Mai fidarsi di dèi e vini della Grecia

Mai fidarsi di dèi e vini della Grecia

di Samantha Vitaletti

Tutti conoscono la differenza che intercorre tra uomini e dèi, che se ne stanno, imperscrutabili, a gozzovigliare nell’Olimpo, gettando uno sguardo verso il basso, sempre pronti a intervenire col cartellino giallo, quando la colpa è lieve. Quando, invece, il peccato è imbarazzante, a nulla servono scuse e giustificazioni: la nemesis si abbatte terribile sul capo dello sciagurato ed è subito panchina.
Io ho commesso il peccato considerato, da quelle parti, tra i più gravi: ho peccato di hybris, di tracotanza. Mi sono presa gioco, ripetutamente, di tutti i nordici vicini di ombrellone che all’apparentemente timido sole maggiolino si vuotavano sulle carni bianche flaconi di creme solari. Li ho scherniti e vilipesi senza ritegno per i loro cappellini e per le passeggiate in t-shirt, mentre lassù qualcuno ordinava per me una buona cottura su tutti i lati.

La nèmesis si è consumata in vari momenti, in un crescendo emozionante di bastoni e carote. Il primo effetto si è visto subito: tremori, ginocchia fumanti, caviglie Citterio, labbra come quelle della Duchessa d’Alba, pace all’anima sua (vale la pena googlare). Ma soprattutto: dopo sole due ore di mare, addio vacanza di mare. Perché questa doveva essere una vacanza di mare, non di mare e vino, per una volta, di mare e basta. Ma poiché panta rei e nessuno può sfuggire al proprio destino, proprio lì lì nei paraggi si stagliava l’indicazione per le wine roads. Beh, ho pensato, tutto sommato questi dèi non sono proprio così severi, mi suggeriscono comunque una convalescenza di piacere.

Mai fidarsi degli dèi. Fidarsi invece dell’amico greco che, alla richiesta di consigli sul vino di Rodi aveva risposto con un “niente di che”.

Embona è una poco ridente località incastonata tra montagne ricche di caprette e di fiori d’origano. Ricorda un po’ un check-point di memorie berlinesi o una stazioncina al confine messicano. Ci dirigiamo lì perché segnalata dalle varie guide come uno dei cuori pulsanti della produzione vitivinicola dell’isola di Rodi nonché sede di varie aziende dai siti invitanti. Inoltre a Embona ci sono vari posti dove è possibile assaggiare vari vini locali, una sorta di enomatic umani e questa era proprio la nostra intenzione. Individuiamo, quindi, un’accogliente fraschetta di legno dal tetto di paglia e cominciamo l’assaggio guidati da un ragazzone autoctono simpatico e ospitale coadiuvato da signora sovietica perfettamente integrata.

Il primo vino che assaggiamo è dell’azienda Kounaki cui la famiglia del tipo conferisce le uve. Lui lo definisce “un vino da bere in più bottiglie”, noi ci diciamo che tutto sommato una basta e avanza. Non saprei dire se sa più di arbre magique o di signora sull’autobus che ha abbondato di deodorante. Mountain Breeze 2018, athiri in purezza. E’ l’uva più rappresentativa di Rodi.
Segue un altro Kounaki, il ragazzo dice che questo è “un vino di cui basta una bottiglia sola”. E invece di questo noi ne avremmo bevute anche due. E’ sempre divertente e rassicurante ritrovarsi nella grande pista da ballo che si chiama gusto e ballare ognuno col ritmo che più gli si addice senza risultare scoordinati.
In questo bicchiere c’è il mare, ci sono onde grosse e tanto sale, materia senza ingombro. Wavecrasher 2018, 70% malagouzia – 30% asyrtiko.

Terzo bianco della batteria è il Blanc di Alexandris, azienda in mano a due fratelli che producono in duo ma anche da solisti, dove insieme alla malagouzia compare il sauvignon, e tutto ammanta. Qui è quando speriamo che l’oste non ci chieda commenti.
Il rosato che segue è prodotto da “the other brother” e le uve sono segrete. Il nome “Apiro”, che non si riferisce alla località marchigiana ma è l’Àpeiron, l’infinito, forse è un po’ troppo pretenzioso per un vino piacevole, beverino, estivo, ma la retroetichetta ne spiega la scelta riconducendola alla variabilità climatica di anno in anno che rende il vino sempre diverso.

Torna Kounaki con una presentazione dell’oste degna del palco del Primavera Sound: “that’s bomba!” White Blend 2016, malagouzia, sauvignon, asyrtiko e chardonnay. Ci piace, ha i muscoli dell’uomo in forma e non del body builder, è gustoso e salino e sa di fine d’estate, di pesca matura, di erba asciugata dal sole.
Kounaki fa anche i rossi e il primo della serie è definito dal nostro amico “rosso da bere d’estate”. Non so bene perché lo definisca così ma posso dire che questo è il momento in cui la mia dolce metà si gioca l’asso di denari e dice che purtroppo non può bere molto perché dovrà guidare. Ma l’oste cala bastoni e gli fa una confessione intima: non c’è problema, lui la sera prima ha bevuto una 0,75 di grappa e ha guidato senza alcun fastidio. Questo blend di amoriano, mavrathiriko e syrah è rotondo come la O di Giotto e morbido come una burrata avvolta in un piumino d’oca. A contrastare questa ispirazione rubensiana intervengono incontrollate aspersioni di fumo.

