Mia nonna e il San Marzano Borsci

Mia nonna e il San Marzano Borsci

di Gianluca Rossetti

I ricordi non sanno decidere se smarrirsi una volta per tutte o se mollar le nebbie per mettersi in piena vista almeno ogni tanto. Dentro il purgatorio in cui si trovano ne intuisco la sagoma, grigia al centro e con i colori compressi verso il bordo, sfumati appena con la punta delle dita. A volte mi tagliano la strada: poi scorrono ordinati – anche se controcorrente – nel momento in cui riesco ad afferrarli spingendoli in carreggiata.

“Nonna, sono Gianluca”

“Lu Gianluca sinti? Signuria, cce cumandi?”

Non “tu” ma “Signuria”. Non “cosa vuoi?” ma “cce cumandi?”.

Che strano. Mi diceva sempre così. Anche quando, da adolescente, piombavo a casa sua nastrato da magliette coi teschi, guanti a mezze dita e capelli a tre di bastoni. Un modo antico di vivere e parlare, il suo; resistente a qualsiasi new age.

“Stai sciupatu, tocca mangi.”

“Sto bene. Mangio pure troppo”.

“No, stai propriu sciupatu. Mangia!”

Serbava le friselle e i taralli in grosse giare, alte quanto un cristiano, separando i contenitori per frise di grano e frise d’orzo. Un odore di semola, di crosta di pane, di cenere che sapeva di buono e addobbava casa. In dispensa trovavi quasi sempre pomodori de penda, capperi, peperoncino, conserve sott’olio e una puccia. Il tavolo in cucina era una madia con tavolaccio in legno d’abete grezzo pronto ad accogliere l’impasto che, almeno due volte alla settimana, diventava sagne torte, orecchiette, minchiarieddhi, gnocchi, cavatelli, vermiceddhri.

Un vino che sia uno non mi viene in mente per affiancarlo a tutto questo. Forse quello da uve malvasia fatto in casa da un tizio che me ne regala sempre un po’ e che a volte mi garba, a volte per niente. Strizzo gli occhi e guardo meglio. Lì, proprio lì; apro quello stipetto in basso a destra, addossato alla parete d’ingresso sotto l’interruttore della luce. Scanso con cautela tazzine da caffè mai usate per pescare l’unica bottiglia che in quella casa ricordo di aver sempre visto: San Marzano Borsci.

“Gianluca, portame nu picca puru a mie. Quantu lu ndoru”.

Me ne verso un goccio.

“Nonna ma se è solo per il profumo puoi sentirlo dal mio bicchiere, tanto poi non ne bevi mai”.

“E va bene. Comu dice Signuria”.

Scuro come sciroppo d’acero, sa di caramello, datteri, china e fondi di caffè. Mi riempie la bocca una vampa d’alcol, erbe amare e zucchero. Non ricordo altro. Se non che ogni volta che ne bevo ho voglia di una Mafalda, gelato galatinese straordinario.

Bacio in fronte d’ordinanza e via, mi aspetta la partita a calcetto coi compagni di classe.

“E sistèmate li capiddhi”

“Promesso nonna, poi li taglio, va bene?”.

Non sento più niente.

Ho i capelli corti e quarantacinque anni.

E qualcosa deve essere finito in carreggiata pure oggi.

4 Commenti

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Orazio Gentile

circa 2 settimane fa - Link

Questo articolo mi riporta alla memoria scene d'infanzia che con piacere ricordo. Sono solo un ragazzo di 24 anni di Mottola (TA), ma il San Marzano Borsci è stato una costante sin da quando sono nato in quanto a casa delle varie nonne e zie è facile imbattersi in vetrinette dove sicuramente c'è almeno una bottiglia di questo liquore. Ricordo che anni fa si vociferava il fallimento dell'azienda e la gente che si faceva le scorte di San Marzano in casa! L'accostamento più frequente, dopo l'allungo del caffè, rimane l'affogare il gelato e lo spumone( gelato bi/tristrato con un cuore di pan di spagna).

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Damiano Benedetti

circa 2 settimane fa - Link

Bellissimo racconto Gianluca di un mondo che quasi non esiste più e di persone semplici ma genuine..La memoria ci rimane,grazie di averla condivisa.

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Gianluca

circa 2 settimane fa - Link

Damiano è il tuo "quasi" la chiave. Io camperò poco ma spenderò le ultime energie su questo. "Radici" is the new "bellissimo". Grazie davvero.

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luigi Rossetti

circa 2 settimane fa - Link

Caro Gianluca,
ho letto con vera commozione il tuo articolo. E' un grande omaggio alla nonna, che, come ben sai, ti voleva un mondo di bene.
Hai fatto rivivere anche a me quella scena, quando con voce quieta, pacata e al tempo stesso persuasiva, ti diceva: " None tie, ma signuria...". Era il suo modo di insegnare a te, ragazzino, il rispetto nel rapportarti con gli adulti.
Ricordare le persone care è come tenerle in vita al di là della morte..
Un abbraccio. Papà

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