L’Alto Adige Wine Summit spiegato in breve

L’Alto Adige Wine Summit spiegato in breve

di Alberto Muscolino

Norbert Niederkofler: “Cerchiamo di fare una scelta chiara sulla denominazione con cui presentiamo il territorio nel mondo. Al momento c’è troppa confusione tra: Sud Tirol, Alto Adige, Dolomiti, …

Martin Foradori: “Basta con i vini da 2 euro! Bisogna cercare di perfezionare la sinergia tra i vigneti e i vitigni esistenti ed evitare di puntare su altri.

Barbara Raifer: “stiamo valutando di impiantare nuovi vigneti in quota, il cambiamento climatico ci spinge più in alto per cercare di mantenere le condizioni pedo-climatiche migliori, ma non stiamo ancora intervenendo in maniera strutturata e sistematica.

Il Alto Adige Wine Summit si è aperto così, nella sala convegni del centro NOI Tech di Bolzano, in una sala gremita di eno-giornalisti, eno-blogger ed altri eno-ismi vari da tutto il mondo, con traduttori simultanei in 5 lingue che manco al palazzo di vetro delle Nazioni Unite. Il clima era di quelli istituzionali, ma si è riusciti comunque a cogliere sprazzi di reale confronto, con spunti interessanti, come quelli di cui sopra. In effetti, in un momento storico in cui la valorizzazione del vitigno autoctono è arrivata al suo apice, in Alto Adige, invece, si coltivano soprattutto gli internazionali, con piccoli accenni di Schiava relegata a ruolo marginale (anche se non se lo meriterebbe: vedi verticale di Jacopo qui), perché a un certo punto, la qualità era così bassa e la quantità così alta, che aveva perso di credibilità e di interesse da parte del mercato e quindi si è preferito espiantarla a favore degli altri.

Gli “altri”, però, si trovano lì da 150 anni, mi racconta il produttore Armin Kobler, e ormai si sono accasati e non si possono rinnegare i risultati, anche notevoli, ottenuti sia in termini di prodotto finale che di ricerca. Lo stesso Kobler, ad esempio, dopo una lunga esperienza da ricercatore enologico, è approdato a scelte molto ben definite, come singoli vigneti coltivati a monovitigno per valorizzare al massimo l’accordanza delle due parti. Inoltre aggiunge una considerazione che ha fatto molto discutere circa l’utilizzo dei lieviti: “il mio è un approccio estremamente pragmatico e senza pregiudizi nei confronti della tecnologia né delle pratiche tradizionali, tuttavia, dalla mia esperienza di migliaia di micro-vinificazioni, sono diventato uno strenuo sostenitore dei lieviti selezionati, per il semplice fatto che la caratterizzazione che possono produrre i lieviti indigeni non solo non è particolarmente rilevante nel vino, ma il rischio di imbattersi in fermentazioni incontrollate che danno origine a difetti è troppo alto.”

E’ dunque una questione meramente ideologica o pratica? E’ davvero indispensabile utilizzare lieviti indigeni per produrre vini più “identitari” o è un falso mito che bisogna superare? Io al momento non ho evidenze scientifiche né statistiche per rispondere a queste domande, ma voi come siete messi? Quello che ho riscontrato nei vini di Armin è una estrema pulizia ed eleganza al naso, una costante in Alto Adige, e un’incredibile integrazione di frutto, alcol (stiamo parlando di 14,5%) e sostanza che mi ha letteralmente spiazzato nel suo pinot grigio Klausner 2018, risultato di una vinificazione in solo acciaio con affinamento sulle fecce fini e tappatura a vite. E non è stato l’unico, perchè la costanza stilistica e la qualità media molto alta dei circa 50 campioni degustati alla cieca nel panel di Sabato 7 mi ha consegnato una chiave di lettura abbastanza chiara: armonizzare i contrasti, non assecondarli.

