Quanto vi piace il piccolo è bello

Quanto vi piace il piccolo è bello

di Alessandro Morichetti

[Due giorni fa Tommaso Ciuffoletti parlava di riusare le bottiglie. Oggi invece parliamo di big numbers. Come disse il poeta: “Contengo moltitudini”]

Come avrebbe detto Freud, abbiamo un problema con le dimensioni. Nel dibattito social sul vino, l’elemento torna spesso. Quasi sempre a sproposito ma spesso. Il piccolo è bello piace, appassione, regala autenticità e buona agricoltura. Il grande invece è sinonimo di commercio, business, capitale, malizia o peggio furbizia. Quando si parla di agricoltura e biodinamica, poi, apriti cielo. Fino alle sentenze: è impossibile fare biodinamica quando hai più di XX (numero scelto a caso dal commentatore) ettari.

Ebbene, purtroppo, spiace contestare alle fondamenta questo assunto. Paradossalmente, si sta rivelando più realistico il contrario. Però in giro c’è un potente desiderio di credere alla poesia, alle favole, ad una visione bucolica della campagna, tendenzialmente propria di chi in campagna non c’è mai stato e non sa come funziona.

Io ci sono stato un anno, non so come funziona, ma ho capito bene almeno un paio di cose: sia perché stare in campagna a lavorare attiri così poca gente (è un fatto: in campagna tolti anziani ed extracomunitari – frutta o uva poco cambia – la percentuale di indigeni è bassissima), sia perché la vita di campagna sia così fortemente idealizzata. E io vivo al confine tra città (Alba) e campagna (San Rocco Seno d’Elvio, Barbaresco docg), una campagna ricca perdippiù.

Piccolo molto spesso è bello, bellissimo. Molto umano e molto vero. Se faccio l’esempio di Teobaldo Rivella e sua moglie Maria sù al Montestefano di Barbaresco, appena due ettari, due persone e due vini (prima Barbaresco e Dolcetto d’Alba, ora Barbaresco e Langhe Nebbiolo), abbiamo tutti più o meno chiaro il concetto. Accoglienza spartana, autentica e familiare, no depliant, tutto molto bello. Questo è un caso – ce ne sono tanti altri e qui ne parliamo spesso – ma dimostra poco anzi nulla della tesi che su piccola scala si possa fare una migliore agricoltura.

Non entrerò nella diatriba industriale/artigianale perché ci porterebbe fuori strada con altre decine di interrogativi, parlo solo di visione agricola e dimensioni. Per fare buona agricoltura su qualsiasi scala servono: soldi, tempo, manodopera formata e specializzata, coordinamento generale e supervisione capillare. In presenza di tutti questi elementi puoi fare la miglior agricoltura possibile su qualsiasi scala e che l’agricoltura biodinamica fosse adatta a centinaia/migliaia di ettari insieme non lo dico io, lo ha spiegato e dimostrato concretamente Alex Podolinsky, che della biodinamica è stato un vero pioniere e divulgatore.

Quindi, nessun problema a trovare il bello perlopiù solo nel piccolo ma un po’ di sana logica vorrebbe un po’ di informazioni aggiornate sul resto. Io, da questo punto di vista, mi ritengo un privilegiato perché ho avuto modo di approfondire dall’interno il percorso evolutivo di una grande azienda piemontese che, negli anni, è passata da una gestione convenzionale a una biologica e poi biodinamica su ampia scala – oltre 100 ettari – con annessi e connessi in termini di spese, discussioni/imprecazioni interne, formazione del personale e investimenti (con anche, quindi, il potersi permettere di sbagliare e sprecare soldi, cosa che ai piccoli non è concessa).

L’azienda è Ceretto e se volete approfondire davvero di agricoltura – ammesso che davvero vi interessi così tanto l’argomento, oltre la possibilità di parlarne sui social intendo – venite ad Alba, salite a San Cassiano e prendete appuntamento con Alessandro Ceretto o Gianluigi Marengo o Davide Pellizzari. Sarà una ottima scuola di formazione superiore per le vostre convinzioni e mi direte grazie.

