L’Erbaluce, il vino figlio di una dea in verticale

L’Erbaluce, il vino figlio di una dea in verticale

di Denis Mazzucato

Alba era una ninfa, quando ancora gli dei abitavano le colline moreniche create dai ghiacci. Vide Sole un giorno in riva ad un torrente, e se ne innamorò di un amore impossibile giacché non potevano stare insieme.

Luna volle aiutare gli innamorati, e un giorno decise di restare in cielo nascondendo Sole in una eclissi, per permettergli di raggiungere in segreto la sua amata. Dalla loro unione nacque Albaluce, creatura meravigliosa dai capelli lucenti come il sole e con occhi del color del cielo.

Albaluce era venerata come una Dea, e gli uomini le portavano doni di ogni genere, finché le risorse del lago iniziarono a scarseggiare e si dovette cercare nuova terra da coltivare. Venne costruito un canale per far defluire l’acqua del lago, ma un’inondazione travolse tutto seminando morte.

Albaluce pianse di dolore.

“Quelle lacrime trasformano i secchi arbusti in vigorosi ceppi,
da cui s’alzano lunghi tralci
e da essi pendono dolci, dorati,
grappoli di succosa uva bianca.
È il dono della Dea ai suoi fedeli.
È l’atto di nascita del vitigno erbaluce,
generato dalle lacrime di una Dea,
che ha nel cuore i raggi del padre Sole
e la tenera dolcezza dell’Alba,
quella che sorge ogni mattina sul bric di Caluso”

Questa è in poche parole la leggenda dell’Erbaluce (Albalux per i romani). Ma oggi cos’è? E dove va?

A queste domande si è cercato di dare risposta in una verticale molto significativa presso la Cantina Orsolani, di San Giorgio Canavese, a 10 minuti da Caluso: quattro generazioni di produttori che da 125 anni valorizzano questo vitigno antico senza smettere di sperimentare nuove soluzioni, ma con le radici ben piantate a terra.

La degustazione si è focalizzata sul confronto di due visioni differenti di Erbaluce rappresentate dal Rustìa e dal Vintage di diverse annate, dal 2016 al 2013.

La Rustìa, con più di 50000 bottiglie prodotte, è probabilmente il vino più identitario della cantina. Come da tradizione viene coltivato a pergola ed è vinificato e affinato esclusivamente in acciaio.

Il Vintage (2000 bottiglie) invece è coltivato a filare, svolge la fermentazione malolattica e riposa in botti grandi per 18-24 mesi a seconda dell’annata. Tutt’altra storia quindi, a partire dalla vigna.

2019
Di questa annata per ovvie ragioni abbiamo degustato solo la Rustìa, ed è stato un ottimo inizio. Giallo paglierino con evidenti riflessi verdolini, ha un naso molto intenso, da una parte la frutta netta, schietta, agrumi e pesca soprattutto, e poi erbe aromatiche (salvia) e anche un poco di spezie (anice su tutti).

In bocca è chiaramente ancora molto giovane e un po’ allappante, ma è già piacevole. Non gli mancano struttura, sapidità e lunghezza. L’eleganza arriverà col tempo ma è ottimamente instradato.

2016
Rustìa: inizia un po’ chiuso e ridotto, e gli servirà un po’ di tempo per farsi apprezzare. L’acidità è più matura e vira sul pompelmo, un pelo in più di struttura in bocca ma probabilmente il 2019 lo supererà in tutto.

Vintage: le botti grandi in cui ha riposato sono del 2013, e ci dicono che il 2016 è il primo anno nel quale hanno raggiunto il livello di “usura” desiderato. Il colore è chiaramente paglierino più caldo, il naso inizia molto legnoso (anche se le botti non sono tostate), poi arriva l’albicocca. In bocca è rotondo (un po’ troppo), e strutturato. Una bella nota di menta e liquirizia lo rende interessante. Sicuramente non è ancora al massimo, e nemmeno vicino, ma offre buone prospettive, a patto che quel legno sfumi.

2015
Rustìa: appena versato al naso esce una sbuffata di zucchero, che dura pochi secondi, poi salvia, pera e anice. Bocca sapida e più in equilibrio delle versioni precedenti, ancora tanta spinta fresca e buona lunghezza. I 4 anni di bottiglia direi che sono il minimo indispensabile per apprezzare il potenziale di questo vino.

Vintage: naso caldo, legno ancora più evidente e frutta macerata, bocca un po’ slegata a cui manca centralità, acidità spinta e sapidità da una parte, molta morbidezza data dal legno dall’altra, ma gli mancano le note medie. Il punto più basso dell’evoluzione o semplicemente annata infelice.

2014
Rustìa: annata difficile, piante colpite da marciume per le grandi piogge e il freddo. Tuttavia è un vino assolutamente convincente. Inizia a percepirsi una leggera nota sulfurea, assieme ad anice e finocchio, in bocca c’è ancora acidità a profusione ma anche equilibrio. Non mostra per nulla gli anni che ha, anche per il colore nel quale si vedono ancora riflessi verdolini.

Vintage: note sulfuree abbastanza evidenti (e piacevoli), poi frutta macerata e boisé in attenuazione. In bocca si conferma la freschezza (che sembra non sentire gli anni) ma non è ancora completo. Anche se in modo meno evidente vale lo stesso discorso del 2015.

