L’anarchico Luigi Veronelli e il vino

L’anarchico Luigi Veronelli e il vino

di Massimiliano Ferrari

Vino e anarchia, tema tosto mi dico. Si rivelerà una brutta bestia da affrontare, farfalla che danza il vino e ape che punge l’anarchia, ma ormai sono salito sul ring e non posso più tirarmi indietro.

Come un pugile alle prime armi cerco un varco per affrontarlo, il rivale è di quelli smaliziati che ne ha viste tante, in un surreale duello tento di fare breccia, mi muovo in un ring affollato di vini, filosofi, libri, pensatori e cantautori, ognuno pronto ad avventarmisi contro, storie e aneddoti mi costringono alle corde, alzo la guardia ma so in anticipo che sarà un combattimento dal quale uscirò frastornato per i colpi ricevuti.

Ma il gong non è ancora suonato e quindi vado avanti.

Il vino e l’anarchia sono le facce di una stessa medaglia, strofe, parole e bicchieri per filosofi barbuti, cantanti straccioni, poveri diavoli, idealisti dagli occhi rossi e spiritati.

Ma inutile nascondersi, questo peregrinare fra bottiglie, parole e anarchia non può che partire da lui, effigie di un lato della medaglia, Il Gino. Il Gran Anarchico del vino italiano.

Sua Nasità lo apostrofò l’amico Gianni Mura, anarchenologo l’ha definito qualcun’altro. Ci si potrebbe riempire una parete con i titoli, i soprannomi, i nomignoli, tanti come le vite vissute dal Gino, al secolo Luigi Veronelli.

Anarchia e vino, si diceva. In testa al gruppo pedala Veronelli, a ruota segue il grignolino anarchico testabalorda, sempre copyright veronelliano, ma scava e scava anarchici e succhi d’uva hanno figliato una prole numerosa, legittima e bastarda.

A far entrare una certa idea di anarchia nel salone delle feste del vino in Italia fu il Critical Wine, dietro al quale c’era sempre lo zampino del pensatore milanese, che aprì le porte del regno dei cieli ai vignaioli, fin a quel momento relegati ai margini del paradiso enoico italiano e ora liberi di portare il verbo del vino artigiano e onesto ai quattro angoli del paese. Ma quelle prime esperienze foraggiate da Veronelli furono realmente un momento nuovo per il vino italiano quando concetti come sostenibilità, ripensamento della filiera produttiva e distributiva, artigianalità enologica non avevano quella libertà di circolazione che possiedono oggi.

Ma oggi l’anarchismo enologico è sdoganato, proclami libertari sono il nuovo verbo, tutti a declamare slogan che neanche a Parigi nel ’68, tutti figli di rivoltosi, con etichette che proclamano appartenenze, più o meno consapevoli, al credo di Proudhon e Kropotkin. Sous les pavés, la vigne.

La verità è che il Veronelli-pensiero è stato ormai liofilizzato in aforismi, ridotto a slogan ad effetto, innocue soluzioni verbali accessibili a tutti, svuotato di significato e significante, stampato su t-shirt sdrucite da indossare al concertone del primo maggio.

Ma Veronelli anarchico lo fu davvero nella forma e nella sostanza, nelle parole come nei gesti.

Sarà durante una trasmissione Rai che Veronelli si dichiarò, firmando un esilio ad oltranza dalla televisione pubblica. Uomo di grande purezza, vinosofo ante litteram, ha scritto, diretto, catalogato, battagliato per buona parta della sua vita.

In pieni anni Settanta fu lui a istigare i contadini astigiani a rivoltarsi contro le iniquità dei nuovi disciplinari, tesi a fare le fortune di nascenti industrie del vino, occupando la stazione della pavesiana Santo Stefano Belbo. E poi le lotte per l’affermazione delle denominazioni comunali, del prezzo sorgente, la difesa della Terra, quella dei contadini e del loro lavoro. Fu uno dei primi ad accorgersi che nel futuro prossimo i conflitti si sarebbero combattuti sul campo dei beni primari come acqua e cibo.

Difficile dire cosa fosse. Un gastronomo prestato all’azione politica, un agitatore culturale di solide basi, filosofo del bere giusto e consapevole, esegeta del vino artigiano e libertario? Forse una sintesi di tutti questi estremi.

L’opera di Veronelli legate al vino è sterminata, di complicata catalogazione. Comunicatore di vini prima dei wine writer, guidaiolo prima delle guide, agitatore culturale che sapeva farsi ascoltare altro che influencer.

Fu anche editore di pensatori, anarchici ça va sans dire, di poeti e di un innocuo libello del marchese De Sade, vicenda quest’ultima finita con i libri bruciati nel cortile della questura di Varese in una riedizione moderna di ben altri roghi. Mille vite vissute, mille battaglie combattute.

Immaginava di morire a 103 anni e al suo fianco, come ultima bottiglia, un Porto di Quinta do Resurressi fatto da una contadina anarchica.

