La retroetichetta perfetta ha nome e cognome


Ho un sogno. Svegliarmi domattina e scoprire che una retroetichetta come quella di Gabrio Bini è legge. Obbligatoria, intendo. Cioé, troppo figa. Basta leggerla e trovi il tutto cosmico – valori analitici, prodotti aggiunti, processi, certificazione bio e distributore – racchiuso in pochi centimetri. Per interpretare i numeri magari serve qualche dritta, ma vogliamo mettere la superiorità a tiritere tipo “vino limpido, giallo paglierino da abbinarsi con carni saporite..” (battuta) e bla bla bla?

Più la vedo, più penso al “contiene uva e zolfo” di Alessandro Dettori. I classici esempi così belli che alla fine non li imita nessuno. E ti credo, in giro non vedo gente così orgogliosa di urlare ai quattro venti quant’è ganzo aggiungere tannini, enzimi coloranti, acidificare i mosti o darci dentro di osmosi inversa: robe che prediligono il buio silenzio di una cantina, insomma. Altri magari ammirano un’etichetta così ma sai, le amicizie, gli equilibri, “non vorrei espormi troppo” e roba del genere.

Sia chiara una cosa. La carta d’identità di un vino, messa nero su bianco per il consumatore, non è una fissazione di tre esaltati. Dedicarsi alla vigna è un’arte nobile e il mondo è pieno di gente che NON fa quello che dice e NON dice quello che fa. Trasparenza e sostenibilità non sono leve di marketing ma un atto di responsabilità verso chi beve, quella stessa gente magari che si trova coi capelli ritti quando legge “made in Indonesia” sull’etichetta del pantalone appena comprato. Per conoscere il mio vino vorrei un’etichetta decente, per sapere cosa succede in Indonesia rabbrividisco vedendo “I nuovi padroni del mondo” di John Pilger.

Ma sò ragazzi, lassali fà. Tranquillo produttore convenzionale, non succederà un bel cappero di niente. L’onere della prova spetta sempre a chi lavora bene e un’etichetta che informi davvero non ci sarà mai. Ai sogni noi preferiamo buchi neri tipo “contiene solfiti” (quanti? aggiunti?) e un sano scetticismo preventivo verso chi escogita soluzioni alternative. Che fare? Disobbedienza civile. Belle bottiglie e vestiti firmati ne trovi in quantità, io voglio di più. Vino buono di gente trasparente e una camicia che non sappia di sfruttamento. Chiarezza, socialità, ambiente e rispetto della comunità prima di tutto. Forse anche prima del gusto. Questo il valore dell’etichetta di Gabrio Bini.





114 commenti a “La retroetichetta perfetta ha nome e cognome”

  1. francorugby francorugby commenta:

    Bel post, finalmente c’è chi rispetta il consumatore che,per forza,
    non deve essere un intenditore. Non mi faccio illusioni, ma è così difficile intraprendere una strada come questa?

  2. Alessandro Dettori Alessandro Dettori commenta:

    Etichetta bella ed utile. Complimenti a Bini e Belvisi per il coraggio, grazie ad Alessandro Morichetti per la divulgazione.

    • Sophie Riby risponde:

      Innanzitutto Date a Cesare quel ch’è di Cesare… Questa contro-etichetta non è esattamente una creatura del ns. caro Gabrio bensì è stata voluta e creata dalla Luca Gargano, titolare della Velier, nel Novembre 2005 quando è entrato in vigore l’obbligo di indicare la dicitura‘Contiene solfiti’ in etichetta per i vini con oltre 10 mg/l di SO2. Tanto è vero che anche altri vignaioli distribuiti dalla Velier, Binner (Alsazia), Denis Montanar (Friuli), Chateau Le Puy (Bordeaux)…, come giustamente segnalato da Mauro nel post successivo, hanno una contro-etichetta simile a quella di Gabrio.

  3. Luca Cravanzola Luca Cravanzola commenta:

    ovviamente è una fissazione di tre esaltati..
    Quanti possibili clienti possono capire che cosa vuol dire “tannini diretti ed indiretti” oppure “acidificazione o desacidificazione”. Ho detto capire, non andare a leggere su wikipedia!!!
    Etichetta faziosa, punto. Poi cose come lo zuccheraggio sono vietate per legge. Potevano anche scrivere: cantina con scarichi a norma SI, metratura adeguata SI, pagamento fornitori SI, impianto elettrico SI, ragazza che lavora in ufficio SI, sito internet NO e bla bla bla bla…… Sono informazioni reali ed utili ma che diventano faziose per tutto il pubblico non tecnico, cioè la stragrande maggioranza.

  4. falletto falletto commenta:

    solfitaggio in vinifcazione, bentonite, sostanze chiarificanti?
    in vigna che ha usato?
    l’azienda fa scelte ecosostenibili?
    il produttore tradisce la moglie o guarda siti pedofili?
    vota pdl?

  5. Andrea Alvise Volpin Andrea Alvise Volpin commenta:

    Sempre ammirata quest’etichetta come anche le altre che avete citato nel post..
    Sono veri punti di riferimento.. Certo, a questo punto darei un filo di ragione a “falletto”: dicesse anche che usa in vigna, e due parole sulla vinificazione saremmo a posto! ;-)
    Domandina tecnica: se fossero 10 i mg/l di solforosa totale non potrebbe dire “non contiene solfiti”, giusto?
    Merci

  6. Errico Errico commenta:

    E’ bello vedere che esistono etichette come questa. Le informazioni non sono mai troppe, se ci sono valori di cui non si capisce il significato c’è sempre la possibilità di informarsi.

  7. Nelle Nuvole Nelle Nuvole commenta:

    Una curiosità, quante bottiglie di Serragghia Bianco produce all’anno Gabrio Bini? e quante ne vende in Italia, nella EU, negli USA, in Canada, in Russia, Cina, Giappone, ecc? Cioé in posti dove etichette diverse sono richieste e a volte la legislazione cambia di anno in anno.

    Comunque una retroetichetta così sarà anche bella, ma mi ricorda un po’ troppo quei moduli da riempire per indagini statistiche o le famose “multiple choices” onnipresenti.

  8. Il vino è buono, senza esagerare, diciamo che 88 punti li prende comodi. Ma viene tra i 45 e i 55 euri in enoteca… per me puoi anche compiere danze propiziatorie intonando ditirambi attorno al tino ma quella cifra è un po’ troppo alta. Per quanto mi riguarda il vino è gusto che si arricchisce con una storia a supporto. Se cercavo una storia senza gusto continuavo a fare l’antropologo e non bevevo ;-)

    p.s.
    “chiarezza, socialità, ambiente e rispetto della comunità prima di tutto. Forse anche prima del gusto” … alessandro, non mischiare l’etica con la gastronomia…. e poi 50 euro = rispetto della comunità… di chi ha un sacco di soldi da spendere

  9. Michele Braganti Michele Braganti commenta:

    …manca…vinificato con la consulenza di Andrea Gori…..e siamo a posto…;-)

  10. carolina carolina commenta:

    insomma alla fine non va bene niente di sta povera retro etichetta… io che dovrei scrivere nelle mie? se mi date lumi magari finalmente lo capisco…e le faccio capibili :)

  11. bacillus bacillus commenta:

