Lettera a un (wine) blogger mai nato

Lettera a un (wine) blogger mai nato

di Alessandro Morichetti

[Post lunghetto, introspettivo ma ottimista. Tempo di lettura stimato: 5 minuti.]

Sei appassionato di vino ma potrebbero essere sigari, giardini zen, orologi di precisione, tuning o francobolli. Coltivi il tuo piacere e ne parli con gli amici, in famiglia e nei circoli dedicati ma de visu, magari su Facebook però sempre nel regno dell’informale. Non hai ancora deciso di aprire un blog per parlare espressamente e specificamente di quella cosa lì. (Se lo avessi fatto ti manderei direttamente – come nel gioco dell’oca – alle “10 cose da sapere prima di aprire un blog sul vino“, una riflessione di Jacopo Cossater che risale al primo giugno 2011 ma sempre attuale.)

Qui siamo ancora un passo indietro, cioè alla fase binaria dell’assunzione di responsabilità: lo faccio o non lo faccio? Mi prendo questa briga di parlare dell’argomento o continuo a farlo senza darmi una forma anche solo minimamente istituzionale? Domanda forse meno scontata di quanto non sembri, specie nell’epoca in cui blog su blog stanno orientando l’opinione sui temi più disparati.

[Penso a Roma fa schifo (sottotitolo: “Chi ha ridotto così la città più bella del mondo?”) come esempio di assunzione non richiesta di responsabilità perché fresco di ritorno dalla città più bella del mondo in cui si è verificato ESATTAMENTE cosa auspicava quel blog per le elezioni. Dimostrando di avere il polso della situazione più di Corriere della Sera e Repubblica messi insieme. Massimiliano Tonelli si è aperto un blog negli anni che furono e oggi è rilevantissimo.]

Scendendo nel piccolo mondo del vino – antico eppur contemporaneo, globalizzato, transfrontaliero e glocalista – la questione è identica. Sette anni e qualche giorno fa nacque Intravino, banda di emeriti signor nessuno. Quando ancora i Tre Bicchieri muovevano numeri grandicelli, Tomacelli, Sartore, Gori e altri (guidati da Massimo Bernardi) iniziano a bloggare di vino in maniera più o meno strutturata, spontaneista, gratuita, irrefrenabilmente irriverente, spesso ficcante, qualche volta slabbrata. Ci divertiamo ora esattamente come allora ma non è questo il punto.

Perché iniziammo? Forse perché quello che si leggeva non era abbastanza, un po’ nei modi e un po’ negli argomenti. Forse perché ciascuno di noi – in maniera più o meno consapevole – pensava di avere qualcosa di interessante da dire. Io, ad esempio, capii solo più tardi che a mancarmi nell’informazione era una dimensione essenziale nella vita vissuta, e cioè i dettagli politicamente scorretti e necessari in quanto tali. A rendermelo evidente furono tre righe di Fiorenzo Sartore – che qui in mezzo per noi wine blogger è una specie di Matusalemme – e che suonavano così:

Nel mio mestiere ogni volta che ho frequentato persone legate al settore IRL (in real life) non abbiamo fatto altro che scherzare e raccontarci storie e spigolature. Questo lato leggero, magari fatuo, è parte di questo ambito, come di altri. Che senso ha tenerlo fuori? Per essere seri, posati, magari un po’ stracciaballe? Ebbene, là fuori è pieno di gente seria, di pubblicazioni serissime, che trattano il vino. Sapete che c’è? Noi no. Noi occupiamo fieramente con leggerezza (ossimoro voluto) un settore libero; non ci impedisce, di quando in quando, d’essere serissimi su argomenti che ci indignano; ma non siamo serissimi ventiquattr’ore al giorno.

Iniziammo quindi per dire cose che altri non dicevano: ne dicevano altre, interessanti, ma forse qualcosa mancava partendo dal Santo Graal della conoscenza, nel vino e non solo, enunciabile in forma di postulato, il postulato del wine blogger:

Dato un qualsiasi vino, da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che ne sa più di te. E tu non lo sai“.

