P-Day | Verticale in 5 annate di Paleo e il vino dolce “Infinito” di Villa Venti

P-Day | Verticale in 5 annate di Paleo e il vino dolce “Infinito” di Villa Venti

di Alberto Muscolino

Nel turbinio delle infinite degustazioni e degli eventi di questo mese, vengo colto di sorpresa da un fuori programma offertomi da un caro amico: è il P-DAY, l’evento bolognese organizzato da Pezzini Distribuzioni a Villa Zarri. Gli elementi della felicità ci sono tutti: villa pazzesca del ‘500, giardino con prato inglese, bel tempo (almeno a tratti…), cibo, masterclass, aste di beneficienza e vino, tanto vino, dall’Italia e dall’estero.

Prima di tuffarci nel formicolante salone al primo piano, voliamo al secondo per avvinare i calici con una masterclass su Bolgheri: protagonista il Paleo dell’azienda agricola Le Macchiole, in una mini-verticale. A guidarci nella degustazione c’è Cinzia Merli Campolmi, donna coraggiosa e determinata alla testa dell’azienda dal 2002, dopo la scomparsa prematura del marito Eugenio. Insieme avevano scommesso tutto su Bolgheri negli anni ‘80, quando non c’era ancora nessuna avvisaglia dell’enorme successo che avrebbe avuto, solo 20 anni dopo, quel fazzoletto di terra tra il mare e le colline toscane. La loro temerarietà stava anche nella decisione di rinunciare al sangiovese per puntare su vitigni diversi, più adatti al territorio e più in linea con la visione aziendale di esprimere al meglio Bolgheri.

La scelta ricadde quindi su merlot, syrah e cabernet franc, con l’intento di vinificare essenzialmente in purezza. Il Paleo, infatti, è frutto di cabernet franc 100% (almeno dal 2001 in poi) e il piccolo excursus parte dall’annata 2005 per poi toccare la 2007, la 2008, la 2012 e la 2013. Il fascino delle verticali è molteplice, ti mettono di fronte all’evoluzione di un prodotto, alla trasformazione operata dal tempo al buio delle cantine, al valore dell’attesa. Ti danno, inoltre, una prova tangibile dell’impronta che l’annata lascia sul vino e della capacità del produttore d’interpretarla secondo il proprio stile.

L’esempio, in questo caso, è lampante, la 2005 fa storia a sé, segna una linea di demarcazione tra annate più o meno regolari e calde (o molto calde come la 2008) e quelle più temperate e piovose, difficili. Nel bicchiere le cose stanno così: mentre la formazione 2007, 2008, 2012 e 2013 è accomunata da un filo conduttore d’intensità e potenza, pienezza di sorso, materia e muscoli, la 2005, invece, è la realizzazione di un’eleganza liquida. Eleganza tradotta al naso con note sfumate e cangianti di fiori secchi, origano, tabacco, olive in salamoia, erbette officinali e resina, in bocca scivola come seta, è snello e sapido e invita a bere. Questa facilità di beva è un valore aggiunto, una qualità, forse peculiare, di annate in cui la piena maturazione polifenolica e zuccherina non viene raggiunta e il vino risulta più esile, pronto e immediato (vedi 2014), ma non per questo meno all’altezza della sfida del tempo (Keep Calm and Love Annate Difficili!).

Finita la Masterclass, i due piani della villa sono affollati e caotici e la memoria sensoriale lascia spazio a quella artificiale (benedetto telefono!), eccezion fatta per un esemplare molto particolare di vino da uve appassite che quasi snobbavo e, invece, mi ha fatto rizzare tutte le papille: l’Apeyron di Villa Venti.

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È un vino multiforme, archetipale e sperimentale allo stesso tempo, sfugge alle definizioni standard, assomiglia a un vinsanto ma non è un vinsanto, è simile a un passito, ma, neanche in questo caso, si può definire un passito. Prodotto con uve famoso 100% (un vitigno autoctono romagnolo molto simile alla malvasia) appassite, il cui mosto viene fatto fermentare con una madre acetica di più di 80 anni in quevri georgiani da 80 litri. Poi entra in una sorta di metodo solera fatto di piccoli contenitori d’acciaio colmi e sempre con parte della madre acetica che viene tenuta costantemente viva e alimentata. In seguito è imbottigliato ed etichettato con elastici e stampa, su cartoncino rimovibile, che mostra l’Uroboro, il serpente del cerchio infinito, infinito come, potenzialmente, la vita della madre acetica. Tutto torna e riecheggia nel calice in una potente armonia di contrasti: si avverte subito una leggera volatile che lascia spazio alle note ossidative, si apre quindi un ventaglio di profumi di miele, albicocca, nocciola e canditi, poi resine, foglia di tè e sbuffi iodati. In bocca è una goduria, perché la freschezza e la sapidità contrastano l’importante residuo zuccherino e il vino non risulta mai stucchevole.

Rimango come assorto a contemplare gli ultimi raggi di sole pomeridiani e le ultime gocce nel calice, ripenso al nome, Apeyron che in greco vuol dire infinito.

P.S.: Ho provato il Kurni 2015 di Oasi degli Angeli per la prima volta e mi sono venuti gli stessi dubbi di Sara Boriosi. Di certo andrò all’inferno assieme a tutti quei siciliani a cui non piace la cassata, ma se proprio devo suggere nettare mellifluo passo alla categoria vino passito.

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Alberto Muscolino

Classe '86, di origini sicule dell’entroterra, dove il mare non c’è, le montagne sono alte più di mille metri e dio solo sa come sono fatte le strade. Emigrato a Bologna ho fatto tutto ciò che andava fatto (negli anni Ottanta però!): teatro, canto, semiotica, vino, un paio di corsi al DAMS, vino, incontrare Umberto Eco, vino, lavoro, vino. Dato il numero di occorrenze della parola “vino” alla fine ho deciso di diventare sommelier.

2 Commenti

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Enrico STRADAioli

circa 3 anni fa - Link

Wow, grazie per il commento sulla grafica da parte del designer che l'ha progettata ;-)

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Alberto Muscolino

circa 3 anni fa - Link

E' una soluzione interessante che trasmette proprio l'dea di una rarità, disponibile in pochissimi esemplari imbottigliati solo su richiesta.

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