Le Cantine del Notaio e la cantata degli anni dispari

Le Cantine del Notaio e la cantata degli anni dispari

di Redazione

A Rocco Fornabaio piace il vino e raccontare storie. È sommelier e legge Intravino, talvolta ci scrive.

A Carnevale ogni scherzo vale. O quasi. Lo scherzo me lo fa una “verticale” di Aglianico del Vulture delle Cantine del Notaio di sole annate dispari, che accompagna il menù standard della tradizione gastronomica di stagione.

In Lucania il coraggio per indossare una maschera, per recitare una parte, lo trovi immergendoti nei colori forti, nei profumi accattivanti e nei sapori decisi di piatti come la rafanata (frittata con aggiunta di rafano, una radice simile al cren ma molto più “melodrammatica”: lacrimazione inarrestabile…), il caciocavallo impiccato (sospeso sulla brace con un cappio al collo e colto nella sua scolatura spalmata su pane abbrustolito), nei cavatelli conditi con pecorino e peperoni “cruschi” (immersi nell’olio bollente per tre secondi, il tempo esatto per procurarsi un’ustione di secondo grado), salsiccia fresca arrostita nella cenere (la lucanica, nomen omen…), la “pastorale” di pecora cotta per ore a fuoco lento ed arricchita di spezie, la torta al sanguinaccio (sì, proprio quello fatto con il sangue del maiale) per una chiusura “light”…

Il coraggio per travestirti lo trovi affrontando il percorso fatto di cibi succulenti, ricchi di condimento e personalità, di aromi e sapidità, con un accompagnamento degno: e quale miglior compagno d’avventura che un Aglianico del Vulture, figlio della stessa terra e con una sua personalità prorompente, fuori le righe come si conviene a Carnevale ed a tratti connotato da vera e propria esuberanza? E se a farlo è un primattore, uno abituato a firmare autografi ed a rubare la scena, il risultato può essere divertente e per nulla scontato.

Nella riserva di cantina il protagonista gioca il suo tiro: presente in bottiglie di sole annate dispari (dal 2015 in su, 4 annate fino al 2009) e tutte dello stesso produttore. Quanto basta a costringermi ad una “verticale” con tutti i crismi, che verrà scortata e condotta al gran ballo in maschera dalla sfilata dei piatti summenzionati.
L’Aglianico non tollera ruoli da comprimario. Assegnargli un copione rigido, una parte da recitare su un proscenio da condividere può essere un rompicapo per il regista; merita un ruolo a sé, da mattatore del palcoscenico o da Roberto Baggio in campo (avete presente?). Nessuna briglia: a lui il compito di condurre il gioco e di fare la differenza, regalando una performance di prim’ordine.
La struttura dei piatti in tavola regge bene il dialogo e serve le battute al protagonista, in un crescendo di sapori ben riflesso nelle annate degustate in rigoroso ordine cronologico decrescente. E dunque:

Il Repertorio, Aglianico del Vulture doc 2015
Quando un giovanotto di belle speranze prende la patente di maturità, bisogna poi gestirne il talento, ché non vada sprecato. La brillantezza di carattere si disvela sin dal colore, rubino luminoso, e l’olfatto entra subito nella pelle ribelle: speziature di pepe e chiodi di garofano con una leggera nota affumicata a coprire l’ingenuità dei primi amori fatti di rose e viole. L’irruenza del carattere, con i tannini ancora muscolosi, indossa il giubbotto di James Dean, si alliscia il ciuffo ma ne cancella le incertezze esistenziali, mostrando spavalderia e propensione all’equilibrio ad un tempo: grandi speranze ben riposte, come dimostra lo stimolante confronto con la succulenza e la grassezza della crema di caciocavallo. Sotto la maschera dei tormenti giovanili, insomma, un talento tutto da scoprire.

La Firma, Aglianico del Vulture 2013
Il birbante veste in giacca e cravatta, pronto ad affrontare le sfide dell’età adulta ma senza dimenticare la sua arroganza giovanile. La burla è dietro l’angolo: viole e ciliegie voluttuose ingannano il naso, che ben presto coglie le note speziate ammalianti (vaniglia, noce moscata) e fa sognare Sherazade, ma senza alcuna tregua: sentori di cuoio e tabacco riportano alla realtà, e la maschera cade giù. Al palato la freschezza intatta disseta e va a braccetto con la trama alcolica pur presente, esaltando la sapidità del piatto (cavatelli ai peperoni cruschi, anche in versione “peperoncino piccante”) ed intrecciando una tarantella al ritmo della fisarmonica.

La Firma, Aglianico del Vulture 2011
La longevità porta saggezza, sfida la gioventù bruciata e si muove da vecchia volpe fra le pietanze più strutturate (salsiccia, pecora in cottura aromatizzata). Se il colore ormai granato rivela eleganza ed austerità, il vino si tuffa nell’atmosfera ironica della festa in maschera: prima seduce con i sentori di frutta matura e confettura, poi prende in giro gli inconsapevoli commensali offrendo loro aromi sensuali – liquirizia, sandalo – e provocanti boccate di sigaro. I tannini ammorbiditi dal lungo affinamento in legno e dal successivo sonno in vetro assicurano equilibrio al palato ed invitano a continuare nella libagione.

Il Sigillo, Aglianico del Vulture 2009
L’ultimo della fila riserva la sorpresa finale, rivelandosi mascherato di una dolcezza che ammanta il palato e celebra il suo rito carnascialesco, sfacciato in voluttuoso accoppiamento con la torta di fine pasto. Ottenuto da uve appassite su pianta ed affinato in barriques, regala note prima balsamiche, poi di spezia dolce e di tostatura quasi indisponente: un cacao che rimarca ed esalta il sapore del sanguinaccio (pietanza che in cioccolato abbonda). Morbidezza finale che soddisfa e nulla pretende di più.

1 Commento

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Salvo

circa 5 mesi fa - Link

Dalla descrizione sia dei vini sia degli abbinamenti sembra essere stata una gran bella serata. Non sono un appassionato di poesie descrittive ma tra le righe ho percepito un'atmosfera molto cordiale, un inno alla tradizione.

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