Bertrand Russell

 

Questo pilastro dovrebbe muovere qualsiasi scrivente – specie nei testi con cui decide di strutturare il proprio modo di stare nel mondo – ma così non è. Al postulato del blogger spesso prevale la presunzione di saccenza, malattia semi-incurabile che ammorba il nostro ecosistema muovendo da opposte premesse: io so’ io e voi non sapete un cazzo, io possiedo il sapere e voi dovete pigliare appunti. Sinfonia che per un po’ ha tenuto botta, prima di iniziare a vacillare se non proprio a franare sotto al peso di un postulato salvifico, che emancipa il pensiero e favorisce la contaminazione delle menti.

Non così per tutti. Per qualcuno (Riccardo Viscardi su Doctor Wine) che lamenta la chiassosa presenza delle “giovani linci” – variante della presunzione di saccenza ma senza titoli nobiliari né preparazione adeguata – qualcun altro, tipo Fabrizio Gallino, fa notare come il rovescio della medaglia siano vecchi volponi furiosamente noiosi (la Gerontocrazia Enoica) e che tra le nuove leve si contino invece interpreti interessanti, accorti e perfettamente in sintonia con lo spirito dei tempi.

All’atto pratico, un punto di congiunzione c’è e si posiziona esattamente laddove buona conoscenza scaccia cattiva, a prescindere dalle credenziali. L’ultimo episodio è un simpatico scambio di pochi giorni fa intorno al post “Nebbiolo Prima 2016 | Barolo 2012: i nostri migliori assaggi di un’annata complicata” di Francesco Oddenino.

Francesco è un amico e vicino di casa, l’ho proposto io come inviato a Nebbiolo Prima per il semplice motivo che di nebbiolo ne sa più di chiunque altro voi conosciate. Potrebbe tranquillamente lavorare full time nel vino ma per ora si diletta a fare l’ingegnere col vizio capitale delle grandi bottiglie, preferibilmente a base nebbiolo. Beviamo spesso insieme e apprezzandone le doti di assaggio, conoscenza e autenticità interpretativa mi è sembrato la persona giusta da proporre per le anteprime. Francesco è un signor nessuno della comunicazione enoica, lui compra, beve, accumula, beve, accumula, compra, però fino a ieri non scriveva un cavolo di pubblicabile: se non poche righe sotto nickname (baroloonline) sul forum del Gambero Rosso.

Ma valendo il postulato del wine blogger (“Dato un qualsiasi vino, da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che ne sa più di te. E tu non lo sai“), se ha una idea abbastanza chiara la espone, come ad esempio in un articolo che ha fatto molto discutere – “Cari produttori del Roero (rosso), sarà ora di fare un esame di coscienza?” – pur riprendendo un tema già sviluppato da Carlo Macchi ed altri. Manie di protagonismo? Nemmeno a parlarne. Semmai desiderio di esprimere cosa si percepisce per come lo si percepisce, e non come fa comodo che venga raccontato. Con rigore e in punta d’assaggio ma senza allungare troppo il brodo. E nel filone di una competenza che porta ad autorevolezza non richiesta ma ottenuta si inseriscono i commenti di Daniele Cernilli, pilastro della critica del vino italiana, in calce al post sui Barolo 2012, dove Doctor Wine dall’alto della sua esperienza arriva non solo a convenire con Oddenino ma anche a scrivere frasi simpaticamente inusuali su queste pagine, tipo: “Mi fa comunque piacere essere sostanzialmente d’accordo con la sua precisazione.”

La rilevanza è fondamentalmente questo: confrontarsi sui temi a prescindere da schemi prefissati e ruoli incastonati.

