L’amabile Cannaiola di Marta e le anguille di Dante Alighieri

L’amabile Cannaiola di Marta e le anguille di Dante Alighieri

di Redazione

Ancora un post firmato da Francesco Bucci: non male, finirà che gli diamo le chiavi di casa, qui su Intravino. Quello precedente, per la cronaca, sta qui.

Se non hai la fortuna di capitare verso il lago di Bolsena per la classica scampagnata fuori porta, probabilmente non berrai mai la Cannaiola di Marta. E la cosa è un peccato, per te e per la Cannaiola stessa, che è il tipico prodotto di grande tradizione che meriterebbe un maggiore interesse. Facendo un rapido sondaggio tra amici e conoscenti la maggior parte non ha mai sentito parlare di questo vino. E se allargassi la misurazione al di fuori dei confini laziali probabilmente la forbice sarebbe ancor più ampia.

Coltivato in luogo aprico già dall’anno Mille
Amato da Papi e Cardinali,
da questo Vitigno nomato CANAIOLO
“sorte ‘n vino” dal gusto più unico che raro
Amaro come ’l tufo che respira
Dolce come ‘l core de ’na donna

C’è da dire, a discolpa della Cannaiola, che se enologicamente parlando la migliore forma di pubblicità è la sagra paesana probabilmente non sei messa benissimo. Queste feste sembrano fatte apposta per svilire i prodotti più che valorizzarli.

Eppure l’esordio era stato dei migliori. Quanto costerebbe oggigiorno avere uno sponsor come Dante Alighieri che attraverso una sorta di product placement ti piazza all’interno dalla Divina Commedia? “…Ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia…” (Purgatorio  XXIV canto). Il senso dei versi è che sei talmente buona che addirittura un Papa (Simon de Brion, per gli amici Martino IV) viene relegato nel girone dei golosi perché muore a seguito di abbuffata di anguilla intinta nel tuo succo buonissimo.

Beh, una gran pubblicità. Il fatto è che per decenni la vernaccia di Marta, citata dal sommo poeta, viene scambiata per quella di San Gimignano. È  solo a seguito di studi approfonditi che viene chiarito che il vino in questione è la cannaiola di origine martana e non quella toscana. Martino IV infatti elesse la sua residenza a Montefiascone, a pochi km da Marta, in quanto sgradito ai Romani poiché voluto Papa dal Re di Francia Carlo D’Angiò.

Ma come diceva qualcuno chi ha avuto avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato, lasciamo perdere letteratura, storia e tradizioni e veniamo al presente: se oggi dico Cannaiola di Marta a cosa mi riferisco? Cominciamo dalle basi: Marta è un piccolo borgo di pescatori situato sul versante sud-ovest del lago di Bolsena (VT). I vigneti sono posti su territorio collinare di origine vulcanica, con grande presenza di tufo. Il vino è prodotto, come da disciplinare (DOC colli etruschi viterbesi) con almeno l’85% di uva canaiolo nero, localmente detto canaiolo.

Vi sono versioni discordanti sull’etimologia del nome di questo vino. In passato si sosteneva che le uve mature di canaiuola fossero cibo molto apprezzato dai cani che si aggiravano per i campi, così gli si diede questo nome. C’è chi invece sostiene che l’appellativo provenga dai dies caniculares, i giorni più caldi dell’anno, quando gli acini ancora verdi cominciano ad assumere un colore violaceo/nero. Infine c’è chi crede che cannaiola derivi da “canna”, poiché le viti erano tenute dritte grazie all’ausilio delle cosiddette canne domestiche, molto diffuse e facilmente reperibili in zone paludose e lacustri.

Elemento che caratterizza il vino martano è la nota abboccata/amabile. Ogni produttore (mi hanno parlato di 8 cantine) interpreta a proprio modo il vitigno rispetto al territorio ed all’aria di lago, giocando sul livello di zucchero residuo, sull’acidità e l’alcolicità. Vino dotato di forte mineralità, percepibile sia al naso che in bocca. Al sorso risulta lievemente amabile anche se grazie alla spiccata freschezza e sapidità viene bilanciata la sensazione di morbidezza che si ha nell’immediato. Si beve con grande facilità, complice anche la generale bassa gradazione. Le bottiglie che ho assaggiato dichiaravano 12,5 gradi. Scusandomi con i puristi ed i tecnicisti che bevono rosso solo tra i 16 e i 18 gradi, consigliato da viticoltori locali ho avuto modo di berla anche a bassa temperatura (sui 10 gradi) al fine di  irrobustire ancora di più la parte dura del vino. Questo, nella sua semplicità, regala al vino un gusto ancor maggiore ed una più ampia versatilità. Nelle etichette con spirito amabile più accentuato, si accompagna benissimo alla classica pasticceria secca locale. A mio avviso, nelle versioni più acide e sapide, il meglio lo restituisce se in abbinamento a secondi piatti di pesce, magari tipici del lago di Bolsena come anguilla e coregone.

Unica accortezza: evitare abbuffate stile Martino IV.

[Immagine: Meteomarta.it]

1 Commento

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Stefano

circa 2 settimane fa - Link

Francesco, alcune interpretazioni (il Lana per esempio), sostengono che Martino facesse annegare nel vino le anguille, e poi se le mangiasse "arrosto". Considerazioni di rispetto per gli animali a parte, un ottimo modo per sgrassare e ammorbidire le carni dell'anguilla. L'operazione però mi sembra difficile venisse fatta con del vino rosso: quandoi parli di "studi approfonditi" che chiarisono che non si trattava di Vernaccia toscana, a che ti riferisci? Rimane fermo il punto che nell'antichità non ci fosse grande distinzione tra vino rosso e vino bianco

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