La strana terapia del dolore di Tennessee Williams

La strana terapia del dolore di Tennessee Williams

di Samantha Vitaletti

A chiedere quanto ci sia di Tennessee Williams nei suoi scritti e nei suoi personaggi, si potrebbe rispondere che la domanda è retorica: in ogni scritto c’è un po’ del suo autore. In questo caso, tuttavia, più che il “quanto”, ad essere interessante è il “cosa”. Tra i vari aspetti identificabili come suoi proprii, un posto d’onore per frequenza di citazione, per pregnanza e per importanza nello svolgersi delle vicende narrate, spetta senza dubbio all’alcol. Il rapporto dei personaggi delle sue opere con l’alcol è il rapporto di Tennessee con l’alcol, in maniera contorta, torbida, allegra, drammatica, speculare. Non c’è quasi una pagina nel “Tram che si chiama desiderio” in cui l’alcol non venga per lo meno menzionato, per non parlare del punto culmine in cui l’alcol diventa protagonista, così come non c’è quasi un giorno nella vita di Tennessee in cui non si sia accostato alla bottiglia. C’è una data precisa che segna l’inizio di questa relazione sanguigna e malata e, come molte passioni sanguigne e malate, intoccabile.

Nel 1928 Tom, futuro Tennessee, allora diciassettenne, viene invitato dal nonno e dal suo gruppo di parrocchiani a prender parte ad una sorta di Grand Tour in giro per l’Europa e salpa da New York a bordo della SS Homeric con destinazione Southampton. Durante la traversata, Tennessee s’incontra con l’alcol per la prima volta, bevendo una crème de menthe e sentendosi male, tanto da pensare di non voler più ripetere  l’esperienza. Solo pochi giorni dopo scriverà a sua madre da Parigi raccontandole di aver provato lo Champagne che “è l’unico alcolico che mi piace qui”. Non smetterà mai, da quel momento, Tennessee, di fuggire e di bere e di usare il bere per fuggire dalla paura e dal dolore. Non è un caso che, proprio durante quel viaggio, cominciasse a manifestarsi il disturbo d’ansia che non l’abbandonò fino alla morte, avvenuta in solitudine nel 1983 nella stanza di un hotel nel cuore di New York, hotel che aveva scelto proprio per la vicinanza ai teatri, dove però lui, due volte Premio Pulitzer ma ormai distrutto da anni di dipendenze, non aveva più messo piede da almeno tre anni.

E’ Brick, il protagonista della Gatta sul Tetto che Scotta, ex giocatore di football, infortunato, soprattutto alcolizzato senza speranza né desiderio di averne, che spiega le ragioni del bere, nel corso di un drammatico confronto col padre malato terminale.

PAPA: Si può sapere che hai?

BRICK: Sto aspettando qualcosa che non arriva.

PAPA: E cioè?

BRICK: Il clic.

PAPA: Che hai detto? Il clic?

BRICK: Sì, il clic.

PAPA: E che è il clic?

BRICK: un clic, nella testa, che mi libera.

PAPA: Non ci capisco un accidenti, caro mio, tu mi preoccupi.

BRICK: Mi viene così automaticamente.

PAPA: Che è che ti viene automaticamente?

BRICK: Questo clic – che mi scatta nella testa – e mi libera. Devo bere e bere finché non succede. (Beve) E’ come … come… come un interruttore che scatta nella testa, spegne il fuoco che brucia e accende una luce bianca, fresca, che mi libera. (…) Devo sentire questo clic, altrimenti è insopportabile. Di solito arriva prima, anche a mezzogiorno certe volte, oggi è in ritardo. Si vede che ancora non ho abbastanza alcool nel sangue.

Quel “clic” è l’oblio che neutralizza la percezione del dolore e Tennessee lo inseguirà per tutta la vita servendosi di due strumenti: del movimento, o la fuga, o lo spostamento di città in città e di casa in casa, e delle sostanze, l’alcol prima di tutto. Anche nei periodi in cui apparentemente fu felice, innamorato, incensato dalla critica e premiato per i suoi successi letterari, dentro non smise mai di sentirsi debole e impaurito di fronte all’ansia che lo attanagliava da sempre, di fronte alla paura di diventare pazzo come sua sorella, e mai smise di combatterle, ansia e paura, con queste armi. Per lunghi anni non considerò mai il suo rapporto con l’alcol come una dipendenza o una schiavitù, non lo percepì mai come “la scimmia sulla spalla” di Burroghsiana memoria. Fino a quando, già negli anni Cinquanta, dagli appunti dei suoi diari spuntano fuori quesiti rivolti a se stesso, ispirati dalla preoccupazione di non esser più in grado di scrivere, di avere troppa confusione in testa per poter creare: “è un cambiamento strutturale nel mio cervello? O solo troppo alcol?” Di contro, nelle Memorie, più volte si ribadisce il ruolo dell’alcol come medicina: “Dopo mezzolitro di Frascati ti senti come se ti avessero iniettato nelle arterie sangue nuovo che per un po’ spazza via l’ansia e la tensione e per un po’ è la sostanza di cui sono fatti i sogni”. Per un po’, infatti.

