Parigi, guida alla bellezza che era e a quella che sarà

Parigi, guida alla bellezza che era e a quella che sarà

di Samantha Vitaletti e Emanuele Giannone

«La bellezza è la somma di tutte le parti messe insieme, in maniera tale che non è necessario aggiungere né togliere niente, né alterare.» (Leon Battista Alberti)

Que votre Dieu, quel qu’il soit, vous bénisse dans votre zone. Rouge ou orange ou quelle qu’elle soit.

Quanto segue è antiquariato futuribile dalla Francia di poco fa. Oggi è oggi, siamo chiusi e fa strano guardare indietro a poco tempo fa, quando eravamo ancora aperti. Guardare indietro e lenire col balsamo della memoria. Era solo due mesi fa e ancora si viaggiava, il tempo correva veloce, si celiava in libertà, tutti impreparati al blocco. Prima che poco o nulla del nostro vivere aperti fosse più dato, noi eravamo a Parigi e non pensavamo a file e annona, eravamo occupati a cogliere il tratto comune tra Parigi e Roma. Com’erano in quei giorni e come dovranno tornare a essere. Coglievamo di Parigi soprattutto il piacere di chi l’aveva vissuta prima, mandando a memoria i nomi di quelli di prima, dei passages e dei caffè, di musei e cabaret; i nomi di chi ne aveva scritto e suonato e dipinto.

Il tratto comune di Parigi e Roma è una bellezza che descrive infinità: infinità di monumenti e documenti insigni o sconosciuti. Infinità di gesti e tracce, fiori del male e del bene, tutti buoni per il nostro miele di curiosi. Prima e più degli eccelsi, prima di Gauguin e Toulouse-Lautrec all’Orsay, di Molière e Proust al Père Lachaise, di Notre-Dame e il Sacro Cuore, dei bouquinistes e di Daniele Gatti che tempo fa successe a Kurt Masur alla direzione dell’Orchestra Nazionale. Parigi e Roma sono fatte per un passatempo che è al contempo un lavoro tra i più negletti qui da noi, trai  più rispettati là da loro: Febvre, Bloch, Pirenne, Le Goff.

Seguire le orme e i segni, interrogarli, giocare alla storiografia, noi vermi della Storia; o fare gli storiografi sul serio, pescando ovunque capiti, affidarsi ai fatti e ai non-fatti, alle voci e alle fantasie. Forse è questo il dono più bello che una città possa fare. Per Parigi sono tanti a insegnarlo in piccoli e grandi capolavori. Michele Mari, per citarne uno (1). O Furet. O Duby.

«La storia si fa con i documenti scritti, certamente. Quando esistono. Ma la si può fare, la si deve fare senza documenti scritti se non ce ne sono. Con tutto ciò che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per produrre il suo miele se gli mancano i fiori consueti. Quindi con delle parole. Dei segni. Dei paesaggi e delle tegole. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro. Con le perizie su pietre fatte dai geologi e con le analisi di metalli fatte dai chimici. Insomma, con tutto ciò che, appartenendo all’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, dimostra la presenza, l’attività, i gusti, e i modi di essere dell’uomo.» (2)

L’uomo è tutto questo. Il bello è tutto quanto gli è appartenuto nel passato e che noi accogliamo nel nostro tempo. La bellezza di Parigi è passato e presente che convivono in una trama, un gomitolo con mille capi, una boule piena di biglietti della lotteria. È tutto ciò che dimostra la presenza, l’attività, i gusti e i modi di essere dell’uomo, quindi splende da vecchie stoviglie e posate della vecchia trattoria sull’Île de la Cité. Da calici di cristallo capaci di essere sfacciatamente démodé e al contempo incredibilmente giusti. Da coltelli d’argento che rimandano a Babette e a Maria Antonietta. Da piatti di porcellana a fiori col bordo dorato nati per accogliere coquilles Saint-Jacques turgide e saporite.

