Oscar 2012: le nomination di Intravino

di Fabio Cagnetti

Siamo ormai giunti alla notte degli Oscar, in cui prevedibilmente The Artist farà il pieno di statuette; memore del post dell’anno scorso su Dissapore che celebrava 20 scene fondamentali incentrate sul cibo, ho deciso di dare le mie nomination per le migliori apparizioni enoiche sul grande schermo, dividendole in due categorie: miglior vino protagonista (film di argomento enogastronomico) e miglior vino non protagonista (apparizioni in film in cui vino e cibo non sono fondamentali).

MIGLIOR VINO PROTAGONISTA:

Chateau Cheval Blanc 1961 (Sideways) – Sideways è un film con una quantità di wine porn pari almeno a quella di contraddizioni. Lo stesso Miles del “io non bevo nessun cazzo di Merlot, chiaro?”, ultrastrippato del Pinot Noir, nella più memorabile delle scene cosa beve furtivamente da un bicchierone di plastica in un fast food, accompagnando hamburger e patatine? La Tache? No. Chambertin di Rousseau? Nemmeno. Forse un Musigny di Roumier? Proprio no. Beve Cheval Blanc 1961, che di Merlot dentro ne ha un bel po’. Ulteriore prova che anche i fan del Pinot Nero cedono al richiamo di un grande, vecchio Bordeaux.

Chateau La Canorgue (Chateau La Siroque nel film) (Un’ottima annata) – Sì, d’accordo, nella filmografia di Ridley Scott questo non è certo un episodio rilevante, e probabilmente nemmeno in quella di Russell Crowe. Ma questa commediola romantica per enostrippati è un’occasione per ricordare che ci sono sempre zone di cui si sa poco, e per me la Provenza, dove è ambientata buona parte della pellicola, è una di queste. Per la cronaca, Chateau La Canorgue, a Bonnieux, nel Luberon, è un’azienda biologica tra le più reputate della regione.

Chateau Latour 1961 (Ratatouille) – “Saresti un idiota di dimensioni gigantesche per non apprezzare uno Chateau Latour del 1961”. Personalmente concordo con Skinner, Latour 1961 è la sostanza di cui sono fatti i sogni, uno dei miei personali 100/100 e – non costasse alcune migliaia di euro – l’arma di mia scelta per convincere i detrattori di Bordeaux. A più di cinquant’anni dalla vendemmia, è ancora giovane e pieno di vita davanti, vino di potenza, definizione e complessità semplicemente inenarrabili.

Chateau Montelena Chardonnay 1973 (Bottle Shock) – Film non proprio conosciutissimo basato su una storia vera, il cui punto focale è la vittoria fuori casa di uno Chardonnay californiano in mezzo ai pari vitigno francesi. Se siete dei wine geek all’ultimo stadio potete leggere su Wikipedia come andarono veramente le cose, e stupirvi che nel concorso un vino californiano riuscì a battere i francesi anche tra i rossi: Stag’s Leap 1973 ebbe la meglio su Mouton-Rothschild 1970, Haut Brion 1970 e compagnia bella. Ah, le degustazioni alla cieca!

Malvasia di Bosa G.B. Columbu (Mondovino) – Poteva forse mancare il documentario di Jonathan Nossiter, che tanto ci ha dato da scrivere sia su queste pagine che su quelle del fratellone Dissapore? Ovviamente no. Fra i molti vini celebrati dal regista, mi arrogo il diritto di sceglierne uno che mi ha preso il cuore. Giovanni Battista Columbu è uno degli ultimi eno-patriarchi d’Italia, un grande uomo che tanto ha fatto per la Sardegna, non solo per la Sardegna del vino. La sua Malvasia di Bosa è il vino da meditazione definitivo, raro, prezioso, autentico, ed è facile perdersi nella sua infinita complessità, finché i minuti diventano ore.

MIGLIOR VINO NON PROTAGONISTA:

Chateau Haut Brion (1928?) (Midnight in Paris) – L’ultimo Woody Allen, che stanotte potrebbe anche rimediare una statuetta o due, pullula di inserimenti di Chateau Haut Brion e La Mission Haut Brion. Ma la scena più iconica è quella di Dalì (uno strepitoso Adrien Brody) e del suo delirio nel bistrot a base di rinoceronti. Fondamentale.

Chateau Latour 1945 (Il senso della vita) – La cena del Signor Creosoto è forse una delle scene più memorabili di tutta la storia del cinema, e certamente una di quelle che amo citare di più. Il disgustoso ghiottone innaffia il suo secchio, contenente un intero menu degustazione di un ristorante stellato, con sei bottiglie di Chateau Latour 1945, quattro magnum di Champagne non specificato (una “double jeroboam”, ossia un’imperiale da sei litri, nell’originale; il volume complessivo è identico) e sei casse di birra scura. Sappiamo bene come andrà a finire. Per la cronaca, Chateau Latour 1945 è considerato un’icona assoluta dell’eccellenza bordolese, ma non come il 1961 di Ratatouille.

Clos St.Hune Trimbach (Hannibal) – Ne Il silenzio degli innocenti Hannibal Lecter dichiarava di aver mangiato del fegato umano con fave abbinandolo a un Chianti. Un pessimo abbinamento: con le frattaglie meglio un bianco minerale e affilato, secco o quasi, di grande complessità e intensità. Il Clos St. Hune di Trimbach che compare nella pellicola del 2001, uno dei più grandi vini d’Alsazia, raro e costosissimo, è certamente un’ottima scelta. Non so se essere il vino d’elezione di Hannibal Lecter possa costituire buona pubblicità, quel che è certo è che Trimbach punta forte sul product placement nei film mainstream: bottiglie del Domaine appaiono, assieme al bordolese Chateau Clinet, nell’ultimo, valido Millennium di David Fincher.