In una lettera ad Elia Kazan, che gli aveva manifestato delle perplessità sulla personalità dell’alcolizzato Brick, Tennessee risponde accoratamente rivelando quanto di lui ci fosse in quel personaggio: “(…) questa pièce è troppo importante per me, è troppo una sintesi di tutta la mia vita per lasciarla in mani che non siano le mie …”. Brick è quello che dice al padre morente: “Non capisco come si fa a preoccuparsi di vivere o morire o stare per morire, insomma a preoccuparsi di qualunque cosa che non sia: c’è del whisky o no”.

La contaminazione tra arte e vita in certi casi potrebbe risultare fastidiosa, se non addirittura insopportabile, per quegli spettatori/lettori ipersensibili o semplicemente terrorizzati dal meccanismo dell’identificazione. Come se questo meccanismo fosse una specie di spada di Damocle, lì in agguato e pronto a riportare alla luce della coscienza tutti quegli aspetti del sé considerati inaccettabili e mostruosi e per questo faticosamente spinti a forza nei pozzi neri dell’inconscio.

Tra i mille posti in cui Tennessee trascorse la sua vita, New Orleans fu l’unico che avrebbe meritato il nome di casa. Scenario perfetto per l’espressione del suo animo e della sua creatività con i pianoforti blues, gli incontri e gli incroci di razze e provenienze, l’aria densa di fumo, il continuo vociare, i quartieri degradati abitati da poveri, musicisti, prostitute e protettori: New Orleans meglio di qualunque altro luogo era stata in grado di dar voce e spazio all’empatia del drammaturgo e alla claustrofobia dell’uomo.

Se Tennessee Williams riesce a convivere per buona parte della sua vita con la sua dipendenza, comportandosi quindi da quello che la psicologia di oggi definirebbe un “alcolista funzionale”, il colpo di grazia che lo indirizzò al declino psicofisico e allo sballo più sbandato gli venne assestato dalla morte per cancro, nel 1963, del suo compagno, Frank Merlo, col quale aveva vissuto per sedici anni. Era stato un amore sincero e forte quello che li aveva uniti fino ad allora, in un’America in cui essere omosessuali era tutt’altro che facile. Era stato la sua salvezza e la sua assicurazione sulla vita.

Se le date non fossero palesemente incompatibili, penserei che il bellissimo, claustrofobico racconto “La vite” sia stato dedicato a Frank. Ancora una volta da queste righe emerge la figura di Tennessee, avvinto come solo la vite riesce ad avvincersi, a un amore che non c’è più ma di cui si sente la presenza quasi fisica. Il protagonista del racconto vive in una dimensione onirica, quasi avesse l’animo sonnambulo, l’assenza mitigata dal ricordo, il ricordo scambiato per presenza, i malintesi non chiariti, i riflessi nello specchio o nelle vetrine dei bar, la disperazione, la claustrofobia. In quel racconto c’è tutto quello che Tennessee Williams era stato fino a quel momento e quello che da quel momento in poi sarebbe diventato. E poiché la casualità spesso è casuale solo in parte, non sorprende che a far da metafora sia stata scelta la vite.

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Samantha Vitaletti

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull'isola deserta, azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l'articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

5 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 4 settimane fa - Link

Un articolo - non riesco a chiamarlo semplicemente "post" - complesso, denso, persino un poco fumoso. Una piccola meraviglia che invita a prendere o riprendere in mano certi libri.

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Lanegano

circa 4 settimane fa - Link

Bellissimo articolo che affronta un tema complesso e molto attuale. Lavoro nel campo delle dipendenze patologiche da molti anni e mi imbatto costantemente in storie di alcol e/o sostanze che non hanno nulla di romantico, di 'maudit' o di creativo. Da consumatore 'responsabile' e bevitore sociale mi rendo conto del grande privilegio che abbiamo nel poterci accostare all'alcol senza che diventi una nemesi o comunque un problema legato alla difficoltà di vivere. Mi è molto piaciuta la misura, la delicatezza, il rispetto con cui Samantha ha trattato il tema. Brava.

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marcow

circa 4 settimane fa - Link

Non mi era piaciuto l'articolo dedicato a Jack London. Questo invece mi è piaciuto molto. Eppure l'autrice è la stessa. È lei che ha trattato in modo diverso i due grandi personaggi della letteratura? Perchè sono diversi i due grandi? O sono io che ho "interpretato" in modo diverso i due articoli? __ Come ho già detto, l'alcol è l'ANIMA del vino. Senza alcol il vino è una bevanda inutile. Fino a quando non sono stati prodotti gli PSICOFARMACI l'uomo, di tutte le latitudini, di tutte le epoche, ha trovato conforto e "altro" nelle sostanze "psicoattive" che la natura gli metteva a disposizione. Sminuire, snobbare, "nascondere", come spesso leggo, l'importanza dell'ALCOl è pura ipocrisia.

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Lanegano

circa 4 settimane fa - Link

Verissimo.

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Andrea

circa 4 settimane fa - Link

Ottimo articolo, come quello su Jack London. Letteratura e alcol. Due grandi dipendenze dagli effetti opposti.

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