    Considerazioni che sorgono spontanee…
    1) “Non contiene solfiti” eppure si legge che c’è un 3 di libera e 9 di totale… Era meglio scrivere “Non contiene solfiti aggiunti”, valà.
    2) Rilevare 3 mg/l di libera è un risultato eccezionale: chissà che metodo hanno usato…
    3) Vino dolce, con 9 mg/l di totale (dura trovare anche quelli)… eppure ben 1/3 di quella SO2 è libera; è un risultato che non si ottiene nemmeno nei vini bianchi secchi fermentati alla perfezione con l’utilizzo di tiamina… davvero notevole.
    4) Vino dolce, non aggiunto di SO2, pH alto, alcolicità relativamente bassa, non filtrato… rifermenterà? non rifermenterà? e se non rifermenterà perché non rifermenterà? :-)

    • La so, LA SO [e senza laurea in enologia]! Non rifermenta perché…… (suspence)……. (la suspence cresce)……. E’ SECCO! [tripudio della folla] :-D

      • bacillus bacillus risponde:

        …ah, perfetto. Pensa che ignorante sono, accidenti. :-( Eh, qui è facile cogliermi in castagna… sono partito subito con l’idea che lo zibibbo fosse dolce, che sciocco… certo è che in Sicilia, un’uva come quella che fa solo 12,5 è cosa degna di nota… io qui, profondo nord, con Pinot Grigio e Pinot Bianco faccio fatica a star sotto i 13,5… Va benissimo, allora.
        Già che ci sei, sai anche se ha fatto tutta la malolattica? Così, tanto per fugare ogni dubbio… ;-)

    • Luca Cravanzola Luca Cravanzola risponde:

      2) Rilevare 3 mg/l di libera è un risultato eccezionale: chissà che metodo hanno usato…
      3) Vino dolce, con 9 mg/l di totale (dura trovare anche quelli)… eppure ben 1/3 di quella SO2 è libera; è un risultato che non si ottiene nemmeno nei vini bianchi secchi fermentati alla perfezione con l’utilizzo di tiamina… davvero notevole.

      Bacillus sei il mio mito!!!!!!

      C’è qualcuno che sa rispondere…..oppure no?!?!??

  12. Cattamax Cattamax commenta:

    A che punto siamo arrivati, il povero Bini vuole fare un pò di chiarezza e prende un sacco di parole. Non sarà esaustiva e completa, mancherà sempre qualcosa a meno che con la bottiglia viene dato in omaggio un libretto delle istruzioni ma sono sempre più informazioni rispetto al nulla. Un grazie di cuore a queste retroetichette e invece a tutti gli altri scienziati che siano propositivi invece di criticare chi un passo in avanti verso i consumatori lo ha fatto. Alessandro bellissimo post.

  13. bacillus bacillus commenta:

    …e gli “enzimi coloranti”, cosa sono? Io non li ho mai sentiti…

  14. ma perchè sull’etichetta non scrivono “a me che l’ho fatto ’sto vino MI piace da morire”??? ragazzi il GUSTOOO!!!

  15. carolina carolina commenta:

    ok la retro la faccio come l’ho sempre fatta, tanto troverò qualcun altro a cui non andrà bene…

  16. gabrio bini gabrio bini commenta:

    Grazie Alessandro, è fantastico quante riflessioni si possono fare sulla mia etichetta………..e mi gratificano tutte! Vorrei solo giustificarmi della mancanza di dettagli riguardanti la “cantiniera”,che è bellissima e della quale sono molto geloso
    gabrio

  17. Daniele Daniele commenta:

    Io in etichetta aggiungerei anche i valori nutrizionali, altrimenti ci mettono il bollino come sulle sigarette, che il vino o la birra rende obesi e ti spappola il fegato.

  18. Roberto Giuliani commenta:

    Ma perchéP questo approccio a tratti ridanciano a tratti burlonesco?
    Secondo me questa etichetta rappresenta un riferimento, nel bene.
    Il problema è che se tutti applicassero questo metodo, il 90% dei vini risulterebbe imbevibile sul piano della salute.
    Per questa ragione, e solo per questa, non passerà mai.
    Poi si può anche disquisire su “chi capisce cosa vuol dire tannini diretti e indiretti” ecc.
    Ma se non altro sarebbe un incentivo per la gente ad abituarsi a cercare di informarsi, visto che cibo e vino finiscono nel nostro corpo e possono fare anche molto, molto male.

    • gianpaolo gianpaolo risponde:

      rimango dell’idea che a fare male nel vino e’ di gran lunga sopra ogni altra categoria, l’alcol. Premesso che vinificare senza adittivi e’ senza dubbio una soddisfazione e una sfida affascinante, non vorrei che passasse l’idea che gli adittivi usati normalmente nei vini fossero pericolosi per la salute, perche’ questo sarebbe contrario alla realta’, cosi’ come voler intendere che esistono vini naturali e vini non-naturali.

      • Alessandro Dettori Alessandro Dettori risponde:

        Non esistono vini naturali e vini non -naturali.
        Ci sono i vini da una parte e le bevande alcoliche a base d’uva dall’altra.

      • Roberto Giuliani risponde:

        Gianpaolo,
        l’alcol fa male, ma c’è un organo preposto nell’organismo che deve cercare di smaltirlo, sta a noi non abusarne.
        Giorni fa il mio oculista, che sa i problemi che ho con la retina, mi ha detto che l’alcol è utile per la retina perché ne dilata i capillari rinforzandola, ma ovviamente non è che per questo si deve diventare alcolisti.
        Con gli additivi chimici, con le quantità di prodotti chimici utilizzati il corpo, invece, si trova spesso impreparato e fa molta più fatica a liberarsene.
        Inoltre noi commettiamo l’errore, gravissimo, di dimenticare che è la somma di più sostanze presenti nella nostra alimentazione quotidiana che alla fine fa il danno.
        Se io mangio un etto di tonno al mese, il mercurio e gli altri metalli che questo può contenere sono scarsi, ma se nello stesso mese mangio anche merluzzo, pesce spada e altri pesci predatori che possono contenere gli stessi metalli, io divento un accumulatore di sostanze tossiche e alla fine mi danneggio.
        Così è per il vino. Molte sostanze sono giudicate non tossiche fino ad una certa quantità, ma bisogna vedere ognuno di noi quante ne assimila giorno per giorno e quante ne riesce a smaltire.

        • gianpaolo gianpaolo risponde:

          No Roberto, tu ti confondi con i metalli pesanti, che hanno effetto di accumulo. Per gli altre sostanze per fortuna non e’ sempre cosi, e il nostro corpicino le metabolizza. Poi se per es. prendiamo il tannino enologico, e’ un semplice estratto dal rovere, che contiene tannino com’e’ ovvio, altrimenti le botti… Ecco, far passare questo per nocivo e’ semplicemnte sbagliato. Magari il consumatore preferisce il vino senza adittivi, e questo va bene, ma non perche’ si avvelena, altrimenti andrebbero proibiti e non ammessi, non ti pare?

