L’eredità di Franco Biondi Santi

L’eredità di Franco Biondi Santi

di Emanuele Giannone

Biondi Santi: un classico. Che cosa significa? Classico è una parola di cui facciamo uso ricorrente e di sicuro effetto; ma siamo veramente consapevoli del suo significato? Uno che se li beveva, i classici, in senso letterale e letterario, disse che un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire (1). I classici sono opere che superano la sfida del tempo affermandosi, al passare del tempo, in fattispecie sempre proprie eppure nuove. Di questo stesso genere è, secondo noi, il classicismo di Biondi Santi: è sempre lui, sempre proprio e sempre nuovo.

Nel presentare e gustare con noi la selezione commerciale per l’anno in corso (2), l’A.D. Giampiero Bertolini ha usato parole convincenti perché circostanziate e poco di circostanza; convincenti perché asseverano quel che fortunatamente è già scritto nelle vicende di ieri, quelle che portano i nomi di Ferruccio, Tancredi e soprattutto Franco: i classici non si perpetuano se non si rinnovano. Se non si rinnovano, invecchiano. Chi non capisce questo, non ha chiara la differenza tra classico e vecchio. Non è un romantico, bensì un retrivo. Ai classici tocca tanto mantenere i significati originari, quanto aggiungerne continuamente di nuovi; a noi spetta il compito, beninteso graditissimo, di saperli interpretare. I classici ci servono a questo, per nostra conoscenza e nostro diletto: rinnovarne i significati interpretandoli. Badate bene: interpretare, non criticare, ché criticare a nulla servirebbe, perché – tornando a quello che i classici se li beveva – un classico è anche un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso. Pulviscolo. Come quello depositato sulle bottiglie della riserva storica nel caveau aziendale: una patina grigia, un flebile rumore di fondo. Poi arriva un panno a scrollarne via l’inconsistenza.

Per chi guarda con partecipazione a una presenza insostituibile nella storia e sul territorio montalcinesi, l’incontro ha dato tanta soddisfazione, quanta ne ha regalata la degustazione. In particolare, il ragguaglio sugli avvenimenti dell’ultimo anno ha soddisfatto le attese di habituées, saltuari e first-timer, tutti indistintamente interessati. Solo un anno racchiuso in un istante, a suggello di una vicenda che inizia due secoli prima del nostro. Un istante purtuttavia molto denso.

Gli studi sui terreni. Le parcellizzazioni.

Franco Biondi Santi possedeva il senso del rabdomante per selezionare ogni terreno e scegliere cosa mettervi a dimora. Se alla sua assenza non si può supplire con altrettanta sensibilità, il ricorso alla scienza assume il significato e il carattere della necessità: «Un anno e mezzo fa – così Bertolini – c’erano molti dubbi su quello che sarebbe successo al Greppo. Io li voglio fugare. Andiamo avanti in continuità coi mezzi nuovi che la scienza mette a disposizione, ponendoci con modestia a capire le cose. È una scelta che Franco Biondi Santi, avesse avuto 40 anni davanti, avrebbe fatto, perché è sempre stato avanti in queste cose. Dobbiamo farlo a maggior ragione perché non abbiamo la sensibilità che aveva lui. Riscopriamo cose che lui, con la sua sensibilità, sapeva già.» Da qui, tra l’altro, l’inizio della collaborazione con Pedro Parra, il cacciatore di terroir cileno, e agli scavi – vere e proprie fosse, non carotaggi – realizzati per analizzare i suoli e trarre corrispondenti indicazioni sulla resa dei vini. «In questa prima fase di lavoro – ancora Bertolini – su queste indicazioni è stata impostata la vendemmia 2019: sono stati individuati 12 lotti diversi per corrispondenti vinificazioni separate, in 12 contenitori diversi, affiancando l’acciaio al tradizionale rovere di Slavonia di Garbellotto e al e cemento, anche questo da tradizione ma in nuove vasche con controllo della temperatura.» Lo studio sulla parcellizzazione durerà almeno tre vendemmie: «Già questa prima fase ha confermato molte cose tramandate da Franco Biondi Santi. Lo scopo è quindi quello di innovare senza affatto cambiare lo stile dei vini di Biondi Santi. Non facciamo rivoluzioni ma evoluzioni.»

La vigna nuova e quelle che verranno.