 

Da tovaglie ricamate a mano di dumasiana memoria, col buio fuori dalle finestrine a quadri, illuminato solo dalla luce della luna resa iridescente e slavata dalla pioggia lieve. La bellezza a Parigi è storica, antica e attuale. Il bello le appartiene nelle bière pression a Saint Germain di sera, assistendo involontariamente a ridanciani abbordaggi adolescenziali – con appendice di bacio saffico che molto basito e affranto un ragazzo abbordante lasciò, basito al punto che subito affranto la scena abbandonò – e nel muro dei ti amo (le mur des je t’aime, a Montmartre), innocuo per ponti e cancellate, comparso sette anni prima del fastidioso lucchettovirus propagato da Moccia, questo, sì, mortifero per ponti e cancellate (3).

Il bello le appartiene nei capannelli fuori dalle carnezzerie mediorientali. Nelle kippot e nei payot in precipitosa uscita dai portoni del Marais. Il bello è abbandonarsi al sottofondo caotico di voci, cerimonie, querimonie, contumelie. Belle sono le vecchie Peugeot, le vecchie Renault, le vecchie Citroën sul Quai Citroën che incrocia il Ponte Mirabeau, sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna, venga la notte suoni l’ora, i giorni se ne vanno io rimango. (4) Bellezza è l’angelo al 57, Rue de Turbigo. Il fallo al 29, Avenue Rapp. Eloisa e Abelardo al 9, Quai aux Fleurs, e al Père Lachaise. La bellezza è la stazione di posta che poi diventa Académie Vassilieff e poi ancora atelier e ostello per artisti squattrinati al 21, Avenue du Maine (5).

Bellezza è nel soffitto da cui penzolano cartoncini che fanno le veci del menù con tanto di immagini esplicative dei vari carpacci, delle profumate zuppe di mare, dei coquillage variopinti, di versatili uova pronte a ogni trasformazione e travestimento. Sono talmente belli, qui all’Avant Comptoire de la Mer, questi cartoncini, che fanno sembrare i lampadari di Versailles chincaglieria da marché aux puces. La bellezza all’Avant Comptoire passa anche per le papille gustative, per il naso e per il tatto. Almeno una dozzina di ostriche di diversa specie e provenienza, servite con salsicciotti a mo’ di sorbetto, fanno avanti e indietro tra un sorso di vino e un boccone sul bancone disordinato e così accogliente proprio perché abitato.

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Non c’è verso neanche per noi che l’ostrica va servita in un unico modo: aperta. La tentazione di addentare quella al Bloody Mary è irresistibile, indescrivibile la goduria dopo averle ceduto.

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Posti dove si va e dove, inevitabilmente, si torna. A distanza di ventiquattr’ore. Il richiamo dei cartoncini penzolanti è come quello delle Sirene per Ulisse, solo che noi non tiriamo dritto, ci lasciamo felicemente sopraffare dalle vetrine frigo trasparenti e brillanti che contengono tanto ben di Dio, tutto disponibile au verre. Bianchi, rosati, rossi, bollicine dure, pure e irriducibili, bollicine indecise e un po’ timide, bollicine grasse e badiali. Anche qui la stoviglia desta meraviglia: il calice proposto è di un solo tipo, per capirci, la forma è quella del bicchiere da cognac ma grande cinque volte.

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Durante le due lunghe soste-ristoro trascorse appollaiati a questo bancone abbiamo assaggiato di tutto un po’, per non far torto a nessuno e per soddisfare – letteralmente, in questo caso – la sete di conoscenza. Una passeggiata tra le gradazioni di marrone e verde bosco del Saumur Champigny Lydie et Thierry Chancelle, poi un’immersione nel neon rosso del frutto squillante del Morgon Granitic e nello spessore dell’Authentic, entrambi di Fabien Forest.