          • Roberto Giuliani risponde:

            Gianpaolo,
            non puoi non considerare la chimica in vigna, c’è chi la usa, chi la usa poco, chi la usa troppo, pochissimo che non la usano proprio. E la chimica in vigna te la porti anche nel vino.
            I prodotti leciti in cantina non hanno tutti delle limitazioni precise nella quantità, ad esempio la gomma arabica, che pure è naturale, può essere utilizzata anche in dosi massicce.
            Viviamo in un’epoca in cui aumentano le intolleranze, i bambini nascono già con problemi sia respiratori che alimentari, è l’intera catena che va presa in considerazione, non si può soffermarsi sul solo vino perché di solo vino non si vive.
            Ricordati Gianpaolo, non esistono statistiche sulla soglia di tolleranza di agenti inquinanti e di additivi aggiunti, oggi li trovi ovunque e bisogna farci i conti.
            E’ in quest’ottica che chi lavora nel modo più naturale possibile, che si tratti di vino o di insalata, porta un valore positivo.
            Sono troppi gli elementi del nostro corpo sottoposti a continue sollecitazioni, ridurre l’uso di prodotti non naturali è un percorso obbligato.
            A meno che non preferiamo pensare che la via giusta sia curare sempre più cancri ma non impedire che questi aumentino vertiginosamente.
            Non faccio allarmismo ma nessuno di noi è abituato a sottoporsi a controlli specifici, conosco persone che lo hanno fatto e hanno scoperto che nel loro corpo c’era di tutto di più.
            Infine, chi ti garantisce che fra le sostanze utilizzate in vigna e cantina non ce ne siano alcune che possono provocare gravi allergie?
            Se si usano andrebbero scritte in etichetta, per il cibo come per il vino.

          • bacillus bacillus risponde:

            Giuliani, è evidente, purtroppo, che sei condizionato da questa terribile visione romantica (del tutto antropocentrica) della Natura, per cui il “naturale” rappresenta il bene, mentre l’ “artificiale” è il male.
            E’ ormai assodato che tra i più potenti e pericolosi agenti cancerogeni che si possono assumere attraverso i cibi ci sono delle micotossine del tutto naturali. E, tanto per dire, di certo non con secondaria importanza, resta sempre elevato il rischio che deriva dalla contaminazione microbiologica “naturale” dei cibi deperibili: dal latte al formaggio, dal pesce alle carni, e così via. Per fortuna il vino ne è in parte immune…
            Parliamo di allergeni? Pomodori, kiwi, avocado, meloni causano da sempre allergie, a volte con esiti mortali; il tutto sempre nell’ambito della “naturalezza” che questo mondo ci ha donato.

            I pesticidi? Certo, a nessuna fa piacere ingerirli. Non è una bella cosa. Ma ormai da anni la loro potenziale dannosità è oggetto di ricerca e di evoluzione. Sono ormai banditi prodotti “sospetti” e le tecniche di utilizzo consentono da molto tempo la produzione di derrate alimentari prive di residui o con livelli di residui del tutto insignificanti.
            Per contro, metodi di coltivazione apparentemente “naturali”, non hanno conosciuto livelli di evoluzione paragonabili a quelli del “tradizionale”: il rame la fa ancora da padrone e non è da escludere che le piante, sottoposte nel caso del “bio” a condizioni di stress, producano “pesticidi naturali” potenzialmente dannosi per il nostro organismo.

            No, la tua visione delle cose della natura è sbagliata. Non esiste un “disegno” che abbia stabilito tra il bene ed il male in senso “assoluto”. Possiamo solo distinguere tra ciò che a noi uomini è utile, ciò che non lo è, e ciò che ci è dannoso. Per poi agire di conseguenza. A prescindere dall’origine di quello con cui abbiamo a che fare.

          • bacillus bacillus risponde:

            …a proposito, Giuliani. L’affermazione per cui c’è chi “la chimica in vigna non la usa proprio” è davvero notevole.
            Mi faresti un esempio concreto?

          • Roberto Giuliani risponde:

            Bacillus,
            quando decidi che e cosa sono gli altri senza conoscerli vedi di firmarti con nome e cognome come faccio io.
            Non c’è niente di romantico in ciò che ho scritto, se ti diverte pensare che non ci sia nessuno, ma proprio nessuno, in tutta l’Italia che faccia vino senza fare trattamenti né in vigna e cantina fai pure, ma non puoi pensare che siccome non sei in grado di farlo tu allora è automatico che chi lo dichiara è un ciarlatano.
            Vai da Gian Marco di Le Coste e digli quello che hai detto a me, resta in vigna con lui per tutta la stagione, poi vai in cantina e vedi cosa fa, poi torni qui e ci racconti che il “naturale” è romantico.
            Quando poi parli di allergeni citando pomodori e kiwi dimostri di non essere affatto a conoscenza di ciò che da oltre vent’anni è cambiato in agricoltura, di come oggi esistano allergie e sensibilizzazioni acute che un tempo non c’erano, semplicemente perché oggi inquinamento e manipolazioni degli alimenti stanno producendo danni incalcolabili, ma ovviamente questo è essere romantici, non ci sono dati che puoi trovare ovunque, in rete o semplicemente rivolgendoti a studiosi delle diverse materie.
            Sei fortunato, perché quelli come te non hanno mai dubbi, sono convinti di sapere già tutto e quindi possono dichiarare che gli altri non hanno capito nulla o sono sognatori.
            Continua così che andrai molto lontamo.

          • bacillus bacillus risponde:

            Giuliani, lasciamo perdere il confronto su quello che sai tu e su quello che so io di agricoltura. La cosa davvero non mi interessa.

            Anzi no, una cosa sì. Mi stai dicendo che esistono aziende vitivinicole in Europa immuni da peronospora, oidio, botrite, cicaline, tignole… e che coltivano Vitis vinifera… Gian Marco di Le Coste, ignorantone che sono, non lo conosco. Dov’è la sua azienda? Ti prego, dammi un riferimento! ;-)

  19. gianpaolo gianpaolo commenta:

    Qualche dubbio ce l’avrei sull’uso della dizione VINO NATURALE. Al di la del fatto che il vino e’ prodotto con un uso minimo di tecnologia, almeno sembra, avrei qualche dubbio nell’usare l’aggettivo NATURALE, non essendo esso codificato da nessuna normativa (almeno che io sappia) o legge. La repressione frodi sta molto attenta all’uso di aggettivi migliorativi nei vini, e a meno che non riportati in norme o disciplinari, di solito non sono ammessi.
    ALtrimenti chissa che tra poco non venga a qualcuno in mente di produrre un VINO SOPRA NATURALE.

  20. Alessandro Marra commenta:

    Giusto per fare un altro esempio di produttori orientati in tal senso, citerei l’Antica Masseria Venditti di Castelvenere, Sannio, Campania.
    Le etichette dei due crus dell’azienda (in regime di coltivazione biologica), il Bacalat e il Bosco Caldaia, riportano le parcelle di provenienza.

  21. Nic Marsèl Nic Marsèl commenta:

    Premettendo che l’iniziativa di Bini -Belvisi gode di tutto il mio apprezzamento e stima, voglio comunque fare l’avvocato del diavolo : non essendo obbligatorio per legge presentare tutti i dati presenti qui in etichetta, cosa succederebbe se tali dati fossero, alla prova dei fatti, falsi? Insomma, si legge “PRODOTTI AGGIUNTI Lieviti : NO”; e se non fosse così si tratterebbe comunque di frode?

  22. Roberto Giuliani commenta:

    Posso dire una cosa? La retroetichetta serve per distinguersi e, in casi come questo, è il tentativo di dimostrare che il proprio prodotto è più genuino di altri.
    Sulla veridicità non è possibile discutere, visto che ci sono delle analisi obbligatorie per ricevere i bollini.
    Poi il marcio può essere ovunque, ma così non se ne esce più.
    L’obiettivo reale, invece, dovrebbe essere a livello legislativo, ovvero imporre delle regole che non rendano necessarie etichette come questa.
    Non è immaginabile una sequenza interminabile di parole, ai più poco comprensibili, in ogni etichetta, ci sarebbe la fila della gente a leggere sugli scaffali (in realtà, come sempre, nessuno lo farebbe).

