l’Etna racchiuso in 7 piccole, preziose cantine

l’Etna racchiuso in 7 piccole, preziose cantine

di Angela Mion

L’Etna è anche chiamato Mongibello, letteralmente “monte Gibel” (dal latino mons “monte” e dall’arabo jabal “monte”), da cui il siciliano Mungibbeḍḍu, per tutti: la grande Montagna. Terra fertile ed endemica, un paesaggio intatto e silenzioso che affonda le proprie radici su anni di lava e detriti vulcanici addomesticati dall’uomo.

Non è più tempo di solo vino, è il tempo della terra. 

E dell’uomo che asseconda l’uva.

Torno dalla grande Montagna con questa mia frase che mi riempie testa ed occhi. Se mi fermo un secondo e ci penso rivedo tutto quello che sto per scrivere.

Il vulcano quando arrivi da Catania e ci vai incontro lo vedi alto e maestoso, vivo, imbiancato e con una colonna di fumo che pare essere quasi il suo respiro. E ti lascia con la testa all’insù a seguirlo mentre a destra il mare è di un blu che spacca gli occhi. Quando sull’Etna dalle sue pendici ci entri dentro e ti inerpichi per quelle strade fitte di vegetazione e di curve fino ad arrivare ai comuni del versante Nord è dalla montagna che guardi giù e ti accorgi di quanto grande essa sia. La neve si fa sempre più vicina, più sali più il suo volto diventa aspro e il vento si fa freddo col sole caldo anche a gennaio. I comuni che si attraversano per arrivare a Randazzo non sono luoghi troppo turistici e la loro bellezza sta tutta nella terra e nella gente.

La vigna ad un certo punto diventa il territorio e a colpo d’occhio la vedi svettare verso l’alto ed inerpicarsi in luoghi che ti chiedi pure come faccia l’uomo ad arrivare fin là. La vigna lì è qualcosa di perfettamente integrato, una presenza fisica e psicologica di chi la vive. Questo è quello che ho provato camminando in quei vigneti che non hanno una disposizione regolare e matematica, anzi, appaiono selvaggi e poco addomesticati.

Camminare per quelle vigne che vivono in perfetto equilibrio con un ecosistema ancora sano e con un metabolismo funzionante è stato suggestivo. Sotto ai miei piedi di terra ne avevo poca, le piante sembrano incastrate con le loro radici su un misto di sassi scuri di lava e polvere nera, terra e sabbia. La vigna è bassa e sembra un uomo erudito, forte, bruciato dal sole e dal freddo, muscoloso e scalfito dalla vita e dal suo appartenere. Ad un certo punto, camminando tra i pendii dei vigneti mi sono alzata il bavero della giacca perché il vento asciutto e freddo ti entrava dentro: l’escursione termica non è solo notturna ma è forte e marcata anche nelle ore pomeridiane quando incessante soffia un vento freddo e guaritore che non tace mai.

Felice, con gli occhi pieni di luce e una pillola di energia positiva stretta in mano sono scesa dalla montagna e ho continuato la mia scoperta dell’Etna anche attraverso le persone.

Un pranzo bucolico a Solicchiata, un tavolo che pareva un tavolo del casinò ma le fiches qui erano le bottiglie. E in tutte quelle parole dette, ascoltate e raccontate, in un posto sconosciuto all’immaginazione, dopo essere uscita da lì ho sentito nelle mie ossa tutto il fermento e la rivoluzione di questa terra oggi come non mai unica al mondo. È un luogo endemico. Uso questa parola per indicare qualcosa di specifico di un dato luogo.

La qualità del vino qui è stata un veloce crescere in questi ultimi anni, con vinificazioni attente e un duro lavoro umano in vigna pressoché senza meccanizzazioni e con rese generalmente basse.

Nell’ultimo decennio i produttori hanno iniziato a vinificare separatamente diversi cru o anche singole vigne valorizzando le differenze del territorio. Differenze che ritroviamo nel suolo e nelle sue colate laviche e stratificazioni, nell’altitudine, nell’esposizione e nel microclima che tutto questo può creare.

Il grembo del vulcano da la luce a dei vini con delle caratteristiche peculiari impossibili da internazionalizzare ed è questo che li rende unici: l’impossibilità a ripeterli.

