, e infine una riflessione: “Ma tu, a parte le grandi bottiglie, ti trovi a stappare qualcosa di meno importante e impegnativo, nel quotidiano?”.

No. Non esiste il quotidiano, esiste solo l’occasione per la grande bevuta. Il piacere di una bottiglia “normale” non è contemplato, solo l’emozione di bottiglie memorabili. È così, l’animo dell’amico bombarolo, innamorato di tutto ciò che è deliziosamente grande e immortale. L’interesse per tutto il resto è semplicemente svanito nel tempo.

“Ecco, Lisa, questo è ciò che ci differenzia: io cerco e conosco solo perle rare e preziose, ormai, mentre tu ogni giorno percorri in lungo e in largo i territori del vino  alla ricerca della bevuta intrigante, ti impegni per conoscere i grandi ma anche per scovare le chicche, ti preoccupi di dar loro il giusto valore e il prezzo corretto. Io non sarei in grado di fare quello che fai tu: resto un semplice bevitore con una passione smisurata”.

È dunque questo il senso del mio lavoro? Con tutte le mie lacune, i vuoti di conoscenza e di esperienza che mi fanno sempre sentire in difetto nei confronti dei bombaroli appassionati, il senso di ciò che faccio è forse in questa mia curiosità, nella sete di conoscenza e di scoperta, insieme allo sforzo di interpretare i desideri e le esigenze altrui per calmare la sete e regalare suggestioni, sempre con un occhio al portafogli e il pensiero ai conti da far quadrare?

Non lo so con certezza, ma il pensiero mi conforta e mi rincuora.

Ad accompagnare queste riflessioni, il Fleurie 2017 di Yvon  Métras, il Bonnes-Mares Grand Cru 2006 di Comte Georges de Vogue, il Saumur Champigny “Les Poyeux” 2006 di Clos Rougeard e il Sassicaia 2015 di Tenuta San Guido. C’era anche un Monprivato “Ca’ d’Morissio” 2006 di Giuseppe Mascarello, ma il tappo ha rovinato irrimediabilmente la bevuta.

Il Fleurie d’apertura m’è parso tanto grintoso quanto scomposto, e le sue sgrammaticature non sono arrivate a toccarmi l’anima. Forse prediligo una lettura del gamay più succosa e confortante.

Il Saumur e il Bonnes-Mares, stappati in contemporanea, mi hanno felicemente confusa in un’alternanza di pugni e carezze: se del primo conoscevo il carattere per averlo bevuto più volte in passato, con il secondo ero ai primi approcci. Da un lato la materia screziata di alloro, sottobosco e pot-pourri, penetrante e scura come lo sguardo di Benicio del Toro, dall’altro la filigrana setosa e lucida, succosa di arancia e piccoli frutti, delicata e intima come il sorriso di Massimo Troisi.

Al Sassicaia 2015 abbiamo dedicato il resto della serata, un tempo più lungo che ha consentito al vino di tirare fuori la sua personalità, congelata da un grado di calore troppo basso: sulle prime è parso duro come un sasso, teso, scontroso, freddo di temperamento come di temperatura. Ma lo scorrere dei minuti e il calore delle mani sulla bottiglia hanno rivelato la sua rotonda maturità di frutto, orlata di tostature e aromaticità di erbe e china, la sua freschezza misurata ma filtrante, la compattezza elegante e sontuosa.

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Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

7 Commenti

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Luca

circa 1 mese fa - Link

Bel post, solo ‘Monprivato Ca’ d’Morissio’ e non ‘Monfortino‘

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Alessandro Morichetti

circa 1 mese fa - Link

Corretto, grazie

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vocativo

circa 1 mese fa - Link

A latere: i problemi di tappo sulle bottiglie di Barolo di Mauro Mascarello non mi sembrano episodici, ahimè. 2 volte mi è capitato con un Monprivato.

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C.A.

circa 1 mese fa - Link

E ritorna la questione dei tappi in sughero. Una bottiglia del genere, preziosissima, costosissima e difficile da reperire. Non è il sassicaia che viene prodotto in oltre 200.000 bottiglie.

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Davide Bruni

circa 1 mese fa - Link

Ma su bottiglie del genere non ti dovrebbero rimborsare in caso di tappo difettoso?

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Haris Papandreou

circa 1 mese fa - Link

Certo che si!! Noi non abbiamo nessuna colpa . Se il tappo e difettoso di TCA il produttore oppure l'enoteca. Per ora ho avuto il cambio della bottiglia solo dai seguenti produttori. Chateaux Margaux bottiglia del 1989 cambio con la stessa annata Krug rose del 2000 Barolo le Vigne Sandrone 1997 - Cambio con annata 2008 Sigalas Nykteri 2010 cambia con annata 2013 Champagne Marguet rose cambio con la stessa bottiglia Tantissimi altre volte il vino non è stato cambiato

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Umberto D

circa 1 mese fa - Link

Se il Sassicaia, lo avrebbero servito coperto, avresti avuto la stessa pazienza? Spesso quando l'aspettativa è alta, cerchiamo a tutti i costi un riscontro e ogni piccolo segnale che esprime piacevolezza, viene amplificato. Incapacità mia da degustatore fessacchiotto, ma nel Sassicaia 2015, non sono riuscito a cogliere un plus rispetto ad altre annate. A parte la 2014. Per l'altra questione posta, la mia domanda è: per i grandi rossi da invecchiamento, il tappo a vite è in grado di garantire quel tipo di evoluzione che il vino sviluppa nella bottiglia con il tappo di sughero? Dico evoluzione e non capacità di mantenere inalterate nel tempo alcune caratteristiche. Sono due cose diverse. Saluti Cordialissimi

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