  23. bacillus bacillus commenta:

    Un parametro degno di nota in quell’etichetta è senz’altro quello dell’acidità volatile. In prima battuta, a causa la mia sconfinata ignoranza enogeografica avevo considerato quel Zibibbo come vino dolce. Il valore di 0,63 di volatile era dunque del tutto plausibile. I vini dolci presentano sempre alto quel valore: ricordo un 0,93 su un Yquem su cui mi permisi di far fare un’analisi, ma valori superiori a 1 g/l AA sono la norma su passiti e vinsanti (anche intorno a 1,5).
    Scopro però che si tratta di un vino secco che partiva da un potenziale intorno ai 13°. Confesso che per quelli che sono i miei riferimenti si tratta di un valore altissimo. Per quanto mi riguarda, per i bianchi sono abituato a fine alcolica a valori inferiori a 0,3, spesso inferiori anche a 0,2. Per quelli che vanno a fare la malolattica posso tollerare volatili finali intorno allo 0,4; ma quando si supera lo 0,5 significa che le cose non sono andate bene. Sopra lo 0,6 (ricordo, vino bianco secco) per me è inaccettabile.

    Perché la volatile non va bene? Beh, quel valore esprime soprattutto contenuti di acido acetico a cui si associano spesso piccole quantità di acidi volatili superiori poco gradevoli. Nei vini dolci la loro presenza si “ingloba” nel bouquet complesso di quei vini particolari, ma nei vini bianchi secchi, dove l’espressione aromatica si deve per forza caratterizzare in termini di eleganza e finezza, alti livelli di volatile finiscono per “irruvidire” il complesso aromatico, danneggiandolo, sminuendolo e rendendolo grezzo.

    Ma senz’altro non sarà stato il caso di questo vino… Se si tratta di un vino eccezionale con un 0,63 di volatile, beh, eccezionale lo è davvero.

    P.S.: se a qualcuno interessa posso formulare le mie ipotesi sul perché quella base ha raggiunto valori così alti di volatile…
    Interessante, poi, sarebbe qualche disquisizione sull’estratto…

  24. carolina carolina commenta:

    mhhh bacillus io sono interessata, molto. mi illumini?grazie

  25. Alessandro Dettori Alessandro Dettori commenta:

    Sempre a Bacillus.
    La peronospora, oidio, botrite, cicaline, tignole… ecc. in agricoltura ci sono eccome.
    Non esistono aziende o vigneti immuni. Il problema è come difendersi da ciò.
    Ci sono tantissime aziende che utilizzando solo zolfo e pochissimo rame, oltre ad altri prodotti assolutamente non inquinanti.
    I nomi delle aziende le trovi tra gli iscritti alle varie associazioni di biodinamica.
    Anche per queste cose puoi venire a trovarmi in azienda.
    Buona giornata.
    Alessandro Dettori

  26. Luca Cravanzola Luca Cravanzola commenta:

    estratto da langhe nebbiolo, volatile da passito, alcol da vino bianco nordico……

    Dettori che vuole farci credere che i suoi sono vini veri e tutti gli altri sono bevande alcoliche a base d’uva…

    Ancora vi preoccupate di solforosa e tannino???

    Allora è vero che è solo una fissazione di tre esaltati (CIT.)

  27. Grande intuizione veramente grazie a Gabrio per la sua Etichetta spero che si un buon viatico per altri. propongo un lodobini etichetta chiara per legge
    ciao lido.

  28. Roberto Dal Ponte Roberto Dal Ponte commenta:

    Bacillus, io credo che prima di parlare di un vino lo si dovrebbe bere, e, visto che continua a non firmarsi, la invito a limitare le cazzate, visto che i suoi giudizi sul vino di Bini rasentano la comicità.
    Che sia caro é vero.
    Ma é anche molto buono.

    In generale, trovo abbastanza incredibile questa continua alzata di scudi nei confronti di chi ha un approccio in vigna ed in cantina “diverso”: ci sono pregiudizi e malcelate accuse di falso, sempre da chi – magari – lavora da consulente, enologo, chimico, ecc.

    Chissà perché invece in questo paese non si ricorda che non molto tempo fa qualcuno bevendo vino é crepato.

  29. Roberto Dal Ponte Roberto Dal Ponte commenta:

    Per Luca Cravanzola: a vedere il numero di partecipanti di fiere come Fornovo,Agazzano, Asti, Ombra delle Mura, direi che gli esaltati sono un poco più di tre.

    Come per gli agenti di commercio, forse é ora che certi appassionati, certi critici e certi produttori si accorgano che i tempi sono cambiati.

    • Luca Cravanzola Luca Cravanzola risponde:

      infatti tra quelli che vanno a quelle fiere ci sono pure io!!
      Passa una bella differnza tra esaltato e curioso.
      Per l’esaltato è tutto oro quello che luccica, gli basta vedere una parvenza di bioqualcosa in etichetta per cadere per terra goduto.
      Il curioso, senza pregiudizi, esce da quelle fiere con solo un paio di etichette degne di nota..
      poi va in enoteca e scopre che costano 50 euri la bottiglia e finisce per portarsi a casa tre bocce di pinot nero altoatesino oppure due barbaresco con le palle o un bel barolo!! per non parlare di valpolicella o franciacorta..
      Levata di scudi? no no.. ripeto fate solo una cosa giusta in modo fazioso.

      • Alessandro Dettori Alessandro Dettori risponde:

        Gli eccessi ci sono anche dall’altra parte. C’è gente che pende dalle labbra di iperchimici ad esempio. Penso che occorra un atteggiamento moderato da entrambe le parti. Occorre essere appassionati e non tifosi. Chiunque, anche chi sino a ieri era astemio, può permettersi di disquisire di vino con i più grandi intenditori, perchè l’unica vera regola è “mi piace, non mi piace”. Però qui leggo giudizi, pareri, valutazioni su metodi agricoli. Solo chi ha una profonda conoscenza agricola (conoscenza data solo da una lunga esperienza) si può permettere pubblicamente di discuterne. Se in tv andassero a parlar di come si curano i tumori degli oculusti, oppure dei cardiologi scoppierebbe il finimondo.
        Ci sono tanti vini che si professano naturali eppoi non lo sono. Ci sono tanti produttori che pensano di vendere il vino solo perchè è naturale anche quando è palesemente diffettato e cattivo.

        Siamo andati fuori tema. Alessandro Morichetti ha scritto un post sull’etichetta. Ora sencondo voi un’etichetta del vino cosa dovrebbe contenere? Sia esso figlio della vigna o della chimica.

  30. falletto falletto commenta:

    Concordo su Bacillus per la volatile e i vini bianchi secchi, i valori sono sopra la norma di molto, per un vino equilibrato. Se fossero vini rossi saremmo abituati ad altro, ossia a pagare volatili alte perfino 100 euro…
    Sul discorso delle bevande a base d’uva siamo alle solite, se queste bevande hanno le stesse etichette dei migliori produttori del mondo, o quantomeno i più buoni, allora è solo un errore di termini… io amo le bevande non i vini. per quanto poi dizionario alla mano…

  31. Roberto Dal Ponte Roberto Dal Ponte commenta:

    Per Luca Cravanzola: diciamo che, allora, i curiosi aumentano in maniera esponenziale.

