L’Apocalisse a Barolo? No. Almeno non ancora!

L’Apocalisse a Barolo? No. Almeno non ancora!

di Tommaso Ino Ciuffoletti

“Hanno espiantato le vigne antiche della Romanée-Conti italiana”. Il titolo farebbe venire in mente del clickbait, ma sono sul sito di Triple “A” , quindi lo escludo serenamente ed incuriosito dal titolo, apro e leggo.

Minchia, anche il sommario del pezzo è bello caliente “Dalla celebrazione e difesa del “Made in Italy” all’autodistruzione della parte del vigneto più vecchio di Cannubi, il più grande patrimonio storico, vinicolo e genetico d’Italia, il vero Grand Cru di Barolo”. Cerco di farmi un’idea più chiara di cosa è successo, ma intanto rimango interdetto di fronte al termine “autodistruzione”, immaginando un vigneto che si autodistrugge.

Ma no, non c’è nessun vigneto che si autodistrugge. La notizia è un’altra. “Fino a gennaio, se foste andati a mangiare sulla terrazza della Locanda Brezza, sotto di voi avreste potuto vedere il gioiello più raro di tutta la Langa, la vera e propria Romanée-Conti d’Italia, quattromila metri quadri di vigneto, popolato da piante di oltre 80 anni, in frazione Muscatel di Cannubi, il Grand Cru di Barolo. Se ci andaste oggi, vedreste un terreno nudo, in corso di scasso, pronto a essere reimpiantato con barbatelle da selezione clonale”.

Lasciando da parte il ripetuto paragone con l’azienda francese, la notizia fa riferimento ad una vigna che il comune di Barolo ha concesso in comodato d’uso gratuito, dal 2003 fino a pochi mesi fa, a Giulio Viglione (l’azienda è “Carlo Viglione e figli”, firma storica di Barolo, e parte di Triple “A”). Il comune di Barolo, ha infatti deciso a gennaio di interrompere il comodato gratuito ed è rientrato in possesso del terreno. Una volta fatti dei sopralluoghi e una valutazione della vigna ha ritenuto di procedere all’espianto, con l’idea di rimpiantare.

Quello che mi lascia perplesso sono i giudizi che s’accompagnano al pezzo, che – ok – figura come editoriale e quindi è inteso per comunicare anche la linea editoriale della testata, ma che ad una notizia riferita in modo un po’ sommario (lo vedremo meglio dopo), accompagna toni e giudizi di sprezzante condanna.

“Andate a Barolo e guardatevi intorno, vedrete filari pettinati che giacciono su un paesaggio tragicamente desertico. Da una parte la vita, dall’altra la morte”. Accidenti! Da una parte la vita, dall’altra la morte va oltre il manicheismo e raffigura Barolo come una landa di terra che aspetta il Giudizio Universale (quando Dio separerà i retti e i peccatori) e nel frattempo si mette avanti col lavoro.

“E pensare che Barolo – prosegue che ormai è una vera e propria reprimenda, che non fa economia di virgole – , insieme a Montalcino, è il territorio più blasonato d’Italia, che si dovrebbe fare portavoce della qualità in campo vitivinicolo, una qualità di cui ci si riempie in continuazione la bocca, salvo poi, alla resa dei conti, ritornare a una mentalità ottusa e retrograda, che mette la quantità al primo posto e il business prima della salvaguardia del patrimonio”.

Quindi quella terra, divisa tra vita e morte, è amministrata da soggetti che con la bocca piena della parola qualità ed una mentalità ottusa e retrograda (nientemeno) operano, in realtà, in nome del business.

A questo punto sono curioso e memore d’avere qualche conoscente a Barolo faccio una paio di telefonate e recupero qualche informazione, cercando di verificarla ulteriormente in proprio. Partendo dalla vigna. Perché credo sia una cosa dolorosa l’espianto di una vigna, specie quando è testimonianza della fine di una comunità che intorno alla vigna e al vino racconta se stessa e vive. Non mi pare sia il caso di Barolo (dove le vigne son diventate semmai miniere d’oro a cielo aperto), ma insomma, si presenta questa vigna come “quattromila metri quadri di vigneto, popolato da piante di oltre 80 anni, in frazione Muscatel di Cannubi”. In realtà – ho controllato anche con lo strumento “misura” Google Earth – l’area del vigneto è di cerca 1650 metri quadrati. Il che può non cambiare il succo della vicenda, ma certamente ci aiuta ad essere più precisi, ché comunque tra 4000 e 1650 c’è una certa differenza.