[Foto: Rete Contadina]

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

12 Commenti

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Nicola micheletti

circa 2 mesi fa - Link

A mio parere le piccole dimensioni premiano spesso una agricoltura di qualità perché, come detto esplicitamente nell’articolo, rendono possibile la presenza necessaria di “manodopera formata e specializzata, coordinamento generale e supervisione capillare” (oltre che in genere altamente motivata), caratteristiche più facili da mantenere efficenti e operative in un piccolo contesto, spesso riferibile a una conduzione familiare. Le caratteristiche citate si applicano molto bene infatti a un modello “artigianale”’ di produzione che, per definizione , è sempre stato un modello di produzione limitata. Se è vero che tutte queste cose sono effettivamente replicabili su grande scala, avendone la disponibilità economica, credo che poi concretamente sia difficile avere una grande cantina che riesce a farlo in maniera duratura e continuativa: i grandi numeri e dimensioni infatti spesso tendono a produrre economie e produzioni di scala. Detto questo fa molto piacere sapere che ci sono delle ottime eccezioni! Forse (parere mio) andrebbero segnalate in maniera ancora più eclatante delle buone e piccole cantine (che spesso sono difficilmente reperibili sul mercato).

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Alessandro Morichetti

circa 2 mesi fa - Link

Concordo praticamente in toto. Mi premeva infatti mettere in discussione quel modello per cui i buoni e bravi stanno da una parte (e sono piccoli) mentre gli avidi stanno da quell'altra: è una prospettiva spesso figlia di pregiudizio e disinformazione, molto più spesso di quanto si creda.

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Maurizio

circa 2 mesi fa - Link

In realtà se faccio mente locale, molte tra le prime aziende certificate biodinamiche nel vino, sia in Francia che in Italia, sono tutto fuorché piccole (sopra i 10 ettari per capirci)

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Federico

circa 2 mesi fa - Link

La mia opinione, per esperienza personale, è che sia esattamente il contrario.
Solo la "grandezza" ti da quella cognizione di complessità e di molteplicità di variabili che valorizzano la necessità di personale altamente qualificato.
Lasciando perdere per n attimo gli HA, Una cosa è avere 1 vigneto di Nero D'Avola ed una cosa è averne 10 in 5 pedoclimi differenti.
Morichetti ha ragione, non bisogna entrare nella diatriba dell'artigianalità e qui abbiamo anche poco a che fare con la qualità del vino. La realtà è che molto spesso "il grande" ha l'approccio alla conoscenza ed alla gestione più corretto e quindi la competenza del personale è un fattore CRUCIALE per far bene il proprio lavoro.

Ora io non conosco i dati, ma scommetto che se li andiamo ad analizzare, le grandi cantine avranno sempre gli stessi operai, magari in numero maggiore, e si preoccuperanno di trasferire l'esperienza e la conoscenza tra un contadino ed un altro. Cosa che magari il piccolo non fa, ma semplicemente perché non ne ha così bisogno.

Riguardo le conduzioni (biologico, biodinamico, convenzionale), sono sempre protocolli, sicuramente il biologico (nota. il biodinamico certificato ha come BASE il biologico), io personalmente non vedo tutta questa differenza tra 1 e 100ha. Anzi, qui biologico/biodinamico hanno proprio aiutato grandi aziende a rimettersi in riga, proprio perchè non puoi "sgarrare" altrimenti conti i grappoli morti in vigna, problema che con il convenzionale/sistemico non hai.

Riguardo le produzioni e le economie di scala, personalmente non capisco dove sia il problema, se un trattore lo guida una persona per 6 ore... oppure lo stesso trattore lo guidano due persone per 12 ore...

La realtà sapete qual è? E' che le cantine grandi vanno misurate sui vini "piccoli", quelli base, quelli che costano poco non perchè valgono poco, ma perchè c'è l'economia di scala ad aiutare l'imprenditore ad abbassare i prezzi. Il piccolo lo stesso vino (ma non è colpa sua, ci mancherebbe), deve fartelo pagare il doppio, perchè lui lo stesso trattore lo usa una volta sola.

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Stefano Lorenzi

circa 2 mesi fa - Link

Grazie dell' articolo sicuramente interessante.
Mi permetto un paio di riflessioni: sicuramemte quello che ha detto riguardo a cosa serve per " lavorare pulito e bene" e' santa verita' bisogna pero' fare una considerazione che per il " piccolo" puo' bastare fare qualche ora in piu' al giorno o stare piu' attento su alcuni aspetti il " grosso" deve strutturare diversamente le cose e a volte non sono economicamente sostenibili per la struttura che ha.
La seconda riflessione e' sul fatto che spesso il piccolo vive dove coltiva e lavora e ci tiene alla pulizia in tutti i sensi conosce il valore vero di un territorio e non ha da rendere conto a nessun azionista o fondo di investimento.
Credo che chi ama il piccolo non lo fa solo per poesia, ma anche perche' forse si e' preso la briga sia di visitare i piccoli e i grandi e percentualmente ha valutato delle cose e si e' fatto un idea.
Non sempre le cose piacciono per moda o sentito dire.
E non vale solo nel vino.
In ultimo mi sento di aggiungere che a me fanno piu' " paura" le dimensioni mezzane piu' che grande o piccolo.
Ovvero qielle aziende che erano piccole e per successo repentino stanno crescendo velocemente o viceversa quelle che decrescono velocemente...ecco quelle situazioni mi mettono piu' " ansia" se consideriamo possibili " scorciatoie" piu' o meno salubri in cantina o campagna.

