New York Times Wine Club: quanto rende vendere vino?

di Fiorenzo Sartore

Wine ClubIl primo è stato il Wall Street Journal. Dopo sono arrivati altri, e per ultimo il New York Times: “alla ricerca di un modo alternativo di far soldi, dato che gli incassi pubblicitari precipitano, il NYT si butta nel wine business”. Notare: il virgolettato, un po’ impietoso, proviene dallo stesso New York Times.

L’idea molto anglosassone dei wine club è sostanzialmente questa: se tu appartieni al mio ambito (per esempio, leggi il mio giornale) significa che abbiamo gusti in comune, e comunque che tu ti fidi del mio giudizio. Quindi, perché no, puoi comprare il mio vino.

Tra i rilievi possibili dietro simili iniziative, per una volta, non voglio infilarci il conflitto d’interessi. Il NYT del resto precisa che “l’attività è separata dalla sezione editoriale food&wine, non ci sarà conflitto e i nostri giornalisti non sembreranno venditori”. Ma sì, ci crediamo, dai. Il mio dubbio maggiore al momento proviene dalla curiosa formula del wine club. Trovo difficile stimare un giornale (o altra entità collettiva, un partito politico, una bocciofila) al punto tale da delegargli cosa mettere nella mia cantina. Il passaggio è poco immediato.

Poi ci sono altri elementi irrisolti. Per esempio, è evidente che il NYT non è un’enoteca: dove si procura il vino? Come lo sceglie? Semplice: delega un’azienda specializzata nella creazione di wine club. In questo caso, è Global Wine Company. Se questa è l’epoca della disintermediazione e dell’accesso diretto al produttore, l’idea del wine club pare l’ORGIA dell’intermediazione. Il sito di Global Wine Company, annunciando che la loro selezione “è eccezionale e non ha rivali”, si guarda bene dall’elencare quali etichette venda. Per farmi un’idea, devo cercare sul sito del New York Times Wine Club; ci trovo il Montepulciano d’Abruzzo di Anfra. Con tutto il rispetto, Anfra non mi pare Valentini. Trovo pure un bianco altoatesino di Andriano ed un cospicuo Conca tre Pile 2005 di Aldo Conterno, a 27 dollari. Dove sono stoccati questi vini? Global Wine Company ha un magazzino, è un grossista? O si basa su altri rivenditori? E soprattutto: alla faccia della filiera corta, a quanti passaggi siamo arrivati? Io ho perso il conto.

Infine: quanto è remunerativo tutto questo per il NYT? Dal momento che il wine business deve ridare fiato ai mancati introiti pubblicitari, il giornale dovrà vendere tanto, proprio TANTO vino. In un commento a questo post su Intravino, Gianpaolo Paglia ha scritto:

L’anno scorso mi fu proposto di fare la stessa cosa con Bow.it, sulla Repubblica e su altri maggiori quotidiani (non mi ricordo ma mi pareva che ci fosse anche il Sole). Sono usciti su questi giornali con le foto dei miei vini (e anche di alcuni altri), un bell’ottavo di pagina su un quotidiano come Repubblica, che sicuramente a comprarlo non costa poco, in piu’ volantino allegato con le pubblicazioni del Gambero Rosso (non mi ricordo cos’era, una collana allegata ai quotidiani). Risultato? Poche vendite, pochissime se si considera la potenza di fuoco di calibri del genere.

Auguri ai colleghi del NYT. Colleghi nel senso di bottegai.

avatar

Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

10 Commenti

avatar

gianpaolo

circa 10 anni fa - Link

Secondo me si tratta di un metodo che funziona bene in paesi come USA e UK e forse altri, credo anche la Germania, ma di sicuro altri paesi europei, dove esiste un abitudine piu' che decennale a questo genere di acquisti. Per es. in UK la vendita per corrispondenza, stile postal-market (ma esiste sempre?) e' un business enorme, da molto prima di internet. Da noi c'e' una maggior diffidenza, siamo sempre un po' chiusi alle novita'. C'e' da dire che se qualcosa non va, una volta acquistato il prodotto in UK, te le riprendono senza scuse e senza problemi (in quasi tutti i negozi, su internet, sui cataloghi), mentre in Italia di solito e' sempre un processo faticoso, dove si comincia con la presunzione di colpevolezza del cliente, e quindi si e' meno invogliati a comprare a distanza.