Mi viene inoltre segnalato (ma questo non si vede da Google Earth) che i fili più in basso della vigna, piantati a Barbera, soffrivano di flavescenza dorata “con qualche mugugno da parte dei vicini”. Che vabbè che Barolo è un comune divenuto assai ricco, ma sempre paese rimane e i mugugni girano tradizionalmente per i paesi a dispetto del Pil. Tuttavia la flavescenza dorata può essere effettivamente un problema per i vicini. Registro quindi la cosa per completezza di cronaca, ma sospendendo il giudizio sui mugugni.

Sì, molte delle piante in quel vigneto avevano un’ottantina d’anni, ma anche per questo le fallanze erano andate diventando nel tempo la norma, più che l’eccezione. Chiedo una stima: “A quanto ammontavano le fallanze: 30-40%?”. Ottengo una risposta: “No, 30% semmai erano le viti sane di nebbiolo rimaste!”.

Il quadro di una vigna che potesse aver bisogno di una ristrutturazione appare plausibile.

La ristrutturazione di una vigna data in comodato, spetta al comodante (colui che l’ha ceduta in comodato), non al comodatario (colui che l’ha ricevuta). Nel nostro caso quindi, spetta al comune, che ha ritenuto di procedere e di poter svolgere meglio il proprio compito espiantando e reimpiantando barbatelle (anche se ad oggi pare non sia stato deciso che si tratterà di barbatelle da selezione clonale, anche se effettivamente è plausibile). A meno che non venga fuori che dietro questa scelta vi sia qualcosa di losco, credo rientri nelle scelte legittime di un’amministrazione. Così come la scelta di una selezione clonale può essere giudicata il male assoluto (se si ha una visione manichea, questo è del tutto plausibile) per rimpiantare una vigna di 1600 mq con un alto livello di fallanze, ma va anche considerata la maggiore difficoltà tecnica (non voglio azzardarmi a dire l’impossibilità) di certificare una selezione massale alle condizioni descritte (specie a fronte di una presenza di virosi piuttosto diffusa come mi è stato indicato).

Alla fine di questa ricerca, fatta per la curiosità di vedere cosa c’era dietro a quei toni apocalittici, rimane senza dubbio il dispiacere per l’espianto di una vecchia vigna, ma forse riportando la cosa con qualche piccolo dettaglio in più e qualche numero più preciso, ci si può fare un’idea meno apocalittica. E se poi dovesse arrivare l’Apocalisse, vedremo di farci trovare pronti. Tra i peccatori e col bicchiere pieno.

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Tommaso Ino Ciuffoletti

Ha fatto la sua prima vendemmia a 8 anni nella vigna di famiglia, ha scritto di mercato agricolo per un quotidiano economico nazionale, fatto l'editorialista per la spalla toscana del Corriere della Sera, curato per anni la comunicazione di un importante gruppo vinicolo, superato il terzo livello del Wset e scritto qualcos'altro qua e là. Oggi è content manager di una società che pianta alberi in giro per il mondo, scrive storie alcoliche per una rivista fiorentina, vende libri, ma soprattutto produce vino clandestinamente per salvare se stesso e un intero paese.

12 Commenti

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Maurizio

circa 2 mesi fa - Link

"Il titolo farebbe venire in mente del clickbait" ed effettivamente di questo si tratta. Avevo visto anche io la pagina, dopo poche righe ho abbandonato perché mi veniva troppo da ridere. Dopo che si esordisce scrivendo certe idiozie si può anche argomentare che il sole sorge a est e tramonta a ovest ma si passerebbe comunque dalla parte del torto.

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Stefano

circa 2 mesi fa - Link

Grazie, interessante, su tutto ho apprezzato la componente "giornalistica" oggi piuttosto rara che ha messo a nudo la scarsa obiettività/onestà intellettuale dello scrivente originale. Bravo.

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Simone Di Vito

circa 2 mesi fa - Link

bravo Tommaso, dall'apocalisse alla normale amministrazione. Spesso i titoli sono li per coinvolgere e invogliare alla lettura, ma nascondono "mostruose normalità".

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 mesi fa - Link

Bravo. Purtroppo è difficile far capire che qualunque pianta ha un ciclo vitale, per cui ha un termine. La natura continua ad essere fatta così, anche in questi tempi schizofrenici che vorrebbero rifiutare la morte.

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Michele A. Fino

circa 2 mesi fa - Link

Impeccabile Tommaso e impeccabile Pietro prima di lui. Unicuique ius suum.