    A questo punto, però, non ho capito a chi tu stia dando dell’esaltato.

    Le persone che quindici anni orsono entrava in enoteca e chiedeva il vino barricato probabilmente hanno la stessa sebsibilità di quelli che ora vogliono un vino “naturale”.

    Ma ignorare che vi sia una spinta nel mondo del vino, eterogenea nell’approccio e nella qualità del prodotto, che cerca un modo di fare “altro” (chiamatelo come vi pare), é una grossa ingenuità.

    • Luca Cravanzola Luca Cravanzola risponde:

      e chi mai ignora questo modo di fare vino. Sicuramente più giusto di quello delle barriques anche in camera da letto di qualche decennio fa.. Sto solo dicendo che un’etichetta del genere è faziosa. Se voglio conoscere le analisi di un vino vado a scaricarmi le schede tecniche sul sito aziendale oppure mando direttamente una mail oppure ne conservo un bicchiere e lo porto ad analizzare.
      Vedi Roberto (ti do del tu per comodità non per mancanza di rispetto) se fosse così probabilmente saremmo solo io e te e pochi altri ad andare a scaricare le schede tecniche. Invece,un’etichetta così, crea forti dubbi ai consumatori che (vivadio) non sono solo enologi ed enotecnici scatenando mode che nessuno vuole. Mode che nella storia hanno rovinato il vino (barriques) e tutto il parco vigneti (vedi merlot a montalcino e cabernet a barolo per esempio). Quindi è il consumatore che deve essere stimolato alla ricerca, non che ti sbatto in etichetta una serie di parametri incomprensibili (e anche un po’ approssimativi in questo specifico caso) e faccio passare il messaggio: <>.
      Facciamo crescere la conoscenza dei nostri clienti nel modo giusto… senza facili scorciatoie!!

      • Luca Cravanzola Luca Cravanzola risponde:

        non è comparso il virgolettato che riporto ora:

        …faccio passare il messaggio il mio è buono e naturale perchè non ha questo e quello, il tuo e costruito e chimico perchè ha quello e quell’altro.

        Facciamo crescere la conoscenza dei nostri clienti nel modo giusto… senza facili scorciatoie!!

      • Cattamax Cattamax risponde:

        Ma quando ti compri una mozzarella o un vasetto di cetrioli sott’aceto vai a casa a scaricarti la scheda tecnica ? ….perchè per il vino non è possibile trovare un compromesso di etichetta che indichi il contenuto, è così difficile ? Si sa che alcune pratiche sono legali, perché non imporre in etichetta gli ingredienti usati? MCR, acido tartarico, enzimi, quantità di SO2… perché le aziende vinicole sono così restie alla trasparenza? Sono d’accordo che non tutti potrebbero essere in grado di capire completamente il significato (nemmeno io) ma sarebbero uno stimolo di conoscenza per informarsi e perchè no, anche una presa di responsabilità di chi le scrive. Le pratiche illegali le punisce la magistratura, il resto dovrebbe finire tutto in etichetta.

  32. Francesco Badalini Francesco Badalini commenta:

    Su sollecitazione di Alessandro, riporto commento scritto in altro luogo virtuale.

    Aggiungo che l’etichetta di Bini è sicuramente un riferimento, ma come punto di partenza, non come punto di arrivo. Mi aspettavo che il primo esperimento, datato 2007 se non ricordo male, portassse ad una discussione ed all’elaborazione di un modello più completo. Ma così non è avvenuto, per cui la riproposizione con quelle “falle di comunicazione” a mio avviso è negativa. Concordo con Roberto sull’obiettivo reale che dovrebbe essere di tipo legislativo. E aggiungo che non guasterebbe poi anche un serio controllo con responsabili ed enti non in conflitto d’interesse.
    Sono convinto che le bandiere possano servire in un primo momento per avviare un percorso che porti il legislatore a legiferare, altrimenti restano simboli, come l’etichetta di Bini.
    Dunque riporto il commento:

    > Bini persiste dal 2007 nella sua azione personale che però,
    > può fare più danno che altro perchè potrebbe essere
    > interpretata come operazione di marketing. Bini
    > scrive in etichetta NON CONTIENE SOLFITI e qualche
    > centimetro più sotto riporta 3 mg di anidride solforosa
    > libera e 9 mg di totale. Ma il fianco è ancora più scoperto
    > nella elencazione dei processi NON ESEGUITI. Esistono
    > centinaia di processi utilizzabili ed ingredienti inseribili > legalmente, (vedi il Codice Internazionale delle Pratiche
    > Enologiche): perchè dunque citare solo alcuni ingredienti?
    > Questa soluzione può far sorgere qualche dubbio sulla
    > presenza e/o aggiunta degli altri ingredienti, che,
    > ovviamente non rappresentano il terroir.

    Nulla da dire sul vino, indubbiamente di alto livello per i contrasti, l’aromaticità e rispetto del territorio. Peccato per la retrobandiera, simbolo che non ha ancora sviluppato movimento e proposta, ma solo molta comunicazione, visto che ogni anno se ne parla, come in questo caso.

  33. corrado dottori corrado dottori commenta:

    C’era il tempo in cui la chitarra era solo uno strumento di accompagnamento. Poi arrivò un signore nero, capelli a raggiera, di nome Jimi Hendrix e non fu più lo stesso. Distorsioni feroci, feedback infiniti, bending urticanti. Piacevole? forse no. Rivoluzionario? Certamente sì.
    I sacri libri dell’enologia recitano che per i vini bianchi secchi l’acidità volatile deve restare entro certi parametri. Con buona pace di Bacillus e dei tanti intervenuti sull’argomento sappiamo che non è così. Dipende dal vino. Dipende dalla stagione. Dipende da come si lavora in cantina. Non c’è un “giusto” ed uno “sbagliato”. Ci sono delle scelte. Non credo sia così appassionante apprendere quale ceppo di lievito e/o quale batterio sia responsabile di una volatile che, per la zona, il pH ed il tipo di vinificazione, pare del tutto normale. Così come del tutto normale appare l’estratto, immaginando un qualche tipo di macerazione sulle bucce.
    Ci sono delle scelte. Possono non piacere. Ci sono dei vini. Possono non piacere.
    Quello che non si può accettare sono i maestrini dalla penna rossa che tengono alte lezioni di enologia non richieste, forse immaginando una schiera di analfabeti enologici dall’altra parte del video.
    Quello che non è più possibile accettare sono i diktat di una enologia iperchimica che ci ha portato sull’orlo del baratro.
    Se non piacciono i dischi di Hendrix che si continui a comprare Sinatra. Ha il suo perché. Ma non dite che Hendrix è sbagliato.
    L’arte non si discute con i paraocchi né coi libri di testo.

  34. Luca Cravanzola Luca Cravanzola commenta:

    Ma non si parlava della retroetichetta???