 

È tutto qui:

Chi scrive un post (io, in questo caso) e chi dopo lo commenta hanno pari dignità e credibilità, se e nella misura in cui tutti quanti diciamo (o ci sforziamo di dire) cose dotate di fondamento. Spero non sfugga a nessuno, quindi, che questa dinamica è l’esatto contrario del padreternismo che si respira in altri ambiti comunicativi. Dobbiamo essere tutti orgogliosi e felici di questa libertà che ci diamo, e nello stesso tempo sentirci responsabili dell’uso che facciamo delle parole, perché come sempre le cose che diciamo ci qualificano come persone.

In conclusione: parla se hai qualcosa da dire, non chiedere permesso, sii rispettoso e fatti rispettare, lavora sul tuo stile, miscela autocritica e autocompiacimento in parti uguali. Alla peggio sarai irrilevante e non morirà nessuno.

avatar

Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

9 Commenti

avatar

Paola

circa 3 anni fa - Link

"non siamo serissimi ventiquattr'ore al giorno", dovremmo ripetercelo prima di andare a dormire anziché contare le pecore. Chapeau per il post intimista!

Rispondi
avatar

sergio

circa 3 anni fa - Link

Il post è molto interessante e si presta a diverse riflessioni. 1 Non ho mai pensato di aprire un blog sul cibo(non sul vino). Ho preferito intervenire sui grandi food blog dove esprimere le mie opinioni. 2 Ma, attenzione, si è passati da una maggior libertà a forme di moderazione sempre più spinta ... fino ad arrivare alla censura totale. Il fenomeno non riguarda tutti i blog: per questo motivo non penso ancora alla possibilità di aprire un mio blog personale. 3 Ma se la moderazione e la censura si estendono e diventa sempre più difficile o impossibile esprimere il proprio pensiero "liberamente" non resta altra possibilità che aprire a malincuore l'ennesimo food blog. 4 Voglio specificare che la moderazione o la censura di cui parlo non si riferisce a commenti con insulti, OT, da troll ecc... ma ad opinioni sgradite, nel senso che non si condividono e, per questo, non tollerate e censurate. 5 Intravino, almeno fino adesso, non rientra nei food blog in cui è diventato "difficile" o "impossibile" esprimere le proprio opinioni.

Rispondi
avatar

Fiorenzo Sartore

circa 3 anni fa - Link

Faccio una digressione sul tema moderazione, che è un argomento di dibattito non facile da risolvere. La cosa migliore che mi riesce di dire è che qui funziona un sistema tutto sommato artigianale (e insomma, sappiamo tutti quanto questa parola suoni piacevole). In sostanza consiste nel fatto che io, per esempio, ho una pagina dei commenti sulla piattaforma wordpress di Intravino in aggiornamento automatico ogni due minuti. Il commento di Sergio, per dire, è stato visualizzato praticamente in tempo reale con la sua pubblicazione: avesse contenuto elementi gravemente offensivi (ad esempio nei confronti di un altro commentatore, ma sarebbe stato ben strano, il commentatore ormai è profilato positivamente come accade ai clienti dei ristoranti che frequenta Cristiana Lauro) sarebbe stato blandamente editato, con la raccomandazione, possibilmente sorridente, a non farlo più. Esistono poi filtri in casi disperatissimi e altri marchingegni, ma alla fine tutto è alquanto manuale. Per l'esperienza che abbiamo nemmeno questo è il sistema perfetto (ha dato luogo a falsi positivi, e veri e propri errori a volte) tuttavia qui appunto siamo tutti molto umani, e scarsamente robotici, siamo raggiungibili via mail o canali sociali per ogni chiarimento: in definitiva le conversazioni avvengono con parole umane, tra umani. Per giunta ci siamo spesso tenuti il curioso piacere un po' masoch di mantenere gli insulti ai vari autori (quando non erano proprio terribili) se non altro perché non irritavano terzi. Il punto è che la sequenza dei commenti dovrebbe procedere in modo ecologico: è un po' come ammettere un inerbimento incontrollato e del tipo indesiderabile in un vigneto, nessuno lo fa, perché in definitiva quello che vuoi coltivare è la vitis vinifera, non le erbacce. Fuori dalla metafora, non so se vi è mai capitato di leggere certe lunghe sequenze di commenti orridi su fatti di cronaca nelle pagine Facebook di alcuni quotidiani: la mancanza di moderazione, lì (nessuno che sfrondasse) determinava invariabilmente un luogo nel quale chi aveva cose sensate da dire trovava l'ambiente del tutto respingente, e girava al largo. Questo quindi causava lo sviluppo di un ecosistema di erbacce velenose (commenti irrilevanti) e l'azzeramento di qualsiasi interazione utile. Alla fine, parlo per me, ho anche tolto il like a quelle pagine, non c'era alcuna utilità nel frequentarle. Ecco, quando si applica la moderazione, si vorrebbe coltivare un ambiente accogliente, non respingente. In definitiva l'opinione sgradita non si censura, semmai si discute. E comunque ripeto, questo approccio amanuense non è sempre facile, e quando qualcosa non va siamo sempre a disposizione. Insomma si cerca di crescere assieme. (Scusate la lunghezza, al prossimo commento metto il disclaimer "tempo di lettura stimato: 25 minuti ed un bicchiere di prosecco alla giusta temperatura").