Dom Perignon 1952 (La spia che mi amava) – Se c’è un personaggio cinematografico (letterario prestato al cinema, a ben vedere, ma whatever) con cui vorrei bere, questo è senza dubbio James Bond. Non tanto per una generica quanto comprensibile attrazione a tuttotondo nei suoi confronti, ma perché è un enostrippato, proprio come me. I romanzi di Ian Fleming sviscerano questo aspetto del nostro agente segreto preferito più in dettaglio, ma anche nelle pellicole il wine porn non manca. Prima che la franchigia si legasse indissolubilmente a Bollinger, il Nostro prediligeva altre maison; memorabile la battuta dopo l’uccisione del nemico di turno in La spia che mi amava, già in epoca Roger Moore: “Forse ho sbagliato a giudicare Stromberg. Un uomo che beve Dom Perignon del ’52 non può essere così cattivo”. Quante volte, consciamente o inconsciamente, abbiamo pensato questo di grandi bevitori umanamente deprecabili?

Dom Perignon 1955 (Agente 007 – Licenza di uccidere) – Dr. No, nel primo e forse il più celebrato film della saga di 007, mette subito in mostra il senso di James Bond per lo Champagne. Memorabile lo scambio di battute in cui, a cena dal Dr. No, Bond afferra una bottiglia di Dom Perignon con l’intenzione di usarla come arma.
Dr. No: “Quello è un Dom Perignon del ‘55, sarebbe un peccato rompere la bottiglia”
Bond: “Personalmente preferisco il ‘53”.
Quella sana ossessione per le annate che lo rende uno di noi.

14 Commenti

Sara Porro

circa 8 anni fa - Link

Applausi!

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Fabio Italiano

circa 8 anni fa - Link

Brunello di Montalcino Caparzo (Letters to Juliet) - Miglior vino non protagonista? Non lo so! La sola presenza della bella e simpatica attrice Amanda Seyfried fa passare infatti in secondo piano tutto ma proprio tutto, luoghi, paesaggi, vini (tutti Caparzo), trama del film, e tutti gli altri attori del cast. Personalmente non ci penserei due volte a cedere tutti i grandi che hai elencato in cambio di un bella e piacevole giornata con Amanda Seyfried.

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Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

A proposito del mielosissimo film "Letters to Juliet", in cui non si capisce cosa ci faccia Vanessa Redgrave se non che avesse mutui da pagare in scadenza, è vero che Caparzo appare spesso, ma molti esterni e anche gli interni del matrimonio sono girati nella spettacolate cornice dell'azienda Sesti, Castello di Argiano, Montalcino.

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Fabio Italiano

circa 8 anni fa - Link

Grazie per la precisazione Nelle Nuvole, devo ammettere che l'azienda Sesti ha saputo mantenere perfettamente l'anonimato :) Caparzo invece con questo film ci ha guadagnato parecchio in notorietà ed immagine soprattutto all'estero... questo sì che è marketing!

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Pietro Caputo

circa 8 anni fa - Link

concordo nel mettere in fondo la trama e gli altri attori, ma personalmente gli esterni vincono anche su Amanda...

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Alessandro Bandini

circa 8 anni fa - Link

Excelsus di Banfi, in "Le Invasioni Barbariche"

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Cecilia

circa 8 anni fa - Link

Egly-Ouriet V.P. Extra Brut Grand Cru in "Il ladro, il cuoco, sua moglie e l'amante". E' da oscar? Il film sicuramente!

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Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

E io mi chiedo come cakkio hai fatto a bere tutto questo ben di dio?????!!!!!!! Qualsiasi bevuta possiamo proporre faremo sempre la figura dei sette nani! Quando cominciamo a condividere??? :-)

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Pietro Caputo

circa 8 anni fa - Link

Grande Fabio, mi hai fatto rosicare ma anche atimolato a vedere i pochi film in lista che non ho visto... per la degustazione di tali vini spero di avere un'altra vita (e un altro portafoglio!) a disposizione...

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Daniele

circa 8 anni fa - Link

E il dolcissimo 'Pranzo di Babette'? Non può mancare tra gli enomoviez

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Armando Trecaffé

circa 8 anni fa - Link

Ottima idea, ottimo post, ottima scelta, ottimi vini... mi ha fatto riconciliare con IV....

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Manuel Bloodbuster

circa 8 anni fa - Link

Bellissimo post!! Anche se chiaramente per me vince il J&B, protagonista assoluto di tutti i film polizieschi italiani anni '70, vi segnalo il Château Léoville Las Cases del 1953 di "L'ala o la coscia", film con Louis De Funès, che da piccolino mi faceva tanto ridere. Ecco la sequenza: http://www.youtube.com/watch?v=opdC4_DC6Yg&feature=related

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Adriano Aiello

circa 8 anni fa - Link

Un pelo francocentrica ma grandissima

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Giampaolo Gravina

circa 8 anni fa - Link

Io sono molto affezionato al Pommard 1934 dello sconosciuto Domaine François Penot & Cie che compare nella scena/chiave del film Notorious di Alfred Hitchcock (1946). Ne parlo in un pezzullo in uscita sul prossimo numero Enogea, che inaugura una rubrica dedicata alla Borgogna: personalmente, devo anche a Hitchcock e alla morbosa passione per il suo cinema una riconsiderazione critica più meditata dei vini di Pommard, che per troppo tempo ho stupidamente considerato inferiori ai Volnay e lontani dai miei ideali di finezza. Mi sbagliavo.

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