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Rolando

circa 2 mesi fa - Link

Credo che piccolo è bello a seconda di chi guarda, ossia a seconda del mercato che si vuole raggiungere. Se la cantina vuole puntare sul suo patrimonio (quindi territorio, tradizione, artigianalità), dovrebbe seguire questa linea, adeguarsi per l'accoglienza in azienda, farsi conoscere dal turista (tedesco, californiano, svedese, ...) ed entrare nei circuiti turistici. Essere piccoli e competere in un mercato enorme è difficile, non tutti sono Rivella (o nome a piacere noto ai wine lovers).

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Stefano

circa 2 mesi fa - Link

Secondo me l'articolo avrebbe dovuto intitolarsi piccolo e' meglio (intendendo, come hai poi specificato, anche la bravura in una conduzione agricola virtuosa). Concordo nei contenuti e aggiungerei che molta confusione risulta dalla generale mancanza di competenze nel settore (problema tra l'altro diffuso in molti altri) e quindi dall'incapacita' di distinuguire la professionalità a prescindere dalle dimensioni.

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Sancho P

circa 2 mesi fa - Link

L'ideologia del" piccolo è bello" è stata il mantra che ha accompagnato la scelta di far camminare il capitalismo di casa nostra sulle gambe della piccola e media impresa, spesso con l'ausilio della svalutazione della lira per sostenere le esportazioni. Oggi che giganti di dimensioni continentali sono entrati nel mercato mondiale, l'assenza di quelli che i francesi chiamano "campioni nazionali" pesa come un macigno. Parlo soprattutto del settore industriale, ma non si può negare, che grande significhi alta produttività, economie di scala, qualità diffusa, copertura del mercato nazionale, reperibilità dei prodotti.
Poi dipende da quello che si vuol fare, ma sarebbe ridicolo pensare che i grandi vini li producano solo piccoli produttori. L'esempio dei Ceretto, che dal Dolcetto al Bricco Rocche non sbagliano un vino, è calzante, ma si potrebbero citare Col D'Orcia, S.Michel Eppan, Masciarelli, Ferrari, Librandi, Nino Negri, Masi, Mastroberardino e tantissimi altri.

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Nic Marsél

circa 2 mesi fa - Link

Magari non è necessariamente bello ma se un piccolo fa una porcata i danni sono relativi, da qualsiasi punto di vista.

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Damiano

circa 2 mesi fa - Link

Soprattutto i danni se li paga lui

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Nelle Nuvole

circa 2 mesi fa - Link

Cos'è il BELLO? In questo caso mi sembra sia considerato tutto ciò che si presenta anche Buono, Puro, Pulito, Etico e allo stesso tempo "Di successo", perché nessun fallimento - piccolo, medio o grande - è mai considerato "bello". Dato un significato più preciso al termine, si può trovare spazio di attenzione per le produzioni di aziende minuscole o grandissime, persino multiple nella loro espansione. Dal mio punto di vista noi mediamente coGnoscenti cerchiamo "il piccolo" perché questo non ci spaventa e la vulgata - spesso ma non sempre veritiera - della conseguente correttezza etica ci rassicura nella scelta. Ho letto commenti molto articolati che condivido, soprattutto quello di Sancho P. Infine, - non è la prima volta che mi esprimo a riguardo - la parola "commercio" è di nuovo tacciata di negatività (Moricchia, lo so che lo hai fatto apposta per provocare, e comunque questo tuo pezzo è molto bello, buono e giusto), perché? Se non esistesse il commercio i produttori di vino, di qualsiasi dimensione, si sarebbero estinti da un pezzo.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 mesi fa - Link

Vivo a Montalcino, che è una terra dove convivono produttori minuscoli, piccoli, medi e grandi, e li conosco quasi tutti. Qui direi che è difficile fissare una regola, l'igiene e la qualità dei processi è ampiamente trasversale, così come lo è la cialtroneria. Dipende dalla persona, se il titolare ci mette del suo ed è capace funziona tutto, se no cippa. Da quel che vedo in Chianti e in Maremma, le altre zone dove lavoro, è esattamente lo stesso. Se una regola c'ha da essere direi "conosci l'uomo", è l'unica affidabile.

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