  35. 1-”Che fare? Disobbedienza civile. Belle bottiglie e vestiti firmati ne trovi in quantità, io voglio di più. Vino buono di gente trasparente e una camicia che non sappia di sfruttamento. Chiarezza, socialità, ambiente e rispetto della comunità prima di tutto. Forse anche prima del gusto.” (dall’articolo)

    2-”Distorsioni feroci, feedback infiniti, bending urticanti. Piacevole? forse no. Rivoluzionario? Certamente sì.” (ultimo intervento sig. Dottori)

    Dunque, il signor Bini fa una scelta fonte di discussioni. Considerando la sua completa buonafede nel voler produrre un’eticheta il più trasparente possibile, da ignorante enotecnico, scopro che in realtà la medesima etichetta tace su molti aspetti dalla filiera produttiva. Pazienza, dico, si tratta di buona fede. Quello che però non mando giù sono queste due frasi che sembrano scritte da persone che praticano davvero troppo poco la nobile arte della degustazione, applicandovi categorie idealiste che con il buongusto poco hanno a che vedere.

    p.s.
    in base al ragionamento naturalista si dovrebbe tornare a mangiare gli acini appassiti e putrescenti di uva selvatica (senza incroci migliorativi stavamo ancora alla “vitis rupestris”… queti modernisti di antenati!!!) direttamente dalle piante visto che intorno al 15000 a.c. è largamente teorizzato che questa fosse la prassi: di certo, in questo caso, non ci sarebbe davvero nessun intervento esterno

    • corrado dottori corrado dottori risponde:

      Fabbretti, capisco la debolezza della “metafa”, ma io ho detto altra cosa da quella che Lei erroneamente mi attribuisce.
      Ho semplicemente detto che evidentemente esistono approcci diversi e filosofie differenti sia nella produzione di vino sia nella sua commercializzazione e comunicazione. Questa differenza va vista come ricchezza, come ampliamento delle scelte per i consumatori, come sfida continua verso l’innovazione e la ricerca (esattamente il contrario, quindi, da quanto Lei va affermando). Per qualcuno l’innovazione è il massimo della tecnologia, per altri rivoluzionario può essere un vino completamente senza solforosa.
      Siamo tutti liberi di bere il vino che più ci aggrada. Ciò che contesto è l’atteggiamento aggressivo e spesso denigratorio di taluni, che emerge chiaramente nei molti commenti a questo post, nei confronti di chi non vuole uniformarsi a ciò che il conformismo enologico impone.
      Si contestano i dati analitici di un vino senza averlo nemmeno assaggiato. Si fa dell’ironia su una etichetta che a mio avviso è importante. Si critica pesantemente il lavoro di chi produce vini cosiddetti naturali (mi riferisco all’andazzo che ultimamente hanno preso certi commentatori su questo blog). Bisognerebbe avere più rispetto.
      Per esempio: Lei perché, senza conoscermi, si sente libero di affermare che pratico “troppo poco la nobile arte della degustazione”? Che ne sa Lei? Mi attribuisce l’uso di categorie idealiste? Maddove… Usa categorie idealiste semmai chi afferma che un bianco secco con lo 0,63 di acidità volatile non va bene a prescindere…

  36. gianpaolo gianpaolo commenta:

    Dal disciplinare di produzione IGT Sicilia http://www.agrinnovazione.regione.sicilia.it/reti/Viticoltura/allegati/igt_sicilia.pdf:

    Art. 7. – Alla indicazione geografica tipica «Sicilia» è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione diversa da quelle previste nel presente disciplinare di produzione, ivi compresi gli aggettivi extra, fine, scelto, selezionato, superiore e similari. È tuttavia consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali e marchi privati purché non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno il consumatore.

    Questo per quanto riguarda l’uso dell’aggettivo “NATURALE”, che credo non sia possibile usare in etichetta per nessun vino, a meno che non ne venga normato l’uso.

    Dall’etichetta poi non si capisce una cosa importante, anche se dal contesto desumo sia cosi’, le uve sono prodotte integralmente dal vinificatore oppure no? Manca la menzione relativa a questo fatto e si capisce chel’imbottigliamento e’ stato fatto presso un altra cantina (imbottigliato per…da ICRF TP…).

  37. gianni formizzi opitz gianni formizzi opitz commenta:

    Come consumatore, oltre alle scritte obbligatorie per legge (ma anche il CAP, il comune e la provincia di provenienza), sulla retroetichetta di un vino mi piacerebbe trovare:

    - uvaggio e percentuali relative alle singole uve presenti
    - minima descrizione dell’area di provenienza
    - conformazione del terreno
    - caratteristiche tipiche del clima
    - altitudine delle vigne
    - esposizione
    - minima informazione sulle caratteristiche dell’annata
    - numero di bottiglie prodotte
    - minime informazioni sulla vinificazione
    - minime informazioni sull’eventuale affinamento

    Informazioni più specifiche deve potermele fornire chi il vino me lo vende o chi lo produce, su mia richiesta (di consumatore).

  38. bacillus bacillus commenta:

    Mi inserisco rapidamente nel dibattito, collegandomi direttamente a quando scritto da gianni formizzi, ma facendo riferimento in effetti ad una esigenza espressa già da altri e che risulta ormai diffusa tra i consumatori.
    Metto qui il link ad una proposta che avevo già esposto sul blog di Bressanini:

    http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/06/18/gelato-ogm-ma-quando-mai-anche-il-formaggio-allora/comment-page-3/#comment-99735

    Per chi a voglia, precede e segue dibattito. Il post, comunque, dovrebbe bastare come spunto di riflessione.

    (mi scuso per aver messo sbrigativamente solo il link senza aver buttato giù un testo dedicato a questo confronto: il tempo è quello che è…)

  39. patrizio mengozzi patrizio mengozzi commenta:

    Dopo tutto ’sto ambaradam di commenti, io direi che la cosa che ASSOLUTAMENTE renderei obbligatoria in etichetta, è la quantità di SO2, sia totale che libera; quella sì che è dannosa per il fisico, e io ne so qualcosa, visto che vini con valori di SO2 alti ahimè, anche se buoni, non ne posso bere più, pena un mal di testa pari ad un alveare di vespe al posto del cervello. Visto che si parlava di etichette, l’altro parametro che è dannoso è l’alcol ma questo è già obbligatorio inserirlo.
    Poi, resta da capire il perchè alcuni che hanno scritto qui continuino a considerare vini alcuni e altri no: si vada a vedere il dizionario della lingua Italiana alla voce “vino”.
    Saluti.

    • Alessandro Dettori Alessandro Dettori risponde:

      Che differenza c’è tra la “pasta pronta in busta” acquistabile al supermercato ed un bel piatto di pasta cucinato da Pierangelini nel suo ristorante?

      Perchè non vogliamo accettare che nel vino accade la stessa cosa? Poi ci sono piatti di pasta pronti in busta molto meglio di piatti di pasta cucinati da ristoratori :-)

      • patrizio mengozzi patrizio mengozzi risponde:

        Dettori, sempre pasta è, poi possiamo disquisire sul fatto che sia più o meno buona, ma è sempre pasta. Così come è vino anche se ha 160 di SO2 tot e per ottenerlo si sono usati i lieviti “comperi”. E sempre vino; ripeto: prendere il vocabolario della lingua italiana e leggere alla voce “vino”. Inoltre, il fatto che sia biodinamico non significa necessariamente che sia buono, ho assaggiato dei prodotti di aziende biodinamiche che erano ciofeche allucinanti; e non necessariamente se un’azienda non lo è significa che sia un orrore; generalizzare è SEMPRE sbagliato. Io tendo sempre a guardare l’uomo (inteso come vignaiolo, non necessariamente maschio) che c’è dietro.
        Saluti.

    • Cristiano Cristiano risponde:

      Il contenuto della solforosa NON è un valore stabile nel tempo: all’imbottigliamento il valore della libera è massima, poi piano piano il valore tenderà ad abbassarsi, è normale. Scrivere il valore della solforosa è del tutto fuorviante.

