Patagonia, il pinot noir della terra dei dinosauri

Patagonia, il pinot noir della terra dei dinosauri

di Salvatore Agusta

Nella consapevolezza di non saper abbastanza riguardo alle infinite declinazioni dei pinot noir presenti nel globo, qualche mese fa mi sono chiesto se fosse stato possibile fare il giro del mondo attraverso una varietà. Così, preso dalla curiosità, ho deciso di comprare quanti più pinot noir possibili, tutti provenienti da diverse aree del pianeta.

Partendo dalla Borgogna che, doverosamente, ho considerato inizio del mio viaggio virtuale, bicchiere dopo bicchiere, mi sono recato in Nuova Zelanda (Awatere Valley, Marlborough), in Tasmania (Tamar Valley), nel Sud Africa (Walker bay) e così via passando ancora per Willamette valley in Oregon sino a raggiungere una terra quasi mistica, la Patagonia.

Ed è proprio di questa che oggi voglio scrivere.

L’Argentina rappresenta uno dei paesi emergenti nel settore vitivinicolo, non lo scoprirete certo grazie a me. Moltissimi la identificano, insieme al Cile, come il paradiso della vite, viste le sue fenomenali condizioni climatiche e il suolo tendenzialmente arido e scarso di nutrienti. La Patagonia, regione più a sud dell’Argentina, si trova nella parte più bassa dell’emisfero australe. Questa è la terra di Alice nel paese delle meraviglie poiché tutto è il contrario di ciò che è (Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è non sarebbe e ciò che non è sarebbe!).

Infatti qui l’estate inizia verso dicembre, il sud è più freddo del nord e volgendo lo sguardo verso l’alto, il cielo sembra essere un po’ più vicino alla terra che quasi lo tocchi con un dito.

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La provincia di Neuquén, che si trova precisamente nel nord-ovest della Patagonia argentina, possiede un tesoro misterioso ed imperscrutabile. Le sue terre sono state infatti scenari di scoperte paleontologiche molto importanti: milioni di anni fa questa zona venne abitata dai dinosauri più grandi del pianeta.

In questo luogo a dir poco fantastico la famiglia Schroeder, molti anni addietro, decise di cimentarsi nell’ardua sfida della coltivazione dell’uva, creando quella che oggi è una bellissima realtà aziendale. Sorrido pensando che originariamente gli Schroeder erano degli imprenditori attivi nel campo delle comunicazioni e, per qualche motivo, la cosa mi ha portato ad immaginare una Italia dove Silvio Berlusconi appende al chiodo i telecomandi di Mediaset e decide di dedicare anima e corpo alla viticoltura piuttosto che alla politica. Fedele Confalonieri perfetto cantiniere, Pier Silvio all’export e Barbara addetta alle visite, non fa una piega.

Ritornando all’azienda, tra i molteplici vini che la famiglia  produce, a parer mio un posto speciale va riservato alla linea Saurus Select.

Il nome deriva dal fatto che al tempo della costruzione della cantina, che per altro mostra un design ecosostenibile, vennero ritrovati importantissimi resti di fossili di dinosauri. Colpita da tale ritrovamento, la famiglia Schroeder decise di comune accordo di rendere omaggio ai passati abitanti di quella terra, dedicando loro non solo un museo dove poterne ammirare i resti, ma anche una intera linea di vini.

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Le vigne, situate a sud-ovest, presentano un terreno arido e ricco di pietre; lo sbalzo termico tra il giorno e la notte, unitamente ai venti freddi che provengono dall’oceano, permettono un perfetto equilibrio tra la maturazione fenolica e tecnologica dell’uva. Saurus Select pinot noir è un vino molto elegante con sentori di petali di rosa e frutta rossa.

L’assemblaggio avviene in cisterne d’acciaio, dopo che parte del vino, appena il 40%, affina per 12 mesi in barrique di rovere americano.

Quello che colpisce di più è la estrema intensità degli aromi che accompagnati dalle lievi note di vaniglia e cacao si presentano nel complesso estremamente bilanciati. Sarà per via dei tannini freschi o per la moderata acidità ma il vino risulta succoso e persistente. Il colore è abbastanza intenso sia perché non viene praticato nessun processo di filtrazione sia perché a queste latitudini il pinot noir sembra produrre un po’ più di antociani.

Certo, la morte sua sarebbe stato l’abbinamento con un cordero patagonico (dicesi cordero patagonico il tipico agnellone della Patagonia, aperto, schiacciato e crocifisso su due pali infissi a terra accanto ad un falò) ma quello, è rimasto solo un desiderio.

 

8 Commenti

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daniele cernilli

circa 3 settimane fa - Link

Mi permetto di segnalarle anche la zona di Santa Rita, a nord ovest di Santa Barbara, dove ci sono alcuni significativi produttori di Pinot Nero, come Sanford, Babcock, e soprattutto Paul Lato.

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graziano

circa 3 settimane fa - Link

antociani evoluti dal cretaceo creano corpo e grassezza nel Pinot noir patagoniano. Bellissimo,  ma lascia stare il berlusca per favore che già ne abbiamo abbastanza del baffetto malefico che fa vino. Anche se il sig. mi consenta ha già diversi galoppini tira p. che fanno vino per lui.

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Salvatore Agusta

circa 3 settimane fa - Link

ahahahahaha

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Alvaro pavan

circa 3 settimane fa - Link

Maturità tecnologica...? Lapsus freudiano?

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Gianluca Zucco

circa 3 settimane fa - Link

Nel caso in cui non abbia ancora provato qualche cileno, ti consiglierei il Cenizas de Laberinto, proveniente dalla zona di Cordigliera della regione del Maule.
Le ceneri (cenizas) si riferiscono ai resti vulcanici molto abbondanti. Il paio di annate fin qui provate ('13 e '14) si sono dimostrate assolutamente incantevoli in termini di eleganza e complessità.

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Salvatore Agusta

circa 3 settimane fa - Link

L'enologo si chiama Rafael Tirado, l'ho conosciuto qui a NYC.
Anche quello è un ottimo esemplare, grazie per averlo menzionato

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daniele cernilli

circa 2 settimane fa - Link

A proposito, e "mi consenta" vista la citazione che fa, l'affinamento è anaerobico, la maturazione è aerobica. Per cui la dizione esatta è "maturazione" in barrique, e non affinamento.

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Motown

circa 3 settimane fa - Link

Segnalo, a chi non la conoscesse, Bodega Chacra. Fondata nella Patagonia argentina da Piero Incisa della Rocchetta, produce 5 vini biodinamci tutti da pinot noir, tra cui anche un rosé. Ho personalmente provato solo il Barda, un "entry level" da 25 dollari (!). , in veritá molto buono, anche se un po' troppo "nuovomondista". Dicono che i single vineyard siano eccezionali, non ho avuto ancora il piacere, ma francamente, con tutto il rispetto per Mr. Sassicaia e per la Patagonia, a quelle cifre (sugli 80 euro) preferisco un Gevrey Chambertin....

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