Michele Antonio Fino ci spiega (bene) perché non avremo una DOC Piemonte Nebbiolo

Michele Antonio Fino ci spiega (bene) perché non avremo una DOC Piemonte Nebbiolo

di Redazione

Da Michele Antonio Fino riceviamo, e assai volentieri pubblichiamo.

Il 12 settembre si è riunito il Comitato Vitivinicolo piemontese: 31 rappresentanti di istituzioni, consorzi, università di Torino e Regione Piemonte, sotto la presidenza dell’assessore Ferrero. Sul tavolo è stata portata la modifica del disciplinare della Piemonte DOC, con diverse novità rilevanti (dai cambiamenti sul Marengo al Piemonte Moscato) ma soprattutto con l’ardimentosa e, per quanto attiene lo standard produttivo, un bel po’ sguaiata menzione Nebbiolo.

Gli organi di stampa che avevano già in passato raccolto gli alti lai del Consorzio presieduto da Orlando Pecchenino si sono affrettati a dire che il Comitato ha seppellito l’idea di un Piemonte Nebbiolo, coalizzando contro la proposta in senso restrittivo del consorzio del Barbera d’Asti e dei Vini del Monferrato diversi attori presenti. (Qui il PDF della proposta con le mie osservazioni, a destra). In realtà le cose non stanno in questi termini, se si intendono i termini come quelli di una riconosciuta potestà politica del Consorzio di Alba sul nome Nebbiolo.

Anzi.

In Comitato è stato ampiamente ribadito che Nebbiolo, in quanto nome generico di vitigno, non è suscettibile di tutela assoluta o restrizione all’uso per una o più denominazioni: il Consorzio di Alba si oppone alla sua inclusione tra le menzioni del Piemonte, ma questo non implica (o meglio: non può implicare) un’analoga contrarietà al suo abbinamento con altre denominazioni piemontesi. Per questo, non sono affatto sopite le speranze di chi ha (da subito o cammin facendo) parteggiato per un Monferrato DOC Nebbiolo o per un Nebbiolo d’Asti.

Il Consorzio del Barolo, Barbaresco e vini di Alba ha certamente organizzato bene le sue divisioni, contando anche sul supporto della Vignaioli Piemontesi, che benché rappresentante di 33 cantine cooperative nell’astigiano (e solo 5 in provincia di Cuneo), non ha supportato la richiesta del Consorzio del Barbera d’Asti: un dato che testimonia del livello di preparazione tattica della riunione. Il risultato però, non è stato quello di bloccare Piemonte DOC Nebbiolo, ma di bloccare ogni modifica al disciplinare del Piemonte DOC; poiché si tratta di un disciplinare unico e il mandato del CDA del Consorzio di Asti al presidente Mobrici non gli lasciava certo l’opzione di mettersi a tagliare e cucire. Simul stabunt simul cadent, anche se forse questo a qualcuno può essere particolarmente dispiaciuto. Dunque si tornerà nei territori, per ripensare il tutto e per procedere magari con due strade separate: una modifica del Piemonte DOC e la creazione di un Nebbiolo d’Asti (che sembra più promettente di un Monferrato DOC Nebbiolo).

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Fin qui la fredda cronaca, ma permettete a chi scrive e che ha sempre sostenuto il diritto di chi produce al 100% da uve Nebbiolo di rivendicarlo in una DOC, di esprimere un parere sull’esito per il consorzio albese.

Quest’ultimo ha sicuramente centrato le scelte tattiche: aveva promesso fuoco di sbarramento al Piemonte DOC Nebbiolo e lo ha fatto con successo. Ma poiché non può giuridicamente impedire che in denominazioni al di fuori di quelle che rappresenta si proponga la menzione Nebbiolo, questo apre a qualche valutazione di strategia. Nessun dubbio, infatti, che come gli Astigiani potranno chiedere (ed avere?) Nebbiolo d’Asti o Monferrato DOC Nebbiolo, così potranno i viticultori del Pinerolese (PDF) o del Saluzzese (PDF) (tanto più che essi già prevedono il Nebbiolo nella base ampelografica) e analoga menzione potranno chiedere tutte le altre DOC piemontesi con base ampelografica idonea, sul modello di quanto già fatto con successo da Canavese DOC e Coste della Sesia DOC.

Si dirà (e sicuramente qualcuno ad Alba ha detto): bene, l’importante è che Nebbiolo non esca abbinato a Piemonte, perché quello è l’unico nome capace di fare concorrenza alle corazzate Langhe DOC Nebbiolo e Nebbiolo d’Alba DOC.

Ma se così è, allora, Nebbiolo non ha affatto il peso che tanta levata di scudi lascerebbe immaginare. Il che ci sembra del tutto inverosimile.