    • gianpaolo gianpaolo risponde:

      in realta’ la solforosa molecolare, che e’ quella attiva e quindi difficile da riportare in etichetta, non ha tra i suoi effetti il mal di testa. Quello e’ un mito, infatti e’ di solito l’alcol a dare mal di testa oppure in alcuni casi i tannini. I solfiti possono essere pericolosi nelle dosi utilizzate nei vini solo per chi e’ allergico agli stessi, in media una persona su 100. Questo e’ il motivo per il quale ha effettivamente senso, da un punto di vista salutistico, mettere la menzione “contiene solfiti”, per dare la possibilita’ a chi e’ allergico di evitarli, mentre ha poco senso mettere la solforosa totale, perche’ fondamentalmente inattiva, e quella libera, perche’ instabile all’aria, oltra al fatto che non sono dannose per il consumo.
      Che poi faccia piacere sapere che in un vino ce n’e’ meno e in altri di piu’, questo e’ comprensibile, ma non ha risvolti salutistici.

      • patrizio mengozzi patrizio mengozzi risponde:

        Gianpaolo, fino a un paio di anni fa, non avevo mai avuto problemi; poi un bel giorno mi sono svegliato avendo il famoso mal di testa, non avendone mai sofferto, non pensavo fosse dovuto al vino, visto che bevo con regolarità ai pasti. Per farla poco lunga, in seguito, mi son preso la briga di far fare ai vini “sospetti”, le analisi presso un laboratorio privato : non è l’alcol (bevo delle bottiglie intere di vini sopra i 16 gradi senza soffrire nulla) è sempre la SO2 libera che mi dà danno, io alle coincidenze non credo mai. Ho trovato vini a 12 gradi con 55 di libera :!: e 180 di totale :twisted: ; non sarà quello ma……. :?

      • Fiorenzo Sartore Fiorenzo Sartore risponde:

        Caspita Gianpaolo, questa me l’ero persa: il malefico mal di testa è dato dai tannini (!) e dall’alcol e non dai solfiti! Devo rimentalizzarmi. Eppure io associo le pochissime emicranie che ho avuto agli assaggi seriali nelle fiere “industriali” (ebbene sì) nelle quali comunque sputo… a parte la vulgata corrente che si legge un po’ ovunque; bo’, mi hai sovvertito le certezze.

        • patrizio mengozzi patrizio mengozzi risponde:

          Quindi i vini a base sagrantino, aglianico o, per non andare tanto lontano da casa mia, di uva Longanesi, cosa dovrebbero fare? Provocare l’effetto “mazza da baseball sulla capoccia?” :roll: :roll: :roll:

        • gianpaolo gianpaolo risponde:

          Avevo scritto una cosa tempo fa, questo e’ un estratto:

          “esiste una sindrome che causa il mal di testa dopo aver bevuto vino rosso (chiamata RWH, red wine headache syndrome), ma essa sembra non aver nulla a che vedere coi solfiti (per le ragioni esposte prima). Non e’ chiaro da cosa derivi, ci sono alcuni che danno la colpa ai tannini, che inducono la produzione di serotonina in gran quantita’ che causa mal di testa, altri che danno la colpa ad istamine, altri che parlano di prostaglandine. La verita’ e’ che ci sono ipotesi che sembrano non soddisfare completamente le osservazioni fatte in vivo. Tutti sembrano escludere l’effetto dei solfiti (altrimenti anche le albicocche o altri alimenti ricchi di solfiti dovrebbero causare mal di testa).”

          http://poggioargentiera.com/blog/2009/11/26/la-questione-dei-solfiti-nel-vino/

  40. Luca Cravanzola Luca Cravanzola commenta:

    Se arriviviamo a 100 commenti il Morichetti deve offrirci almeno una magnum di codesto SERRAGGHIA BIANCO. Pensa che bello sedersi intorno ad un tavolo per parlare in totale serenita.. anzi in “naturale” serenità..
    Sempre se il caro Dettori non porti la sua pasta in busta preferita!!

    Sai Alessandro Dettori, purtroppo non ti conosco di persona ma stai diventando un mio mito!!!!

    Sei talmente convinto che quasi mi fai paura… ;-)
    Mi verrebbe da salutarti con un amichevole:
    buon lavoro Ragazzone

    • Alessandro Dettori Alessandro Dettori risponde:

      Luca Cravanzola non siamo amici e non mi pare di averle dato questa confidenza. Non mi piace che una persona più giovane di dieci anni di me si permetta di chiamarmi ragazzone.

      Piuttosto risponda alla mia domanda, che qui riformulo…”Che differenza c’è tra la “pasta pronta in busta” acquistabile al supermercato ed un bel piatto di pasta cucinato da Pierangelini nel suo ristorante?”

      Sono molto interessato ad una sua eventuale risposta.

      • Luca Cravanzola Luca Cravanzola risponde:

        rimango basito…
        Non mi permettero’ mai più!! Ricordi solo che il tono era palesemente ironico, mi spiace se si è sentito in qualche modo “offeso” dalla mia giovine esuberanza. Ragazzone non significa nulla di male dalle mie parti, anzi! In tutti i casi le porgo le mie scuse se ne sentisse il bisogno.
        Ubi maior minor cessat.

        non capisco la domanda… una è precotta e surgelata l’altra è fatta e mangiata. Differenza notevole ma non capisco dove vuole arrivare… forse che sulla “pronta in busta” c’è l’etichetta e su quella “fatta e mangiata” no?

  41. fabrizio pagliardi fabrizio pagliardi commenta:

    Leggendo questa etichetta mi viene un dubbio

    Usa il rotomaceratore ????

  42. io mi sto rendendo conto che non si può avere una retroetichetta con su scritto tutto quello che si chiede, verrebbe fuori la divina commedia. piuttosto se uno è così tanto curioso potrà avere informazioni dal produttore, no? a me quando qualcuno mi chiama per sapere dei nostri vini io o rispondo per telefono, o li invito in azienda oppure gli mando schede tecniche dei vini, dove possono trovare vita morte e miracoli del vino che hanno bevuto.

    • Gianni Dirk Formizzi Opitz sottoriva risponde:

      Rosso Piceno
      DENOMINAZIONE D’ORIGINE CONTROLLATA
      2007
      imbottigliato all’origine dall’az..agricola
      Antonio FAILONI
      viticultore in contrada Castellaretta
      I-60039 Staffolo-AN
      Da uve Montepulciano, Sangiovese e Merlot maturate sulle nostre vigne situate a 410 m slm ed esposte a sud-est, alle sorgenti del Cesola affluente dell’Esino, nel contado dei Castelli di Jesi. Suolo di medio impasto tendente al sabbioso con presenza di argilla. 2007: annata siccitosa caratterizzata da grande concentrazione e basse rese. 10.000 bottiglie prodotte. Vendemmie manuali in cassetta, dal 1 settembre al 1 ottobre. Maturazione in botti di rovere di Slavonia da 30 hl per 12 mesi.Vino da gustare ad una temperatura di sala (18°-20°) in bicchieri ampi ed in buona compagnia.
      vino non filtrato
      750ml e 14,0% vol.
      CONTIENE SOLFITI – ENTHÄLT SULFITE – CONTAINS SULPHITES

      questo è il testo di una retroetichetta sul mercato da anni

  43. Gianni Dirk Formizzi Opitz sottoriva commenta:

    Verdicchio
    dei Castelli di Jesi
    DENOMINAZIONE D’ORIGINE CONTROLLATA
    CLASSICO
    2008
    prodotto ed imbottigliato dall’az..agricola
    Antonio FAILONI
    viticultore in contrada Castellaretta
    I-60039 Staffolo-AN
    Da uve di Verdicchio in purezza maturate sulle nostre vigne situate a 410 m slm ed esposte a sud-est, alle sorgenti del Cesola affluente dell’Esino, nel contado dei Castelli di Jesi. Suolo di medio impasto tendente al sabbioso con presenza di argilla. 2008: annata classica con equilibrato rapporto sole/pioggia e rese sui 90 q.li di uva/ha. 7.000 bottiglie prodotte. Vendemmie manuali in cassetta, dal 7 al 10 ottobre. Vinificazione in acciaio ed affinamento in bottiglia. Vino da gustare fresco (12°-14°) in bicchieri alti ed in buona compagnia.
    750ml e CONTIENE SOLFITI 14% vol.