Poi ci colpisce il sosia di Beppe Grillo tratteggiato in etichetta e chiediamo un calice di After Tracteur, grenache noir in purezza del Domaine de la Cavalière, che a tutto fa pensare tranne a Beppe Grillo.

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Sempre grazie all’attraente etichetta che raffigura due asini, segue dello stesso Domaine un calice di Les Anes, syrah e grenache. Due vini, questi ultimi, sinceri, grezzi nel miglior senso del termine, senza ammiccamenti, diretti e rassicuranti come una pacca sulla spalla, più serio e profondo il primo, più giocoso e scanzonato il secondo. L’apice del piacere all’Avant Comptoir de la Mer arriva dopo aver puntato il dito verso uno dei cartoncini magici: uova di aringa su uovo à la coque.

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Solo di poco sotto, ma sempre sul podio, arriva la tartare di tonno con fragola, grano saraceno e coriandolo. Quindi, per concludere la merenda nella maniera più degna possibile, seppie, quinoa, limone, menta e olive. Usciti ancora sulle nostre gambe da questo paradiso del sognatore – non si è ancora capito come – finiamo al civico accanto: l’Avant comptoire de la Terre. Stessa filosofia, stessi cartoncini di Versailles, stesse vetrine delle meraviglie traboccanti di vini, solo il tema portante è un altro: la carne.

Qui si susseguono ciotole di coda alla vaccinara in francese che sembrano tiramisù con spolverate di cacao, tartare di ogni animale, trionfi di salsicce, festival della gallina e dell’animale da cortile. E si chiacchiera con uno dei ragazzi al bancone, quello che ci aveva accalappiati: «Di là siamo più simpatici». Un franco-veneto che ci regala un segreto: la formula magica per ricordare i cru del Beaujolais. Come siamo arrivati a parlare dei cru del Beaujolais mentre bevevamo uno champagne, nescimus. Comunque, la frase magica per ricordare i cru è questa: Souvant Je Cherche Mon Frère Chez Ma Respectable Cousine Bernadette, dove le iniziali di ogni parola corrispondono a: Saint-Amour, Juliénas, Chénas, Moulin-à-Vent, Fleurie, Chiroubles, Morgon, Régnié, Côte de Brouilly, Brouilly. PS – Pour cette recommandation nous remercions notre collègue rédactrice temporaire à Paris, Angela Mion, che ne aveva scritto qui.

«La bellezza non sta né dentro né fuori, sta nell’aria che ti circonda.» (Coco Chanel)

Il mondo è la nostra verifica, disse uno.

Verifichiamo. Parigi è piena di bellezza. Città ideale per chi dimentica a casa le guide e ha la testa a passeggio fra le nuvole e gli occhi e lo stomaco sempre spalancati. A Parigi si può ammirare o anche aggirare la Tour Eiffel coi suoi affollati aneurismi di turismi massivi e dedicarsi alle torri molto più belle di poeti e pittori e cantanti. Alla voce della città che sale nell’aria. O su una tela. O sulla carta (6):

Schermata 2020-06-11 alle 10.04.08Verifichiamo. A Parigi si può facilmente sabotare dieta e orologio, soggiacere al richiamo della gola fermandosi dove, quando e quanto a lungo piace, assistiti dal risvolto prestazionale della flânerie: il contapassi che ci gratifica di elogi per i chilometri macinati e le calorie dismesse, le stesse che poi alacremente reintegreremo. Il programma di allenamento parte sempre con sveglia lenta e stretching con croissant, dopodiché deraglia sempre in un fuori programma. Si può deragliare guardando gli occhi gemelli di Saint-Germain-l’Auxerrois e del municipio del I Arrondissement, puntando poi senza fretta all’iconostasi di Saint-Julien-le-Pauvre, cambiando idea in corsa per andare a vedere Place des Vosges, stazionando lungo tutto il caotico percorso per ostriche, coquillages, stufati, salsicce, birra e vino.

