Luvaira e Posaù, a Dolceacqua con le parole di Francesco Biamonti

Luvaira e Posaù, a Dolceacqua con le parole di Francesco Biamonti

di Gianluca Rossetti

Due incontri mi hanno segnato quest’anno. Ne vengo via lentamente, come fossi una delle trasognate creature raccontate in punta di lapis da Francesco Biamonti. Perché il suo è tratto leggero e indelebile. “L’angelo di Avrigue” e, ancora di più, “Vento largo” piegano fino allo spasimo il mondo alle possibilità di tratteggio offerte dalla parola.

La torsione è così radicale che quel mondo stesso pare assumere significato proprio per via della narrazione. Magari solo per me che quei luoghi mai ho visitato ma solo sfiorato per merito dei vini che lì nascono. Rocciosi, rossese.

Mappa

Posaù.
Tratto da L’angelo di Avrigue.

«Edoardo tornò dalla cantina portando sul braccio, con delicatezza, una bottiglia. L’aprì dopo aver riattizzato il fuoco. Era vecchio vino di vigna vecchia.
– Senti il fondo mandorlato.
– È vino da messa.

Era violetto e limpido.

– Sono contento che lo apprezzi… Sono le ultime bottiglie. La vigna è lassù troppo lontano, l’abbandono.
– Dove si trova?
– Sul culmine, al posatoio. L’hai presente? C’è uno scoglio lungo, dove chi passa posa il carico e si riposa, prende respiro.
– Come non ricordarla! D’estate dietro quell’arenaria scendeva il sole e la infuocava.
– La strada è veramente appesa e tortuosa.
– Fosse solo per quello mi ci trascinerei ancora piano piano. Ma le viti ancora vive sono poche, bisognerebbe ripiantare, scavare a braccia.

Rintoccò la campana sulle sue ultime parole».

Luvaira.
Tratto da Vento largo.

«La mente gli si riempiva dei fantasmi della terra, dei lavori da fare. Man mano che scendeva vi si imbatteva: un uomo anziano abbacchiava gli ulivi, un vecchio potava la vigna, una donna con la gonna a strisce e il vlü de femme sui capelli toglieva il rincalzo ai gelsomini perché le radici si scaldassero più velocemente al sole. Ci dava secco: a ogni colpo di zappa la crocchia tremava e quella striscia di velluto nero sopra la fronte che girava intorno alla testa. “Bando ai rimorsi, – Varì pensava – coi lavori della terra io ho finito. Quelli che hai visto sono dei sopravvissuti”. Il crinale di Luvaìra si fondeva con un muro di luce».

Le immagini sono tratte dal post Menzioni Geografiche Aggiuntive del Rossese di Dolceacqua. Tutte le nomeranze a portata di clic.

1 Commento

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Maurizio

circa 2 anni fa - Link

IN VINO VERITAS Il Biamonti avrà anche scritto di Luvaira e Posaù, ma a bere veniva sempre a Soldano :) d'altronde era solo un poeta. Via amo tutti.

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