Rispondi
avatar

Paolo A.

circa 3 anni fa - Link

Oddio la peana a romafaschifo anche no. In rete si trovano parecchie cose interessanti su chi ci sia dietro a cotale blog e quali possano essere i possibili obiettivi dello stesso. Lascio a te l'approfondimento, nel caso ne avessi voglia ;)

Rispondi
avatar

Alessandro Morichetti

circa 3 anni fa - Link

I commenti del genere "se solo voi sapeste" sono IL male quindi se in poche righe puoi argomentare anche minimamente chi ci sta dietro e quali sarebbero gli scopi nefasti di Roma fa schifo va benissimo.

Rispondi
avatar

Paolo A.

circa 3 anni fa - Link

Massimiliano Tonelli intrattiene rapporti lavorativi con la Astaldi, general contractor per la linea C della metro a Roma; opera che stranamente non è mai stata attaccata nel blog RFC, a differenza di mille altre e nonostante la stessa, a detta di altre voci, abbia non pochi profili di criticità. Spero di aver circostanziato maggiormente.

Rispondi
avatar

francesco

circa 3 anni fa - Link

"Nel mio mestiere ogni volta che ho frequentato persone legate al settore IRL (in real life) non abbiamo fatto altro che scherzare e raccontarci storie e spigolature. Questo lato leggero, magari fatuo, è parte di questo ambito, come di altri. Che senso ha tenerlo fuori?" Circa lo studio della sensibilità, e della mentalità di un epoca, Bachtin ha analizzato l'opera di Rabelais a partire dal riso e dal comico, dove trova finalmente espressione la cultura POPOLARE. E così fior di storici, tipo Lucien Febvre. Dar voce al comico è dar voce alla cultura popolare. Il

Rispondi
avatar

Denis

circa 3 anni fa - Link

Condivido praticamente tutto. I miei due centesimi da neo bloggaro: il mio blog è nato soprattutto per me. Come luogo per scrivere cose legate al vino che non voglio dimenticare, che voglio far diventare un pezzo tangibile della mia esperienza. Un po' come quando si scattano 1000 fotografie in un pomeriggio in collina (aah, il digitale!) e si decide (non sempre) che quelle due lì meritano proprio di essere stampate. Ecco. Poi beh, se qualcuno ha piacere di leggerle quelle due foto, perché no? E devo ringraziare anche voi di Intravino, perché siete stati (lo siete tuttora) un bello stimolo! Grazie e continuate!

Rispondi
avatar

Alessandro Morichetti

circa 3 anni fa - Link

Ci stanno entrambi gli aspetti, sia come diario per ricordare cose ma anche come veicolo per condividerle. Per chi poi, come me, ha una memoria terrificantemente scarsa, annotare vini e riflessioni è una bellissima cosa.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.