Questo mio viaggio è stato all’insegna dell’Etna rosso: Nerello mascalese spesso con piccoli tagli di Nerello cappuccio, uva con acidità molto elevate. I tratti somatici di quanto sono riuscita ad assaggiare? Capelli lunghi, occhi scuri, carnagione olivastra; trama acida già minerale, profumati di pietra leggermente affumicata e della vegetazione che ci cresce attorno, una lontana sapidità riporta il mare, il naso e il sorso di frutti e fruttini rossi più o meno dolci e maturi, il tannino come una cicatrice sulla pelle che si può vedere di più o di meno. Poi ogni figlio cresce come i genitori insegnano e cosi fanno i vignaioli coi loro vini.

L’alchimia di questo territorio però la possiamo trovare solo assaggiandolo. Preparate il cavatappi e un pacchetto di fazzoletti per asciugarvi le lacrime perché sono commuoventi.

La danza qui è sull’Etna Rosso, inizialmente avevo indicato le annate, ora le tolgo perché quello che mi sta a cuore è far conoscere queste bellissime a volte piccole realtà.

  •   Camarda – amore a prima vista, piccola cantina di Passopisciaro con prezzi onestissimi e un vino sopra le righe. Nerello mascalese, rosso di grande personalità e piacevolezza.
  •   Vino di Anna – in quel di Solicchiata. Per questa cantina io rilancio il suggestivo post di Alessandra Corda.
  •   Azienda Agricola Sofia, Piano dei Daini versante nord– piccolissime produzioni. La Vigna di Gioacchino Etna rosso.
  •   Passopisciaro – a Passopisciaro. Da qui parte l’idea di vinificare separatamente le diverse contrade, così le loro bottiglie ne prendono le iniziali. Contrada R, P, C, S, G: Rampante, Porcaria, Chiappemacine, Sciaranuova e Guardiola. I vini sono buonissimi.
  •   Federico Graziani – sommelier ed enologo del nord emigrato al sud, a Passopisciaro, per scelta. I suoi vini arrivano da mente e mano esperta e la sua migrazione pare essere stata una buona svolta. Il suo base Etna rosso, l’apice è Profumo di Vulcano.
  •   Primaterra – tra Passopisciaro e Solicchiata. Piccola cantina attenta alla biodiversità amica dell’arte e degli artisti che ospita con installazioni anche tra le vigne. Etna rosso Primaterra.
  •   Valcerasa – Alice Bonaccorsi – a Randazzo. La cantina esiste da tempi meno noti di questi come i loro vini e la loro attenzione al territorio. Etna rosso Crucimonaci e il Valcerasa.

5 Commenti

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Nic Marsél

circa 1 mese fa - Link

Che bello! Etna, Mamoiada, Cirò, sono oggi i miei terroir del cuore. Le bevute più emozionanti. Al Vinitaly di non so quanti anni fa avevo assaggiato alla cieca la prima vendemmia di Federico Graziani (tipo 300 bt senza etichetta, annata 2009 se non sbaglio) e ne ero rimasto sbalordito. Bevuto di recente un 2014 sempre buonissimo. Il rossorelativo 2018 di Valcerasa, più pulito ed elegante rispetto alle annate precedenti, è un vero gioiello, tra i migliori rosati che abbia mai bevuto. Sembrano passati secoli e invece non sono lontani i tempi in cui i muri della mia civilissima città del nord venivano imbrattati con la vergognosa scritta "Forza Etna".

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Marzio

circa 4 settimane fa - Link

Ah la Sicilia! Non vedo l'ora di tornarci! Solo lei ha queste specialità!

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Vini di Sicilia

circa 4 settimane fa - Link

Bell'articolo, poesia nel racconto e stimolo alla visita. Una sola osservazione: il titolo parla di "piccole" cantine, e sull'Etna ce ne sono davvero molte di cantine artigianali, piccole realtà. Non è certo il caso di Passopisciaro. Franchetti possiede 26 ettari, che sull'Etna sono davvero tanti, ed è tutto fuorchè una piccola realtà. Peraltro nell'articolo si legge che queste sono realtà "a volte piccole"; il titolo però è fuorviante. Ovviamente c'era l'imbarazzo della scelta, ma è difficile mettere sullo stesso piano Anna Mertens, Alice Bonaccorsi e Andrea Franchetti

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Ferretti

circa 4 settimane fa - Link

Un racconto che più che al palato parla al cuore, e quando le due cose vanno di pari passo ne esce un pezzo perfetto come questo.

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Marzio

circa 4 giorni fa - Link

Confermo! e' davvero così!

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