I semi piantati dalla penna ribelle del Gino fruttificano ancora oggi. Se si scrive di vino in un certo modo, se si usano espressioni come “di pronta beva” fra le altre, se si gira intorno ad una bottiglia indagandola, lo si deve sempre a lui, Veronelli. Il quale, per inciso, mal sopportava quella schiera di ragionieri della bottiglia che si trastullano su malolattica, soste sui lieviti, tannini ed antociani.

In ogni caso le truppe anarchiche hanno fatto il loro ingresso trionfante nella cittadella del vino nostrano. Il messaggio politico si è fatto liquido di sovversione.

Il florilegio di etichette inizia con l’Anarchia Costituzionale, bianco ossimoro a metà strada fra la boutade verbale e la presa per il culo, marchio di fabbrica di casa Massa, autore anche di un Terra e Libertà che richiama inni della guerra civile spagnola. Ma non finisce qui. La falange anarchica annovera fra le sue fila anche il rosso Barricadeiro di Aurora e i vini di lotta di De Andreis nella Liguria di ponente. O ancora, il grignolino Anarchico di Silvio Morando. Per l’appunto, il grignolino. Anarchico suo malgrado, vitigno passato da un grigio anonimato piemontese a vino da copertina, ben accolto nei salotti radical del vino nostrano.

Ma una trattazione delle molteplici relazioni che hanno intrattenuto pensiero anarchico e fermentati d’uva sarebbe incompleta senza gettare uno sguardo in quella riserva indiana in cui trovano riparo cantautori-poeti, menestrelli di ebrezze alcoliche e sogni di anarchia. L’altra faccia della medaglia, appunto.

Il tributo italiano a questa schiera di satanassi e cantastorie è personificato dal grugno tormentato di Piero Ciampi, com’è bello il vino, rosso, rosso, rosso, bianco è il mattina, inizia così una delle poesie in musica da lui scritte e cantate, artista della fame e delle note, ribollente sangue livornese, amico di Brassens e Celine, bevitore indefesso e povero diavolo ormai dimenticato. Nel suo  caso il vino è stato un compagno, forse l’unico, una stampella da portarsi in giro e a cui appoggiarsi troppe volte. Con il suo viso levantino, occhiaie scure incorniciate in una maschera sorniona di rughe e discese, celebrava la libertà del vino contro l’egemonia del petrolio.

Ci sono poi gli chansonniers francesi che hanno cantato con voci rese graffianti per il troppo vino. E vino e canzoni si rincorrono, cani randagi che si nutrono l’uno delle altre dispiegate su un pentagramma alcolico e ribelle.

A suggello di queste liaisons dangereuses fra anarchici e vini c’è la chioma scapigliata di Leo Ferré, autore tra le altre di una delle canzoni totem celebrate dal movimento anarchico, les Anarchistes, che il vino lo inizia a produrre sul serio quando si trasferirà a Casciano Val di Pesa e poi da lì a Castellina in Chianti dove inizia una seconda vita come vigneron nella campagna senese.

Sarebbero tanti quelli da ricordare in questa galleria immaginaria, cantautori e scrittori, poeti ed intellettuali, ma un nome che non si può tralasciare è quello di Fabrizio de Andrè, anarchico dalla prim’ora, che del suo vino ligure troviamo memorie e ricordi in quella pietra miliare che è Crêuza de mä.

Questo scritto sghembo termina qui, senza alcuna pretesa di completezza o  volontà di promuovere qualche tesi ma con l’unico intento di seguire le tracce della relazione clandestina fra una bottiglia di vino e la mano anarchica che la tiene e di alcuni personaggi che ne hanno saldato il legame.

La miglior frase per dare un commiato adeguato non è di un anarchico né di un vignaiolo e neppure di un cantautore. È di un samurai giapponese vissuto trecento anni fa e recita così: le grandi imprese non si compiono da sobri. Forse Veronelli e gli anarchici sarebbero d’accordo.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

3 Commenti

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marcow

circa 6 mesi fa - Link

(Dall'articolo) "La verità è che il Veronelli-pensiero è 1- stato ormai liofilizzato in aforismi, 2- ridotto a slogan ad effetto, 3- innocue soluzioni verbali accessibili a tutti, 4- svuotato di significato e significante, 5- stampato su t-shirt sdrucite da indossare al concertone del primo maggio" "Ma Veronelli anarchico lo fu davvero nella forma e nella sostanza, nelle parole come nei gesti" __ Penso che sia il passaggio più significativo del post. Secondo me, non c'è nessuno attualmente che possa essere accostato a Luigi Veronelli. Molti di quelli che nel mondo del vino e del food si dicono, oggi, anarchici sono, sempre secondo me, lontani dall'anarchismo di Luigi Veronelli. E questo, quando si parla di Lui, non viene quasi mai fatto rilevare.

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Massimiliano

circa 6 mesi fa - Link

Mi trovo d’accordo col fatto che l’anarchismo di Veronelli viene spesso taciuto, rimosso come se fosse una colpa. Quando invece il suo lavoro sul vino, il suo lascito è un tutt’uno con l’appartenenza anarchica.

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Renzo

circa 6 mesi fa - Link

Splendido articolo, complimenti . Veramente bello

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