    ….come amche questa.

  44. Gianni Dirk Formizzi Opitz sottoriva commenta:

    …questi sono due testi difficilmente utilizzabili per altri vini di altre case vinicole sia pure della stessa DOC.

    Spesso invece le retroetichette sono piene di vuota retorica e assolutamente intercambiabili. Alle volte sono così vaghe e nulladicentidiconcreto che andrebbero bene ad un vino come ad uno sciampo o per un dopobarba.

    Quando sto scegliendo (e ciò mi può aiutare e influenzare nella scelta), o ho già scelto, un vino in enoteca o al tavolo di un ristorante, se il vino mi piace mi incuriosisce e desidero avere qualche informazione in più che cerco nella retroetichetta.

    Qualche informazione di base, enunciata in maniera sintetica ma concreta e precisa, non può guastare ed anzi, oltre ad arricchire il consumatore può avere l’effetto di incuriosirlo e spingerlo ad approfondire le informazioni a sua disposizione così come le nozioni generali in suo possesso.

    Tutto di guadagnato per un piccolo produttore.

    Problema invece per un’industria vinicola le cui “informazioni” spesso vengono fornite solo per nascondere ciò che avviene realmente durante il ciclo produttivo, dall’impianto della vigna all’imbottigliamento.

    Sono favorevole alla presenza, nella retroetichetta, di informazioni di base enunciate sinteticamente o a testi che svelino il bagaglio culturale o l’idea di vino del produttore (non esiste UNA SOLA idea di vino).

    Sono contrario ad informazioni fuorvianti, volutamente incomplete o vuote. Sul mercato si spreca la roboante retorica del non dire nulla atta ad impressionare il consumatore sprovveduto.

  45. roberto gatti roberto gatti commenta:

    Onore al coraggio ed alla trasparenza di questi neo-vignaioli, ma non sono stati i primi.
    Esiste un produttore friulano Marco Perco dell’az. Roncus, che da almeno 10 anni riporta nelle retroetichette dei suoi vini, tutti questi dati.
    Trovo inoltre che la dicitura : Non contiene solfiti, sia errata, in quanto in ogni vino ci sono dei solfiti dovuti alla fermentazione del vino. La dicitura esatta sarebbe stata a mio avviso :
    NON CONTIENE SOLFITI AGGIUNTI, in quanto nella stessa etichetta si legge il quantitativo di solfiti presenti nel vino.

    P.S. ) Chiedo scusa se quanto ho riportato fosse già stato scritto, ma non ho avuto il tempo per leggermi gli oltre 100 commenti

    • Gianni Dirk Formizzi Opitz sottoriva risponde:

      sono d’accordo sulla scritta NON CONTIENE SOLFITI AGGIUNTI al posto di quella NON CONTIENE SOLFITI. E’ una distinzione che giova alla chiarezza.

      Per il produttore che desideri inserire il valore esatto della solforosa si potrebbe pensare ad una scritta come:

      SOLFOROSA AGGIUNTA al momento dell’imbottigliamento……113
      SOLFOROSA AGGIUNTA al momento dell’imbottigliamento…….33

  46. fabrizio pagliardi fabrizio pagliardi commenta:

    Per me l’etichetta del Serragghia bianco non dice niente di interessante, a parte il dato sulla solforosa, che può essere interessante per chi è allergico.

    A livello informativa un’etichetta con scritto cosa NON si fa è dal punto di vista informativo del tutto inutile, è molto utile invece a livello comunicativo, ma La Velier e il finto movimento delle “AAA” (finto nel senso che un movimento non si costruisce a tavolino e non ha scopi commerciali) ci ha ormai abitutato a queste strategie di comunicazione emotiva.

    Leggo, e conosco analiticamente alcuni dati chimici sul vino molto interessanti per tutti quelli che sanno interpretare per studi od esperienza quei numeri, poche persone.

    Magari ad esempio scrivere che è fatto in anfora, che ha dei tannini naturali, equilibrati ma evidenti…… e tutte quelle caratteristiche che lo rendono fortemente diverso dagli altri zibibbi secchi prodotti a Pantelleria, sarebbe molto più utile per chi lo vede sullo scaffale senza conoscerlo…..

  47. A tutti gli intervenuti: sono state superati i 100 interventi….

    Morichetti, cominciamo a mandarti via mail i nostri indirizzi per la magnum di serragghia?

  48. Gianni Dirk Formizzi Opitz sottoriva commenta:

    …ma le magnum avranno un’etichetta doppia con il doppio delle informazioni della bottiglia da 750ml?… :-)

  49. Roberto Bosticco commenta:

    io quoto “contiene uva e zolfo”. l’etichetta di Bini pone un paio di problemi. 1) dire ciò che non si fa è infinito. Dovrei pensare che micro ossigena, visto che non dice di non farlo. O aggiunge vitamina C. E via di questo passo. 2) c’è anche un aspetto furbetto. La solforosa dichiarata è compatibile con trattamenti dell’uva a base zolfo. Perchè non ce lo dice, visto che è così trasparente? Non contiene solforosa aggiunta al vino, solo quella aggiunta all’uva. Poi i lieviti. Non li aggiunge di laboratorio, ma avrà i suoi, o come lo fa il vino buono? Insomma, un ginepraio da cui non si esce, anche ammettendo le buonissime intenzioni e la serietà del Bini.

    “contiene uva e zolfo”

  50. ALAN ALAN commenta:

    La retroetichetta è una cosa inutle.
    Basta scrivere tutto sulla etichetta principale.
    E se “tutto” è poco va benissimo.
    Il vino è un prodotto così: lo bevi e se ti piace è buono.

    • Gianni Dirk Formizzi Opitz sottoriva risponde:

      per una azienda di piccole dimensioni (se non imbottiglia solo vini costosi) costituirebbe un costo troppo elevato avere tutte le informazioni su un’unica etichetta frontale da modificare ogni anno. Costituisce invece un risparmio avere una retroetichetta di dimensioni e qualità grafiche inferiori da modificare ogni anno a seconda delle diverse caratteristiche dell’annata, lasciando immutata quella frontale della quale così può far stampare un numero maggiore di copie operando ulteriore risparmio.

      Inoltre mi piace un’etichetta frontale che dà semplicemente un immagine e le informazioni obbligatorie di base (alcool, denominazione ecc…) ed una retroetichetta che offre qualche approfondimento per soddisfare la curiosità del cliente più attento.

  51. gabrio bini gabrio bini commenta:

    Quando i critici si trovano in disaccordo
    il vignaiolo è coerente con se stesso

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