Se invece, il suo peso la parola Nebbiolo ce l’ha eccome, come noi crediamo, ecco che possiamo senz’altro legittimamente immaginare una pletora di micro-disciplinari che chiedano di usare la menzione del vitigno, ciascuno con condizioni di produzione diverse, aumentando sotto tutti i profili la possibilità di confusione per il consumatore.

Lo diciamo perché è già così. Oggi il Canavese DOC (PDF) Nebbiolo prevede 10 tonnellate ad ettaro e 10,5% di alcol volumico naturale, mentre le Coste della Sesia (PDF) 9 tonnellate e 11,5%. Vale a dire che il primo somiglia al Langhe DOC Nebbiolo e il secondo al Nebbiolo d’Alba DOC, a livello di questi parametri. È questo il risultato migliore per il Consorzio del Barolo, Barbaresco e vini di Alba? Lo chiedo perché la strada imboccata è questa.

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Dunque non sarebbe quindi stato meglio chiudere alla radice il discorso, chiedendo un disciplinare con i controfiocchi per il Nebbiolo prodotto in Piemonte, capace di veicolare un’immagine sola, dignitosa e con un’adeguata massa critica? Non sarebbe stato meglio proporre finalmente la razionalizzazione del Piemonte come DOC, creando alfine la IGT, riservando la DOC ai vini che veramente la meritano, federando magari le piccole denominazioni (tra cui quelle sopra richiamate), sotto l’ombrello del nome regionale, come tante sottozone?

Domande che rimarranno senza risposte ed è un peccato, perché il sistema Piemonte ieri non ha trovato una strategia comune per disegnare i prossimi vent’anni del suo vitigno internazionalmente di maggior successo, mentre è riuscito ad essere unanime su una scelta che non ha proprio nulla della proverbiale serietà sabauda: quella di mandare a Roma la proposta di creare l’Asti Secco. Un tentativo che a Treviso, giustamente, non sembrerà proprio in linea con l’ideale del “sistema Paese”, spesso sbandierato come la panacea di tutti gli italici mali. Ma varrà la pena di parlarne un’altra volta.

Michele A. Fino

Le immagini sono tratte da Piemonte – Land Of Perfection. Michele Antonio Fino è, tra le altre cose, “un giureconsulto contadino di marca piemontese“.

14 Commenti

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elle

circa 3 anni fa - Link

"The naming of wines is as anarchic as you would expect. The Italian answer to France’s AOC is the DOC (Denominazione di Origine Controllata), but they added a layer above. DOCG is supposedly not just controlled, but guaranteed (the G stands for ‘garantita’)! Then came a wave of wines just as highly priced but carrying the lowly Vino da Tavola (table wine) designation. Cue chaos" (Jancis Robinson, the 24 hour wine expert, libro divulgativo certo ma indicativo dell'immagine che si ha all'estero)

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Michele Antonio Fino

circa 3 anni fa - Link

An image of Italy that Piedmont is not going to improve with the decision taken in Turin, two days ago.

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MAURIZIO GILY

circa 3 anni fa - Link

Occasione sprecata. Penso che un Nebbiolo d'Asti non serva a nulla, un Monferrato Nebbiolo meno ancora, mentre un Piemonte avrebbe avuto molto senso; se regolamentato bene, con un disciplinare rigido (non quello presentato dal Consorzio quindi), non avrebbe fatto male a nessuno e offerto una chance in più ad alcune viticolture in sofferenza e in particolare ai suoi vignaioli-vinificatori: che a quanto pare erano gli unici a desiderarla veramente, visto il "passo di lato" delle cantine sociali, immagino in cambio di altre concessioni. Una scelta protezionistica, decisamente più emozionale che razionale, e una brutta pagina per un Piemonte che purtroppo da questo punto di vista sembra aver perso la strada, e non solo da ieri (Piemonte dolcetto frizzante, Piemonte Cabernet Syrah, Asti secco...). Consoliamoci con una vera tipicità, chessò, un Langhe grignolino.

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gp

circa 3 anni fa - Link

Non so chi è in grado di garantire che la nuova tipologia doc Piemonte Nebbiolo non avrebbe fatto male a nessuno. Se poi un giorno lo si fosse trovato a prezzo stracciato sugli scaffali della GDO sarebbe stato troppo tardi per tornare indietro, quindi possiamo dire che ha prevalso un ragionevole principio di precauzione. Come già detto altre volte, inserire regole rigide per una singola tipologia all'interno di un disciplinare intrinsecamente lassista (come sono tipicamente quelli delle Doc regionali, che non dovrebbero esistere) è una forzatura inattuabile, se non per tipologie particolari. Non a caso le regole proposte del Consorzio d'Asti erano di basso profilo: evidentemente qualcuno ci ha provato, anche se magari all'ultimo momento si è tirato indietro.