Siamo stati fortunati. Era poco fa. Appena in tempo.

Verifichiamo. La bellezza era a portata di mano. Era trascorrere qualche ora al Museo de la Gare d’Orsay dopo averlo raggiunto perdendosi a piedi tra vicoli, vetrine di antiquari, comignoli color della cenere svettanti nel cielo turchese delle mattine d’inverno. Era perdersi, passeggiare. Era toi qui marches dans le vent / Seul dans la trop grande ville (7). La Gare d’Orsay è uno di quei posti da cui non esci come sei entrato. Ne parli davanti a una Leffe al tavolino di un anonimo bar vista pompe funebri all’uscita del Père Lachaise dove ti sei fottuto tutto il bonus tempo alla ricerca della tomba di Jim Morrison, attaccato allo schermo dello smartphone che continua a ripetere ricalcolo sotto gli occhi giustamente divertiti delle informali guide locali ormai quasi disoccupate per colpa di Google Maps. Però lungo il cammino trovi Asturias, Molière, Chabrol, Petrucciani, Chopin, Becaud, Abelardo e Eloisa…

Verifichiamo. La bellezza poteva mostrarsi anche a una stazione della metro. Quando scendono tutti i passeggeri arrivati al capolinea. Tutti tranne uno che è Pascal. Pascal dev’essere un habitué di quella linea. Uno che fa avanti e indietro per scaldarsi, la valigia logora tra le gambe e capita che si addormenti e non senta lo scampanellio che annuncia la fine della corsa. In quella stazione lo conoscono tutti, lo chiamano per nome e se ne prendono cura. Lo svegliano con delicatezza, lo accompagnano fuori, lo seguono con lo sguardo malinconico mentre lui si trascina via senza dire una parola. Pascal, dans la ville tu promènes ton ballant (8). Tornerà anche Pascal. Ma oggi, chissà dove sono, lui e la sua valigia…

Verificammo che la bellezza è una finestra illuminata, le imposte bianche spalancate verso i fumi serali della Senna, scaffali colmi di libri a incorniciare una stanza spoglia, piena solo di vapori del fiume, di libri e di luce. Verificammo da vecchie locandine che Art Blakey aveva suonato nel 1958 all’Olympia e non fu un concerto qualunque. Hard bop at its best, dicono. E poi che l’ascesa al Sacro Cuore non è difficile, la sfida è semmai trovare un locale dove non si venga assaliti da più di due ritrattisti. Lo trovammo: La Bonne Franquette, sede degli uffici della République de Montmartre, sotto gli auspici della Commanderie du Clos Montmartre che gestisce il vigneto locale, 0,1 ha per tre quarti a gamay e pinot nero e il resto a bianche. A Montmartre il vizio lo coltivano anche i pompieri della Rue Blanche che fanno un vino prescindibile ma in compenso una gran festa per la vendemmia.

Raggiungemmo il nostro tavolino allo Chateubriand. Un bel bistrot. Ha una stella Michelin ma è, a tutti gli effetti, un bistrot. Divertente, strapieno di gente, con un menu fisso che non è proprio quello della rosticceria sotto casa. Carta dei vini, anzi, lavagna, natural-oriented, comme il faut. Non ne parliamo più diffusamente perché l’hanno già fatto mirabilmente altri parigini dei nostri.

La bellezza era starsene seduti al tavolo di un delizioso posto funky-chic come la Goguette sorseggiando pinot nero alsaziano e mangiando sfilacci di maiale nel loro brodo. Valore aggiunto? Almeno due: la gentilezza sincera, per niente affettata della sala e lo sguardo a perdersi sulla piazza antistante attraverso la vetrata cristallina. A interrompere la continuità tra l’occhio e gli alberi più in fondo c’è solo una panchina, occupata da due amanti. Che fa tanto Parigi, che fa bello, un po’ Louis Malle e un po’ Prévert.  «Chiedete al rospo cos’è la bellezza e vi risponderà che è la femmina del rospo.» (Voltaire). Non a caso, essere “en goguette” significa essere in giro a spassarsela.