Rispondi
avatar

Lizzy

circa 10 anni fa - Link

Credo che una simile iniziativa in Italia non decollerebbe mai perchè, come giustamente notava lo stesso Gianpaolo Paglia in un suo post, gli italiani non sono gente da club. Inoltre simili iniziative ricordano troppo il Club degli Editori da un lato e Giordano Vini dall'altro: già visto/provato, grazie. Terzo, e non ultimo, i trasporti/corrieri. Vogliamo dare la stura ad una nuova ondata di lamentazioni? L.

Rispondi
avatar

Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

commento generalista, ma neanche più di tanto: ma è possibile che una società possa essere talmente malata da impedire ai consumatori di scegliersi i loro consumi. Vino o altro che sia se mi si toglie anche la possibilità di scegliermelo.... che mi resta? soltanto il consumo finale, ma queto mi ricorda troppo matrix: un sistema umano che si autoalimenta per sorreggere se stesso ignorandosene delle tante personalità che lo compongno. Che tristeza

Rispondi
avatar

Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

e aggiungerei: che tristezza per i miei errori grammaticali (le dita sono ancora in ferie)

Rispondi
avatar

Bereilvino

circa 10 anni fa - Link

Concordo con tutto quello scritto da Gianpaolo, io vivo da anni in Olanda, e qui tutto funziona perfettamente. La vendita per corrispondenza, stile postal-market per intenderci e sempre associata a siti di e-commerce perfettamente gestiti. Compri oggi e domani hai tutto a casa, e se non ti piace lo devi semplicemete comunicare ed entro un paio di giorni passa qualcuno del posto per ritirare tutto. Il tutto senza alcuna complicazione. I vari servizi clienti infatti sono impeccabili. L'Italia invece è piena di furbetti che cercano il più delle volte di fregare il prossimo, da ciò nasce la maggior diffidenza dei consumatori ad acquistare su catalogo o su internet. La nota stonata è che purtroppo non cambierà mai.

Rispondi
avatar

Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

Pur condividendo le precedenti affermazioni, non posso che notare che rimandanon a risposte formulate in negativo, come se in italia tutto fosse oramai compromesso. Da un lato si registra l'assoluta mancanza di "lungimiranza commerciale" da parte di chi vuol immediatamente capitalizzare un guadagno tramite la vendita del prodotto vino, dall'altra non esiste una rete, un sistema che riesca a massimizzare tutte le possibilità di vendita/acquisto del prodotto. Ricordiamoci che in Italia non esiste un canale diretto Aziende- Consumatori, come ad esempio per i grandi vini italiani negli USA. Quello che manca a noi, non sono i modelli, ma la fantasia!

Rispondi
avatar

Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

@ Bereilvino: conosco l'Olanda, splendido paese (quando posso nessuno mi toglie un WE a Den Haag) ma sec'è una cosa che non invidio è l'appiattimento dei gusti enogastronomici su standard piuttosto omologati. In quel contesto forse l'idea farebbe pure presa. in Italia, grazie a Dio (almeno per questo), no @Simone e Zeta: scusami la richiesta; potresti spiegare più concretamente il tuo punto di vista? Non riesco a capirlo

Rispondi
avatar

Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

Ciao Francesco, se trovo un minuto durante la giornata di oggi lo farò con piacere.

Rispondi
avatar

Sabino Berardino

circa 10 anni fa - Link

una mia amica lavora in Spagna, da molti anni, per un grosso club del vino grandi fatturati, clienti contenti www.vinoseleccion.com e mi risulta che sono in società con il wine club del sole24ore

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.