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Michele Antonio Fino

circa 3 anni fa - Link

Questa è una petizione di principio. In quel disciplinare c'è un Albarossa con 12% di alcol naturale e 9 tonnellate a Ettaro. Valori in line non con Langhe DOC Nebbiolo, ma con Nebbiolo d'Alba DOC. SI può fare eccome. Negarlo, basandosi sull'"e se poi" riferito al prezzo è un modo per dire che chi ha una DOC con il nome di un vitigno ne è padrone. Ma questo non ha alcun fondamento giuridico. Andavano respinte le regole proposte e mai in nessun caso sostenuto che il nome Nebbiolo non possa accompagnare questa o quella DOC. Non è facoltà di nessuno in quella stanza stabilirlo.

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gp

circa 3 anni fa - Link

Quando dicevo "se non per tipologie particolari" pensavo esattamente al caso dell'albarossa, vitigno praticamente agli antipodi del nebbiolo per diffusione, notorietà e quindi appetibilità. Chi ha Doc importanti con il nome del vitigno nebbiolo (ma anche senza, come Barolo e Barbaresco) non è certo il padrone del vitigno, ma ha tutto il diritto di esserne il custode, rispetto a operazioni che presentano rilevanti incognite come quella di cui stiamo parlando. Ripeto: in casi come questo il principio di precauzione è sacrosanto.

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Michele Antonio Fino

circa 3 anni fa - Link

E no, GP. Chi ha le DOC custodisce le DOC. DIre di custodire il vitigno mentre si produce più Nebbiolo in Messico che in Piemonte e lo si chiama Nebbiolo, è un modo simpaticamente retrò per dire agli altri Piemontesi "io so' io e voi....". By the way, il principio di precauzione è una cosa seria, che non c'entra proprio nulla con questa vicenda. Non lo volgarizzerei.

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gp

circa 3 anni fa - Link

Il principio di precauzione c'entra eccome, per la semplice ragione che di fatto "una denominazione (o tipologia di una denominazione) è per sempre": può essere riformata, ma che io sappia non si danno casi di cancellazione/ abrogazione. Quindi non bisogna pensare solo all'oggi, ma al futuro: è rispetto a quello che nessuno è in grado di garantire che non si materializzerebbero rischi di svalutazione di questo prezioso vitigno, una volta che fosse possibile impiantarlo in tutta la regione. In concreto, comunque, la proposta di modifica del disciplinare era di basso profilo, mi sembra che su questo siamo tutti d'accordo: quindi al di là delle astratte implicazioni di principio (che peraltro non mi risulta siano scritte da nessuna parte) è un bene che non sia passata.

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MAURIZIO GILY

circa 3 anni fa - Link

gp, è vero, nessuno lo può garantire. E' solo molto, ma molto improbabile, per il semplice fatto che non ci sono i numeri. La sostanziale indifferenza delle cantine sociali rispetto all'ipotesi ne è una prova. Molto più probabile che, a fronte ad esempio di un'annata di sovrapproduzione, a sbracare siano certe DO già esistenti, dove i volumi sono rilevanti. Quindi in conclusione per evitare il rischio molto remoto che qualcuno lo usi male, rischio che comunque già esiste sulla base delle DO esistenti, si impedisce di usare quel nome a chi di sicuro lo avrebbe usato bene. Mi complimento per la bella prova di coesione del Piemonte vitivinicolo e dei territori UNESCO. Come già lo fu a suo tempo la decisione che il nome Piemonte si potesse usare solo in alcune province: al di fuori delle quali (ad esempio dove si producono vinacci come Gattinara e Carema) "sunt leones"

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MAURIZIO GILY

circa 3 anni fa - Link

Michele, in proposito direi che è il caso di ricordare il detto "Quis custodiet custodes"? (chi custodirà i custodi?)

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MAURIZIO GILY

circa 3 anni fa - Link

ahi ahi gp, stavolta l'hai detta grossa. Il Nebbiolo già si può piantare in tutta la regione, si è sempre potuto piantare, si è sempre piantato (e vorrei vedere) e si continuerà a piantare. Solo che, al contrario che in ogni altra parte del mondo, incluse le isole Svalbard (dove però matura con difficiltà), il vino devi chiamarlo Pippo, Pluto o Paperino, e non puoi chiamarlo Nebbiolo. Poi sul fatto che quella proposta di DOP non andasse bene sì, siamo d'accordo. Già ne esistevano altre, ma non sono nemmeno state messe sul tavolo.

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gp

circa 3 anni fa - Link

Ovvio, piantare e rivendicare. Di questo stiamo parlando, c'è bisogno di ripeterlo?

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Bob62

circa 3 anni fa - Link

You don't know you have a good thing until you lose it.

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MAURIZIO GILY

circa 3 anni fa - Link

Ok gp, chiaro, il tuo è stato un lapus. Freudiano, direi.

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