La presentazione del vino successivo riaccende i sensi e la salivazione: “serious wine to be tasted together with a big vitello, like dinosaur”. Sì, è un vino morbido e rotondo anche questo ma ha comunque una sua grazia e non procede incurvato dal peso del legno, ci diciamo che è un po’ un vino d’altri tempi, quelli in cui il vinone andava. Kounaki Oak Blend 2015, merlot, cabernet sauvignon e syrah.
Dopo il Blanc arriva di Alexandris anche il Rouge 2015, cabernet sauvignon. Un vino tartare. Non da abbinare a una tartare, la tartare è proprio lui.
Finiamo il primo giro con un vino che l’oste definisce medium dry. E’ il Red Blend di Kounaki e ricorda un pomodoretto in agrodolce, un’altalena orientaleggiante e campestre che mi fa pensare alle zuppe di Corona Magnifica, il ristorante cinese sotto casa.
Salutato l’oste ci muoviamo verso l’Embonas Winecellar dove cominciamo subito con il migliore assaggio della giornata: un athiri “della casa”, dodici gradi di freschezza, serietà e bontà senza sbavature. Appagante e lineare come può esserlo una risposta garbata ma decisa.

Finalmente appare C.A.I.R., marchio onnipresente su tutte le carte dei vini di Rodi e una delle due aziende principali dell’isola (l’altra è Emery). C.A.I.R. sta per Compagnia Agricola Industriale Rodi. Dal 1522 quando Solimano il Magnifico occupò l’isola di Rodi la coltivazione dell’uva aveva subito un brusco arresto durato fino al 1912, quando l’Italia prese il controllo dell’isola. C.A.I.R. venne fondata nel 1928 da un gruppo di investitori italiani e tutt’ora le si deve il merito di aver scongiurato l’estinzione della viticoltura di zona. Passò a proprietà greca nel 1947 quando le isole del Dodecaneso entrarono a far parte della Grecia e oggi è di proprietà dell’Associazione delle Cooperative Agricole del Dodecaneso.

Assaggiamo Helios 2017, corretto e composto, un bel cavallo sedato. Durante questo assaggio l’ostessa ci racconta che i vignaioli che conferiscono le uve vengono pagati solo a bottiglie vendute. E ci viene un po’ di tristezza.
Il Moscato 2018, sempre di C.A.I.R, ci si para davanti un po’ tronfio e vuoto ma è seguito dal Pathos 2017, athiri, muscat e chardonnay, che offre un plateau di affumicature e sprazzi di freschezze saline e gessose.
Dal 1992 C.A.I.R produce, tra le decine di etichette, questa bottiglia celebrativa dei 2400 anni della fondazione della città di Rodi, che cadeva proprio in quell’anno. Il vino si chiama Rodos 2400 ed è un vino espressivo, solare, sincero, senza sbavature e senza pretese ma generoso e appagante. Un athiri didattico con le sue note fumé e di frutta gialla.

Maestro 2017, C.A.I.R. è un rosato prodotto da mandilaria, a bacca rossa, e athiri, a bacca bianca. Solare e dritto, compostamente rilassato. I consigli per l’abbinamento, in tedesco: con pizza, pasta, pollo e insalate. Oppure come aperitivo. Praticamente Zelig.
Ci piace comunque più di quello di Alexandris (anche qui ci viene detto che è il vino dell’other brother, alimentando il mistero, perché continuiamo a non sapere quale sia l’uno e quale l’altro) che è da cabernet sauvignon e che viene un po’ troppo illanguidito dalla “dolceria” finale.
Se Maestro Rosato ci era piaciuto, Maestro Rosso (merlot e syrah) è quanto di più lontano dall’idea di sorso piacevole o consolatorio. Tira scaglie di legno che impediscono di conoscere o riconoscere altro se non un inquietante presentimento di spezie intinte nello zucchero.

La differenza tra gli umani e gli dèi è elementare. Gli umani si macchiano di colpe e gli dèi puniscono. Qualche volta perdonano. Altre volte si accaniscono. E mentre il mio sguardo segue avido il tedesco che si avvia in spiaggia, agli dèi rivolgo il mio pensiero.

Ho capito tutto: sarebbe bastata una mezzina. Di Coppertone.

4 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 4 mesi fa - Link

Timeo Danaos et dona ferentes. Brava Samantha, simpatizzo per le scottature da primo sole e per lo shock degustativo provocato da alcuni vini greci (meglio le olive) . Ce ne vuole per riprendersi da entrambi.

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Orion

circa 4 mesi fa - Link

Il titolo andrebbe cambiato, per un novizio rischia di essere fuorviante. Sostituire Grecia con Rodi sarebbe sicuramente meno d’impatto ma certamente più veritiero.

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Haris

circa 4 mesi fa - Link

Rodi non è una regione che è famosa per i suoi vini. Se mi permetti ti consiglio di provare (a parte i vini di Santorini) i vini di Naoussa e i suoi Xinomavro, i vini di Cefalonia bianchi e rossi, i vini di Creta che ogni anno mi sorprendono, naturalmente i vini di Nemea e l'Agiorghitiko, i vini di Rapsani, ecc Se ti serve qualsiasi altra informazione sui vini greci sono a disposizione. Haris

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Samantha

circa 4 mesi fa - Link

Grazie Haris, seguirò con molto piacere i tuoi consigli. Ho assaggiato vini greci molto buoni, guidata da un amico che li distribuisce, ma per me la Grecia vinicola è ancora un mondo tutto da scoprire.

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