La bellezza era proprio essere in giro a spassarsela, passeggiare senza meta, allungare il collo per sbirciare dietro i portoni socchiusi e leggere le insegne sbiadite delle vecchie botteghe immaginando come fossero cinquant’anni fa. Era stropicciarsi gli occhi davanti alle orge di colori dei murales. Era nei viali alberati e nei vicoli stretti, nelle mille luci che facevano risplendere la notte della Mairie e le candele che rischiaravano le piccole vinerie. Era il profumo della città dopo la pioggia e quello degli incensi appena aspersi. «Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, Bellezza?» (Baudelaire).

La bellezza che sarà.

È già scritto altrove: ha senso scrivere, in questo momento? No. Forse sì, a una condizione: «… la buriana che imperversa ha fatto saltare la sintassi. Destrutturato. Infettato anche la pragmatica. […] Così sia. Torniamo al lessico e all’ortografia. Bastano quelli. Basta così». Aboliamo le strutture. Ricerchiamo il senso, non l’effetto o l’ordine. Il senso ci sarà indispensabile. Per tornare a saper parlare.

Note sparse.

L’Avant-Comptoir de La Mer + L’Avant-Comptoir de La Terre, 3 Carrefour de l’Odéon, 75006 Paris. Hic biberamus optime: AOC Saumur Champigny 2018 Lyde et Thierry Chancelle; AOC Beaujolais Blanc 2018 G. Descombes; AOC Cheverny “La Charbonnerie” 2018 Dom. Philippe Tessier; AOC Côtes du Rhône Blanc “Carlina” 2018 Dom. La Ferme Saint-Martin; AOC Jurançon Sec “Cuvade Préciouse” 2018 Domaine Montesquiou; VdF “After Tracteur” 2018 Domaine de la Cavalière; VdF “Les Anes” 2018 Domaine de la Cavalière; AOC Beaujolais-Villages “Authentic” 2019 Fabien Forest; AOC Beaujolais-Villages “Granitic” 2019 Fabien Forest; AOC Régnié “les Forchets” 2016 Jerôme Paris; AOC Cheverny “Point Nommé” 2018 Domaine Philippe Tessier. Il Jurançon épaulé una spalla e una spanna sopra gli altri.

Goguette, 108 Rue Amelot, 75011 Paris. A parte quanto già detto, cioè che il posto è bello e accogliente, la carta dei vini imponente, il servizio accudente, loro hanno vinto già col nome. Il termine Goguette indica storicamente tanto le libere società (e segrete) di cantori presso le quali, dai primi dell’Ottocento, si componevano testi polemici o politici su melodie popolari, quanto i loro canti frondisti contro il Governo e la Chiesa. Le Goguettes furono una culla dell’anarchismo francese del XIX secolo e lasciarono, col loro successivo declino, l’eredità di un repertorio ampio e tuttora coltivato.

La Bonne Franquette, angolo 2 rue des Saules / 18 rue Saint Rustique, Paris (Montmartre). Dici: “Che vuoi che siano mai un’insalata e un tagliere?”. Ti spieghiamo: la Salade Périgourdine è una misticanza con petto d’anatra affumicato, foie gras e noci; l’assiette de charcuterie è varia, abbondante e annovera un memorabile saucisson pistaché oltre a un robusto assaggio di terrina. Olè: contento? Se hai fortuna e il tempo è clemente, da un tavolo nel dehors hai anche uno scorcio dall’alto che esalta le tue velleità di pittore. Niente di meglio per uno spuntino alla buona. Non a caso, à la bonne franquette significa alla buona.