Stiamo parlando, infatti, di dislivelli estremi (le vigne vanno dai 200 ai 1300 metri), condizioni climatiche agli antipodi (da un lato le Alpi e dall’altro grandi laghi e poi il mare) e grande varietà geologica (porfido, calcare e scisto solo per citarne alcuni), che trovano, nella visione di questo territorio, una strada verso la concordanza, la proporzione e la misura. Non mancano slanci e verticalità, o complessità articolate e profonde, ma niente suggerisce la propensione all’eresia, nessuno squarcia la tela solidamente e storicamente tessuta. Il che restituisce un quadro di certezze incredibilmente rassicurante, qui si sbaglia con estrema difficoltà, anche a giudicare dai miei appunti sulle anteprime in degustazione:

Pinot Bianco
n. 9  – naso elegante e leggermente fumè, burro, mela e fiori freschi, bocca slanciata e fresca.   (Erste+Neue – Puntay 2018)
n. 13  – dritto, elegante, grasso e citrigno, palato pieno e fresco, molto piacevole. (Castel Sallegg – Pratum 2017)

Pinot Grigio
n. 41  – naso un pò chiuso all’inizio, poi si apre su note di fiori di limone, caramella gommosa e un leggero tostato. Bocca coerente, ricca e centrata con un bel sentore di nocciola. (Tenuta Ritterhof – Opes 2017)

Sauvignon
n. 81  – naso perfettamente varietale, disteso ed espressivo. Bocca altrettanto articolata sia in profondità che in ampiezza, molto equilibrata. Un Sauvignon da manuale, di quelli che ogni tanto ti piacerebbe annusare e ri-annusare per ricordarti quanto può essere elegante… (Gump Hof  – Renaissance Riserva 2016)

Bianco (diverse varietà)
n. 48  – naso stratificato, dato dall’apporto di varietà diverse, aromaticità del sauvignon riconoscibile, vegetale e minerale. In bocca teso e vibrante di acidità, forse solo un pò corto. (Cantina Kurtatsch – Amos 2017)

Pinot Nero
n. 113  – vitale già al naso con frutti rossi giovani e scalpitanti, componente eterea molto elegante, oliva in salamoia e balsamicità soffusa. In bocca altrettanto vivo, mentolato e dal tannino setoso e integrato. C’è molta classe! (Manincor – Mason di Mason 2017)
n. 128  – naso molto bello di fragoline, ribes, lampone, tè nero, olive e menta. Bocca splendida e succosa con tannino giovane e fitto ma gentile, fresco e sapido con un finale di liquirizia. Forma strepitosa! (Peter Zemmer – Riserva Vigna Kolf 2017)

Rosso (diverse varietà)
n. 194  – naso intenso e penetrante di pepe, peperone arrostito, frutti di rovo, confettura di prugna, tabacco e tostature. In bocca la grande materia è giocata con maestria e leggerezza, il tannino è presente e avvolgente, finisce sulla spezia e la liquirizia. Della serie: la potenza non è nulla senza il controllo! (Manincor – Castel Campan 2016)

Questi solo per citare i più significativi di un panel decisamente molto ampio e articolato. Oltre alle anteprime c’è stata anche la possibilità di approfondire un vitigno specifico, visitando alcune delle vigne più rappresentative e degustandone i vini in diverse annate, e la mia scelta è caduta sul Pinot Nero. Un vitigno così indissolubilmente legato alla Borgogna e ai suoi miti che si fa fatica a contestualizzarlo altrove, quasi che non fosse degno neanche di chiamarsi con lo stesso nome. Ma questa è roba da “broker”, frutto dell’esasperazione del mercato e della critica che costruiscono leggende per elevare se stessi e speculare. Noi si prova a ripulire la mente e a degustare a papille libere e i risultati non deludono mai. Tre sono le vigne in questione, incredibili per tanti versi, così come i vini che producono (+1 al momento solo in potenza):

