Non bevo capolavori da tre anni, due mesi e otto giorni. Sto bene e stappo solo vini normali

Non bevo capolavori da tre anni, due mesi e otto giorni. Sto bene e stappo solo vini normali

di Emanuele Giannone

Frequentare assiduamente cenacoli e taverne nuoce in qualche misura alla salute e forse anche più allo spirito. Gioverebbe a entrambi alternare a questa altre frequentazioni, seppur meno assidue. Non mi riferisco a gabinetti d’analisi, gruppi d’ascolto e medici di base (che, visto lo stato di alcuni, non guasterebbero); piuttosto a quelle cose buffe e desuete che regalano emozioni senza l’ausilio di bottiglie e Instagram®. Per dire: Orff e il 14° movimento dei Carmina Burana. Musei. I borghi più belli d’Italia. Spiagge al tramonto, allorché la meglio gioventù diserta e sciama verso gli aperitivi. Giradischi. The sunset in a cup. Libri. Bergwanderungen. Interminati spazi di là dalle siepi. Epistolari al posto degli aggiornamenti di stato. Cinema d’essai. Sale per concerti. Polittici. Madonne e medine. Cattedrali.

Il bere contemporaneo converge alla celebrazione di epifanie e opere d’arte, bottled poetry e soprattutto capolavori. Le cronache immortalano bevute indimenticabili, epiche, definitive. Sembrano scaturire da raptus intimisti-dannunziani, quindi narcisisti, e sono scritte il più delle volte bene o benissimo. Ma il punto qui non è lo stile, piuttosto la superfetazione del capolavoro e il ricorso corrivo al termine. Ora, per dirla con tatto, a me l’idea della sontuosa opera d’arte in vitro, del vino-capolavoro, ha sontuosamente rotto i coglioni. Scusate se ho usato una parola forte (capolavoro) ma la sindrome di Stendhal etilica, lo stappo estetizzante e il deliquio che ne sgorga mi hanno aggravato. Il discorso sull’arte allo stato liquido causa gonadogalattosi. Basta coi capolavori in bottiglia: la grande bellezza alcolica, le vigne-Parnaso e le bottiglie arcadiche sono sempre più spesso tra noi e rompono sempre più i coglioni. Il vino-capolavoro è un trionfo del kitsch, estetismo spacciato per estetica.

Equivale all’arte nelle televendite. Rappresenta un espediente efficace per sembrare più esteti alcolisti che anonimi idioti. Sarebbe giunto il tempo di una tregua e di altre frequentazioni: i capolavori sono altri e altrove, non sa che farsene il Parnaso/d’una campana fessa (questa dovrebbe piacere ai dannunziani). Io per fortuna ho smesso. Ciao, sono Emanuele, non bevo capolavori da tre anni, due mesi e otto giorni. Sto bene e stappo solo vini normali.

Goriška Brda Rebula 2006 Nando. In quegli anni gli orange erano il male, Plesivo era una Gotham City e Andrej Kristančič poteva essere l’Enigmista o il Pinguino. Poi le cose sono andate migliorando. A quattro anni dall’ultima bottiglia bevuta, il vino ha accentuato la nitidezza dei distillati di albicocca e pera e l’impronta sapida e terrosa in chiusura; affinato l’opulenza di cotognata e marzapane, la speziatura e i cenni d’erbe officinali; addolcito la presa e la tensione in un portamento più rilassato, senza perdere unità e compostezza. La segnatura tattile e minerale, quasi un marchio di fabbrica della zona, non sono cambiate. Agile, risolto, profondo, ancora fresco e rilevato nella trama tannica.

Veneto IGT Gargante 2016 N. Scala (garganega 100%). Questo è ottimo per sottrarsi al pressing delle conventicole di eccellentissimi bevitori-raccattapalle, quelli che se non è di nome, di premio o di culto si scandalizzano. Vino di disimpegno e alleggerimento. Diabatico, quindi prezioso compendio estivo da abbinare ad allegre compagnie, terrazze alla sera, rotonde sul mare, calure, calori e calentures. Cinque mesi sui lieviti, aggiunta di mosto di garganega passita per far ripartire l’azione et voilà: limonoso, sapido, goloso e divertente.

Dinavolino 2016 Az. Agr. Denavolo (ortrugo, malvasia di Candia, marsanne e altri). Mi dichiaro: lo adoro da anni. Mi ispira. Mi ispira colazioni: in giardino, sull’erba, dei canottieri, scegliete voi a gusto. Cascate comunque bene, con Giulio Armani da una parte e Monet, De Nittis e Renoir dall’altro.

Rheinhessen Weißburgunder PINO-B 2017 Brogsitter. Toh, e questo, da dove esce? Esce da una cambusa, scelto un po’ per celia, un po’ per non morire, aspettando una pizza e mentre il cameriere prendeva l’ultimo ordine della serata. Com’è? Ma perché dirlo io, lasciamolo dire ai suoi amici, vai col servizio (dal sito web del produttore): “Sbarazzino e intenso, un vino dalle molte sfaccettature e dal gusto interessante”, dice Gaby. Secondo Carin è “da bere e ribere, fruttato e leggero”, mentre Bettina lo giudica “un super-bianco, ottimo su pesce e piatti leggeri” e sottolinea di averlo “conosciuto sulla nave XYZ”. Toh, l’ultimo commento è del 24 giugno, sulla nave XYZ quel giorno c’ero anch’io. Una cosa divertente che non farò mai più.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

8 Commenti

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Gigi

circa 1 mese fa - Link

Post altamente godibile e condivisibile (nonostante a tratti un po' affettato). Da parte mia non posso che trovarmi d'accordo, ma credo ci troveremo in minoranza schiacciante. Bellissimo coltivare passioni, un po' di paura quando le passioni diventano religioni. L'azienda si chiama Denavolo pur chiamandosi Dinavolino il vino.

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Emanuele

circa 1 mese fa - Link

Dovuta rettifica, grazie. Mi anticipo: Buon Ferragosto.

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Sommelier a domicilio firenze

circa 1 mese fa - Link

Molto bello il post. Sono pienamente d'accordo con tutto. Ottime ossevazioni e ottimi vini. Bravi davvero.

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Leo

circa 1 mese fa - Link

Sono anni che predico la stessa cosa. Certi protocolli vanno superati. Ottimo articolo.

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zzzz

circa 1 mese fa - Link

Uff no, il Dinavolino no, non rientra proprio nella categoria dei capolavori. Se non in quella del male.

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Alessandro

circa 1 mese fa - Link

Ciao! Ho delle domande:cosa intendi per vini "normali" ? Non colgo il nesso con Instagram... su instagram vedo un sacco di vini normali. Che ci sia bisogno di più semplicità sono d'accordo,ma perché scegliere di non bere mai eccellenze? Il vino,a mio modesto parere,è anche cultura. La cultura vive - anche e soprattutto- di eccellenze. La ricerca di ciò che è migliore caratterizza tutta la nostra vita. Un auto migliore, una casa migliore,un lavoro migliore etc.. forse bisognerebbe provare ad andar contro le standardizzazione,quello si.. Non credete ? :)

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Emanuele

circa 1 mese fa - Link

Certo, lo credo. Ma il rischio di standardizzazione cova tanto nel prodotto, quanto nella sua celebrazione. Proprio uno dei concetti da te evocati, quello di eccellenza, è l'esempio di quanto inutili siano gli sproloqui: un'eccellenza non si nega a nessuno, quindi il termine è ridotto a fattuale insignificanza.

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Lanegano

circa 1 mese fa - Link

Il Gargante è un 'vinello' di una goduriosita' imperiale......

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