Le Chateaubriand, 129 avenue Parmentier, 75011 Paris. La lavagna la dice lunga su orientamento e selezione. La scelta – suggerita e azzeccata – a tutto pasto era per noi una novità: lo spumante Mauzac Nature 2017 Domaine Plageoles.

Au Vieux Paris d’Arcole, 24 Rue Chanoinesse, 75004 Paris (Île de la Cité). È il posto delle vecchie stoviglie e posate, dei calici démodé, dei damaschi rossi e dei piatti di porcellana a fiori col bordo dorato. Un salto in un passato che vive e non di banale imitazione. Il vino: AOC Bourgogne Hautes-Côtes de Nuits 2017 Dom. G. Roblot-Marchand & Fils.

Café Panis, 21 Quai Montebello, 75005 Paris (di fronte a Notre-Dame al di là del fiume). O Maison Panis, come recita l’insegna all’ingresso. Colazione tardiva con visione stereoscopica su Notre-Dame e robusti filetti, brasati e bistecche, apparecchiati con frites maison per la fame precoce di impiegati bancari avvocati architetti eccetera. Il profumo invoglia ma il grande orologio della casa mangia i quarti verso l’ora dell’addio. E allora, che almeno colazione sia: il croissant è un cornetto in scala 3:1, fragrante e buonissimo, non un semplice burro in stampa in 3D; buonissime le confetture, generosa la dose di spremuta (altrove omeopatica), sorridente il servizio (qui non sempre è così). Prezzo equo, senza speculare sull’affaccio nobile.

Shakespeare and Company, 37 rue de la Bûcherie, 75005 Paris. Libreria, libreria antiquaria e caffè. Dal 1951, quando George Whitman aprì sotto l’insegna Le Mistral, è un’istituzione della Rive Gauche e punto d’incontro di lettori e scrittori anglofoni. Il cambio di nome data al 1964 ed è un omaggio a Sylvia Beach, fondatrice nel 1919 dell’originale S&C al 12 di rue de l’Odéon e padrona di casa per ospiti fissi quali Hemingway, Joyce, Pound, Eliot, Stein, Fitzgerald e molti altri francesi.

Oltre al nome, Whitman raccolse il testimone e fece della nuova S&C un riferimento per expats e non già affermati o in via di affermazione (Ginsberg, Burroughs, Anaïs Nin, Cortázar, Miller, Ethan Hawke, Aronofsky, Geoffrey Rush tra gli altri). Dal 2003 la libreria organizza festival e premi letterari; da sempre cura un programma fittissimo di letture e dibattiti. Da qui mi è arrivata in regalo una delle gioie di questi tempi d’autoisolamento.