1. Pinot nero riserva Matan 2006 di Pfitcher, vigneto a 600 metri di altitudine in zona Gleno a Montagna. La pendenza è estrema ed è facile intuire le peripezie necessarie in vendemmia. Abbiamo la parete del Monte Corno sulla sinistra e un pò più giù, davanti al nostro sguardo, la collina di Mazzon. Tanto difficile e aspro il vigneto quanto armonioso il vino, seta pura in bocca, tutto smussato, tutto evoluto sui toni della confettura, del tabacco dolce, sottobosco, fiori secchi, cacao, tutto integrato eppure ancora vitale. In stato di grazia adesso, peccato che di bottiglie ce ne sia una quantità trascurabile, ma occhio alla riserva 2016 che se tanto mi dà tanto…

2. Pinot nero riserva Vigna Ganger 2015 di Girlan, vigneto a 380 metri in zona Mazzon. Qui invece la collina è più dolce e disegna un bel reticolato attorno alla cantina che è proprio un belvedere. Siamo ai piedi del Monte Corno che scherma e allo stesso tempo rinfresca l’ettaro e mezzo di pinot nero clone 777. Il Vigna Ganger ha muscoli, sostanza tattile e concentrazione olfattiva da titano, e in bocca è come se tutto il suo peso specifico si distribuisse uniformemente in ogni millimetro quadrato di palato. Una sensazione di pienezza vibrante che mette al centro il frutto e sembra programmata per elevarsi a potenza nei prossimi anni. Adesso, invece, se dovessi scegliere il pinot nero di Girlan che ha raggiunto il livello di calibratura e compiutezza ideale, opterei per la Riserva Trattmann 2012, senza nessun dubbio.

3. Località Aldino, 1150 metri e siamo già in un altro pianeta, dove si sente solo il vento e le mucche, ci sono anche le galline a dire il vero, insomma sembra un’oasi naturale in cui dimora il vigneto di Franz Haas, il più alto di tutto l’Alto Adige con vitigni non resistenti. L’uva qui non è ancora matura, per la vendemmia si dovrà ancora attendere, come per il vino che ne vedrà la luce. Al momento, infatti, ci sono solo tre barrique del 2018, ma non verrà imbottigliato nulla prima di 8 o 9 anni di affinamento. Si preannuncia qualcosa di molto speciale.

Il programma, su tre giorni, era così pregno di stimoli e di informazioni che a fatica si riusciva a prendere nota, a trattenere tutto in memoria, perché al di là del patrimonio vitivinicolo, il territorio altoatesino ci ha regalato anche scorci per cui è ancora possibile meravigliarsi e sentirsi responsabili di salvaguardane la bellezza, oltre ogni confine tracciato su una cartina.

Bonus Track
Ritorno sul bianco per l’ultima chicca degustata in baita a 2400 metri, materializzandomi perfettamente l’idea di verticalità, pulizia ed essenzialità che spesso riconosco essere parte del concetto di eleganza. Il  Gruner Veltriner 2018  della  Tenuta Pacherhof  è un pò tutto questo, coniugando una delicata florealità di biancospino e fruttata di mela verde con note gessose e salate che slanciano il sorso e quasi lo rarefanno, in una costante ricerca del secondo sorso.

Auf Wiedersehen.

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Alberto Muscolino

Classe '86, di origini sicule dell’entroterra, dove il mare non c’è, le montagne sono alte più di mille metri e dio solo sa come sono fatte le strade. Emigrato a Bologna ho fatto tutto ciò che andava fatto (negli anni Ottanta però!): teatro, canto, semiotica, vino, un paio di corsi al DAMS, vino, incontrare Umberto Eco, vino, lavoro, vino. Dato il numero di occorrenze della parola “vino” alla fine ho deciso di diventare sommelier.

2 Commenti

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Patrick Uccelli

circa 4 settimane fa - Link

Dai, la prossima volta che viene in Alto Adige espandiamo il ragionamento su tecnologia e zonazione. Ci sono punti di vista da integrare secondo me ;) Auf Wiedersehen! ;) Patrick

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Alberto Muscolino

circa 3 settimane fa - Link

Molto volentieri, ho un bel pò di spunti da approfondire e verificare! A presto

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