2013
Rustìa: integrità invidiabile dopo 6 anni di bottiglia. Restano tutte le note tipiche del vitigno, la frutta a polpa gialla ancora fragrante, l’agrume, e le spezie dolci con qualche nota sulfurea a dare profondità. In bocca è completo, ancora fresco e sapido, ancora piacevolissimo, resta interessante anche con qualche grado in più, e ha buona lunghezza. Il miglior Rustìa della degustazione.

Vintage: questo vino ha riposato in botti nuove (le stesse che si sono utilizzate poi nelle annate successive), e l’annata è stata anche particolarmente calda, ma nonostante ciò questa è la bottiglia nella quale il legno è meno presente, perfettamente integrato tra l’albicocca e la salvia, tra il pompelmo e l’anice. Bocca ancora in splendida forma, chiaramente più morbido e strutturato del Rustìa ma anche fresco, lunghissimo e godibilissimo. Questa annata riabilita la versione Vintage, che fin qui era sempre stata un passo indietro (anche due) rispetto al Rustìa. La 2013 è la prima annata nella quale scegliere tra le due versioni è davvero difficile, perché sono entrambe notevoli.

In conclusione: se da una parte la Rustìa mostra una grande tenuta nel tempo, tanto che il 2013 è risultato nel complesso il migliore (il 2019 potrebbe esserlo in prospettiva, ma non oggi), il Vintage è diventato interessante a partire dal 2014, con un picco di eccellenza anche in questo caso nel 2013. Quel che è certo è che sono vini totalmente diversi, sia nel singolo assaggio che nella prospettiva.

Bonus track

Apriamo una bottiglia di Vignot S. Antonio del 2006. Una selezione che ormai non c’è più (perché?) solo acciaio, imbottigliato nel 2007 dopo breve sosta sulle fecce. 13 anni di bottiglia per un naso intenso di salvia, finocchietto, anice e pera, bocca in equilibrio pazzesco, freschissimo, sapido, lunghissimo, una gioia per il palato! In assoluto il vino migliore della degustazione!

Se qualcuno ne ha ancora qualche bottiglia la tenga per una piacevole sorpresa in degustazione alla cieca!

La sensazione finale è che l’erbaluce sia un vitigno prima di tutto versatile (l’unico in Italia ad avere la DOCG per la versione secca, lo spumante e il passito?), e poi anche molto longevo, in due “direzioni” diverse: da una parte il Rustìa, totalmente in acciaio, ha dimostrato una tenuta davvero invidiabile, senza cedimenti (grazie anche all’alta acidità fissa dell’uva) e che col tempo anzi migliora in eleganza.

Dall’altra il Vintage, che è invece destinato ad un consumo decisamente non immediato. Occorrono almeno 5 o 6 anni dalla vendemmia perché il legno smetta di essere predominante e il vino raggiunga l’equilibrio che ha dimostrato di poter raggiungere.

 

I vini citati nell’articolo sono in vendita da Italvinus
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Denis Mazzucato

Monferrino DOC, informatico da troppo tempo, sommelier da troppo poco, musicista per sempre. Passato da Mina, Battisti e Pink Floyd a Fiano, Grignolino e Chablis, cerco un modo per far convivere le due cose. Mi piacciono le canzoni che mi fanno piangere e i vini che mi fanno ridere.

4 Commenti

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Gurit

circa 2 mesi fa - Link

Parere personalissimo, per il metodo di allevamento della vite e per le rese per ettaro, trovo che l'Erbaluce possa dare il meglio se spumantizzato. Col passito, seppur eccezionale, non ci camperebbero mai. La versione ferma invece la vedo bene solo se giovane e con criomacerazione. Diversamente (come qualche giovane sta già facendo) dovrebbero ridiscutere le loro basi agronomiche. La Denominazione deve farne di strada. Chi conosce il prodotto sa benissimo che si continua a sponsorizzare il fatto che la caratteristica del vino sia la freschezza, cosa che reputo di una idiozia immane. Se l'acidità è la prima caratteristica da valorizzare, allora c'è qualcosa che non va..

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Paolo A.

circa 2 mesi fa - Link

Rivederne le basi agronomiche cosa significa? Perché se vuol dire rinunciare alla pergola e alla potatura lunga per passare a guyot, non mi sembra una grande evoluzione.

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Gurit

circa 2 mesi fa - Link

La pergola va benissimo, ma le densità di impianto e le rese andrebbero riviste. 3/4 kg a pianta son tanti, ma non in generale, in questo contesto territoriale. Se capita l'annata piovosa, ancora adesso a certe altezze non hai una maturazione omogenea e completa. Hai pur sempre le Alpi alle spalle. Non è una questione di ricerca della concentrazione, ma proprio di soglia di percezione. Sotto un certo limite i profumi non li senti anche se ci sono.

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josè pellegrini

circa 2 mesi fa - Link

Oh , quella favola che resiste nel tempo, quando di vino si parlava solo per tecnicismi e Gigi ebbe il coraggio di farne un manifesto pop. Ricordi ... d'infanzia vinicola , nel cuore . Erbaluce era una bella addormentata , il giovane Orsolani , con l'aiuto del papà,fu il suo principe che la destò, con le bolle , senza le bolle, soprattutto viva .

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