Con le recenti acquisizioni il vigneto di proprietà è salito a un’estensione di circa 33 ha, peraltro non tutti in produzione. La nuova vigna, piantata nei primi anni Duemila, è stata scelta dopo una lunga selezione – sono stati valutati 23 dossier – in base alla compatibilità di suoli, posizione e altitudine con quelli già posseduti; conta 6,6 ha in zona San Polo e vanta un’esposizione ideale, simile al Greppo per altitudine e per la qualità dei galestri. Già sfruttata per la vendemmia 2019, nei prossimi sei o sette anni servirà a compensare gli espianti al Greppo seguiti all’ultima vendemmia e dovuti alle condizioni precarie delle viti coinvolte, ovvero alla qualità non più difendibile del loro prodotto. Per queste, il Direttore Tecnico Federico Radi, di concerto con Parra, è ora intento a scegliere i portainnesti e cloni più adatti: «Perché non è tutto, sempre e comunque BBS11. Il BBS11 coprirà probabilmente la maggior parte dei suoli, perché sono suoli cui ben si adatta, ma ci sono parcelle dove non sarebbe la scelta ottimale.» Quel che è certo, è che le soluzioni verranno dall’interno: «Lo studio sui cloni che abbiamo in azienda, sulla vigna del 1936, attesta che abbiamo in casa cose straordinarie. Ora le stiamo selezionando. È come ripartire– così Lene Bucelli, Marketing, Communication and Hospitality Manager – dall’idea che aveva il Dottore: parti dallo stesso patrimonio di piante ma lo usi con la consapevolezza di oggi. Franco oggi tutti lo ricordano come il grande tradizionalista… non lo era affatto.»

Abbasso Huntington, viva l’UNESCO

Cioè abbasso lo scontro di civiltà, viva il dialogo. Con la nuova proprietà – totalitaria dopo la cessione delle ultime quote in possesso della famiglia Biondi Santi – vige ora assoluta sintonia, sia con la visione sopra riassunta, sia – questione di notevole importanza – con la strategia di gestione del portafoglio. Di nuovo Bertolini: «C’è voluto in verità un po’ per intendersi con i francesi, soprattutto sul portafoglio prodotti. Inizialmente la proprietà aveva avanzato ipotesi alternative, poi si è chiarito che Biondi Santi va avanti con Rosso, Annata e Riserva» Il Brunello Annata, «… quello per cui ci conoscono nel mondo», resterà il prodotto cardine, la Riserva non crescerà in quantità e il Rosso «… è in una situazione paradossale perché ne abbiamo pochissimo e abbiamo una richiesta immensa. L’anno scorso abbiamo riposizionato il prodotto (per fascia di prezzo, ndr) dove secondo noi deve stare e pensavamo di arretrare, invece ne abbiamo venduto di più. In futuro dovremo valutare se acquisire altre vigne per supplire al gap tra domanda e offerta». Una novità non da poco riguarda i formati: se alla magnum non si era mai ricorso fin qui, la Riserva 2012 ne vedrà entrare sul mercato circa 500. Un inedito che si ripeterà con la Riserva 2013 e anche per l’Annata, a cominciare dalla 2015 in uscita l’anno prossimo.

La degustazione
In corsivo: i commenti di Andrea Gori. Virgolettato: interventi di Giampiero Bertolini e Lene Bucelli.

Rosso 2016. Introduce Bertolini: «L’apertura dell’esperienza Biondi Santi, nel senso che purtroppo molti giovani non ci conoscono, hanno difficoltà ad avvicinarci anche per ragioni economiche. L’idea mia è tenere questo prezzo e fare un po’ più di bottiglie per farlo conoscere a più persone.» Annata eccellente. Freschezza evidente, frutto immediato, struttura e presenza. Letteralmente succoso, goloso, dalla beva trascinante.

Ematico-rugginoso, amarena e arancia sanguinella, floreale viola, lamponi, cuoio e sandalo. Rotondo, dolce, profondità e speziatura con sapidità e piacere immediato, dolce succoso ma godimento vero. 95.

Brunello 2009. Annata regolare, abbastanza calda ma meno della 2011 che segue, con piogge in tutta la prima parte di settembre e quindi vendemmia posticipata. Frutto in evidenza, al momento più energia della 2011, maggior droiture. Grande pulizia, note salmastre e iodate (acciuga), balsamiche di macchia marina. «Una nota corale tra iodato e balsamico». Qualcuno dice: «Qua facciamo i suffumigi». Alla distanza affiora un minerale scuro, grafite e ardesia.