  1. Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffel, 2002 Einaudi. Una meraviglia per i cultori di storie fantastiche, scacchi, Parigi, Kokoschka, automi e misteri. Intellettuali e artisti vivi e vissuti si dibattono, insieme a personaggi letterari, nei meandri della modernità che fa rotta verso la rovina nel decennio che precede la II Guerra Mondiale. I ruoli d’eccezione non si contano.
  2. Lucien Febvre, Vers une autre histoire, in Revue de Métaphysique et de Morale, 54e Année, No. 3/4, Juillet-Octobre 1949, pagg. 225-247
  3. La nota che non avremmo voluto redigere: il romanzo Ho voglia di te fu pubblicato nel 2006 e l’omonimo film uscì nelle sale cinematografiche l’anno successivo. L’uno e l’altro fungono da seguito dell’imperdonabile Tre metri sopra il cielo, che afflisse il pianeta in versione cartacea nel 1992 e recidivò al cinema nel 2004. A Federico Moccia e Ho voglia di te addebitiamo con livore l’arrugginimento kitsch e post-moderno del lucchetto, antico e romantico segno di fedeltà e devozione. Per chi volesse approfondire la storia del lovelock.
  4. Sono i versi finali di Le pont Mirabeau di Guillaume Apollinaire (in Alcools, 1913): Sous le pont Mirabeau coule la Seine / Vienne la nuit sonne l’heure / Les jours s’en vont je demeure.
  5. La pittrice russa Marie Vassilieff visse a Parigi – prendeva lezioni all’Accademia di Belle Arti da un tal Matisse – dal 1907. Proveniva da famiglia benestante e nel 1908 fondò la sua Accademia. Nel 1912 aprì al 21, Avenue du Maine, a Montparnasse, il suo atelier, che fu da subito luogo d’incontro per gli artisti in voga e per quelli spiantati (le due cose spesso coincidevano): Braque, Nina Hamnett, Max Jacob, Léger, Matisse, Modigliani, Picasso, Satie, Soutine, Zadkine. Quando la I Guerra Mondiale ne ridusse molti in miseria, Marie vi aprì una mensa dove si placava la fame, vellicava la fantasia creativa e si sbracava più volte in zuffa: la più famosa, che vide protagonista Modigliani, è immortalata in un dipinto della Vassilieff.
  6. Ancora G. Apollinaire per il calligramma. Poi Robert Delaunay per la sua serie (1909-1912 e 1920-1928) e per il dipinto qui riprodotto del 1926; scelta draconiana, considerata la bellezza di tante altre opere sulla torre, ad es. quelle di Marc Chagall (una su tutte: Les mariés de la Tour Eiffel). Infine, la voce della città che sale nell’aria è la libera (fin troppo) traduzione di un verso da Rendez-vous sur la Tour Eiffel di Charles Trenet (“… C’est la voix de la Cité qui monte dans l’espace…”).
  7. Da L’important c’est la rose, Gilbert Becaud: https://youtu.be/ik5cdTLyePc
  8.  ibid

10 Commenti

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Massimiliano Ferrari

circa 6 mesi fa - Link

Alla citazione di Michele Mari avevo già capito che valeva la pena arrivare fino alla fine... bravi.

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Nelle Nuvole

circa 6 mesi fa - Link

Ho vissuto per qualche mese sopra il Pont Mirabeu più di quaranta anni fa, che bello leggervi!

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ANDREA

circa 6 mesi fa - Link

La bellezza è scrivere in questo modo, poesia

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Andrea Freddi

circa 6 mesi fa - Link

"Parigi è sempre una buona idea" non ricordo chi lo ha detto ma è vero aggiungerei magnifica idea

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William

circa 6 mesi fa - Link

Gentilissimi, Avete scritto un reportage come pochi e come invece dovrebbero essere tutti, ovvero evocativo, approfondito e rigoroso. Complimenti. PS: "biberamus" è sicuramente un refuso :)

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Emanuele

circa 6 mesi fa - Link

Ciao William, Siamo felici che ti sia divertito a leggerci e ti siamo molto grati per il commento. Quanto al sospetto refuso: a tua discrezione. È un piuccheperfetto. Se l'imperfetto ti sembra più corretto (ci potrebbe stare), ti cambiamo una r con una b senza colpo ferire. Alla prossima.

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Roberto

circa 6 mesi fa - Link

Grazie Riappacifica con il mondo pensare questa Parigi

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josè pellegrini

circa 6 mesi fa - Link

Sono arrivata a questa meraviglio dopo la lettura in un sito di un improbabile italiano. Grazie per questa ventata di cultura e di bellezza !

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Emanuele

circa 6 mesi fa - Link

Grazie a tutti per i commenti.

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BT

circa 5 mesi fa - Link

capolavoro. vado a parigi quasi ogni anno da almeno dieci anni ed è perfetta la descrizione. la città l'ho vista tutta ma i ristoranti sinceramente mai frequentati, da solo poca voglia. giusto qualche posto random, comunque mai deluso. prossima volta visitate il parco di sceaux, suggerisco un giorno di settimana non nel weekend. il top. RER B fermata Bourg-la-Reine. vi sentirete come in marie antoinette (nel film della coppola) per un giorno

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