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Marco

circa 2 mesi fa - Link

Ma la cosa che più mi sfugge è come mai il comune di Barolo avesse ceduto in comodato gratuito (non affitto eh...) una vigna di 1600 mq. Se i prezzi sono quelli di un paio di milioni per ettaro, cioè 200 euro/mq, il valore della vigna starebbe sui 300.000 euro. Al 5% di interesse sul capitale, sarebbero 15000 euro l'anno regalati... Vero che a Barolo sono ricchi, ma i beni pubblici non dovrebbero essere privatizzati.

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Giacomo

circa 2 mesi fa - Link

La squisita, irresistibile inanità di intravino. E le vigne (non quella dell' "articolo", piantate a nebbioli nei comuni di Barolo e La Morra in zone vocate, si, ma vocate ai armugnan e ai persi.....

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Stefano lorenzi

circa 2 mesi fa - Link

Bell' articolo e disamina lucida e precisa. Una cosa pero', non sottovaluterei, dell' articolo originale o oggetto della riflessione: il commento che dice che in Langa si vede "da una parte vita e dall'altra morte". Ecco...forse messa giu' cosi' e' un po' tetra e poco credibile, ma...ma e' inutile che si continui a negare che le Langhe sono il territorio vitivinicolo di pregio in Italia con meno biodiversita', e non sono certo i noccioleti chimici a fare biodiversita', come qualcuno cerca sempre di portare a difesa. Sono certo che non e' tragico il rinnovo di una " vigna di 80 anni" con le condizioni di quella descritta, ma sono anche certo che se in Langa non si inverte la rotta e si prevede, oltre alla vigna, un progetto serio di recupero della biodiversita' entro 20/30 anni ne risentiranno anche i vini. Sembra una bestemmia...ma e' cosi. Anche uno dei territori piu' straordinari al mondo si puo' " sterilizzare" o " normalizzare' e perdere l ' eccezionalita' se lo si violenta

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franco

circa 2 mesi fa - Link

Nessuno ci ha visto nell'editoriale un efficace spot pubblicitario sulle prossime annate in uscita del vigneto espiantato? Prevedo un aumento dei prezzi del cannubi di Viglione... stiamo a vedere.

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Tommaso Ciuffoletti

circa 2 mesi fa - Link

Scusate se rispondo solo ora! Intanto grazie davvero per i commenti e i complimenti di persone che stimo e che fanno doppiamente piacere. Così come mi fa piacere un commento come quello di Stefano, che con parole perfette pone una questione che così chiunque credo sia disposto ad affrontare e potrebbe essere oggetto di un prossimo pezzo! Sul comodato d'uso gratuito di cui chiedeva Marco credo che la principale ragione sia il momento in cui venne stipulato, il 2003, il una situazione immagino un po' diversa. Un saluto a tutti!

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Sancho P

circa 2 mesi fa - Link

Sarà il grande Renato Ratti a premettere alla zona Muscatel il termine Cannubi, dando vita ad una interpretazione più estensiva del cru che andrà ad accorpare in un'unica denominazione, la fascia collinare che da Muscatel arriva a Monghisolfo (Cannubi Boschis). Muscatel, Valletta, San Lorenzo, Monghisolfo, o la la zona classica, che per i vecchi del paese, andava "dalla proprietà Vigano' alla ex vigna dei Canonica oltre il cimitero", la qualità delle uve è di prim'ordine, ma (nessuno la prenda male), trovare oggi un Cannubi che sia ai vertici della denominazione Barolo" non è più impresa scontata. A parte chi storicamente ha usato le uve di questo cru in assemblaggio con altre, tolti Fenocchio e Brezza, si fa fatica. Aggiungerei Luciano Sandrone per l'incredibile integrità del frutto dei suoi vini, o alcune riserve di "Serio e Battista Borgogno" che nelle migliori annate, sono un salto nel tempo.

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Paolo

circa 2 mesi fa - Link

L'articolo da cui prende le mosse l'analisi mi pare esemplificativo di una modalità molto moderna di fare giornalismo. Una volta il vanto era "i fatti separati dalle opinioni", oggi è chiaramente diventato "stikazzi i fatti", limitandosi alle opinioni. Perché il giornalismo (il racconto dei fatti), è merce avariata e antistorica, e conta solo la dichiarazione militante, meglio se poco fondata. Perché tanto le cose non sono ciò che sono, ma ciò che si racconta; senza distinzione tra storyteller e fantasia, tra promozione pubblicitaria e invenzione della realtà. Temo che di articoli come questo ne vedremo sempre di più, purtroppo. E sempre meno saranno i Tommaso che con pazienza smontano il (bel?) racconto.

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