Cipria e lavanda, pulita, netta, dolce e succulenta; amarena, mirto e mirtillo, cannella, pepe, lieve acciuga, iodato, salino, zenzero, balsamico in conclusione. Finale che svela una potenzialità enorme e insospettata, fresco e piacevole ma fitto di tannino, potenza e potenziale evolutivo. 97.

Brunello 2011. Annata regolare. Canfora, humus, frutto scuro. «Il 2011 è stato uno dei vini più “piacioni” mai fatti, forse l’annata più aperta che sia mai uscita» (Bucelli). In effetti ha uno sviluppo aromatico molto ampio, gioioso, generoso. Una piacevolissima, coinvolgente distensione. Il frutto è scuro, originale, fuori dal canone.

Annata regolare, in cui fu prodotta anche la riserva. Vendemmia 20 settembre. Amarene e resine, prugna, canfora, humus, viola, sandalo, tabacco. Caldo e dolcezze, sapido e ferroso, macchia mediterranea, tannino fitto ma levigato, croccantezza e susina, senza austerità ma con generosità inconsueta 94

Riserva 2012. «Tutti ci dicono “questo è il vino di Franco Biondi Santi”, con questa freschezza e precisione che sono sue. Volevamo rilasciare la 2012 l’anno scorso ma non era pronta, l’abbiamo tenuta in bottiglia 1 anno di più e si è composta. Ora “dà la scossa”. Quando l’abbiamo assaggiata nel 2018 era proprio un vino giovane, di quelli che piacevano a Franco, molto austero, molto sulle sue, con tutti gli elementi ma che non si erano trovati ancora, andavano aspettati, andava trovato l’equilibrio. È proprio un vino di Franco, con quest’amarena così amara…» (Bertolini, Bucelli). Sottobosco, tamarindo, alloro, freschezza tagliente, netta, precisa. C’è il tannino della 2012 col suo timbro, simile alla 2010 sebbene meno celebrato (Gori). La maturità del frutto allude all’annata calda ma la freschezza è istante e vibrante, la tensione splendida, ha profondità e lunghezza senza fine. Si beve di slancio nonostante struttura, complessità, profondità e stratificazione aromatica. Alla distanza regala una vena floreale e speziata, elegante ed élancée.

Stampo classicissimo, amarena amara, melograno, sottobosco, tamarindo, bergamotto, alloro; tagliente e preciso, ematico, mirto, frutto e ricchezza, arancio, lampone. Tannino tambureggiante, pronfondità e gusto, lunghezza impressionante. Per la prima volta 12500 bottiglie da 0,75 e 500 magnum. Un’assoluta meraviglia. 100.

Riserva 1998. 1000 bottiglie dalla cantina storica per far apprezzare un’annata che all’inizio non era stata percepita come una delle migliori in Toscana. Splendidi i primi soffi, ancora misurati, di evoluzione: tabacco e cuoio leggerissimi, in essenza, slanciati dal balsamico intenso che aumenta l’immediata sensazione di freschezza. Naso col timer, dosa i profumi in attacco ed esplode in profondità. Bocca splendida, speziatissima e con una nota terrosa pulita, di fogliame e sottobosco. Tannino avvolgente, pur restando ruvido, non crudo, che abbraccia e sostiene l’ampia espressione del frutto: dal rosso a un sorprendente arancio fino alla frutta gialla (nespola). Molto cangiante e articolato, notevole stratificazione degli aromi e rilascio graduale.

Sipario

Eravamo una decina. Riascoltando la registrazione dell’incontro, risulta evidente che per primo ha parlato il vino, noi in silenzio. A un certo punto il vino ci ha salutati per lasciarci parlare a ruota libera, come in una stramba, allegra ricreazione: parlavamo tutti, a due a due e in gruppi e tutti insieme, mentre lui si prestava in silenzio al frastuono. Che si intreccino voci e dialoghi, battute di spirito e commenti trasognati, fantasticherie e sbalordimenti, è un buon segno. Per la cronaca, questa svolta l’ha segnata la Riserva 2012.

  1.  (1) Italo Calvino
  2.  (2) In vendita a partire da marzo tranne il Rosso 2016, già in commercio e cui seguirà nel mese in corso il Rosso 2017

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

2 Commenti

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Simone Di Vito

circa 5 mesi fa - Link

Articolo sopraffino e stimolante...che provoca pure un po' di invidia...benevola sia chiaro... Annata 12 che mi stupì un annetto fa, anche con la cirbaiola di Salvioni...un altro bel "mostro"

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Tommaso Ciuffoletti

circa 5 mesi fa - Link

Grande Federico!!!!

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