La mia parola magica adesso è “percorso”

La mia parola magica adesso è “percorso”

di Fiorenzo Sartore

Valutare un vino è una faccenda alquanto difficile, richiede esperienza di molti assaggi e comunque si può sempre sbagliare. Una volta qui nei commenti Daniele Cernilli ha scritto “noi non assaggiamo mai due volte lo stesso vino”, che è un adattamento del più noto non si fa mai il bagno nello stesso fiume. Per quanto mi riguarda l’affermazione è precisa, e se da un lato mi aiuta (ahem) tutte le volte che sbaglio un assaggio e una valutazione, è pure difficilmente controvertibile.

Valutare un produttore, poi, è ancora un altro fatto pieno di variabili – perlomeno se la valutazione serve a definire lo stile di quel produttore. I produttori sono gente che compie un percorso – per la verità questo è comune all’intera umanità, ma il concetto, applicato a quelli, serve a capire quanto è poco efficace definire in un certo modo chi produce vino.

Alzi la mano chi non s’è mai rattristato, notando un cambiamento nello stile produttivo di un vigneron del cuore. Per esempio io ricordo quando Gravner verso la fine dei ’90 abbandonò la barrique. Da fanboy quale ero, mi chiedevo un po’ sgomento: oh no, ma perché l’ha fatto?

Però mi sbagliavo. I produttori compiono il loro percorso, è alquanto inevitabile come lo è il cambiamento. Nessuno resta immobile e tutti modifichiamo quel che siamo, e facciamo. Allo stesso modo ho visto i Barolo boys mollare un certo interventismo per recuperare naturalità, e ho visto punk naturisti aggiustare la sintonia, anno dopo anno, verso produzioni più eleganti. Al punto che si perde il senso della definizione di un produttore: quello com’è? Al momento è così, l’anno prossimo è in un modo non identico.

Io sto facendo un percorso, è una delle frasi che ripeto più facilmente da un po’, chi mi sta vicino magari s’è pure stancato di sentirlo. Vale all’incirca per l’universo mondo, e riguardo al nostro enomondo l’osservazione e la comprensione del percorso è la parte interessante, più della valutazione o la classificazione di chi produce un vino. Queste attività andrebbero praticate con distacco. E con questo infilo un altro termine che amo, distacco, che non vuol dire indifferenza ma semmai equilibrio, quando si associa all’aggettivo sereno.

Sereno distacco, e giudizi dati senza l’accetta. Forse tutto questo si collega con l’assaggio destrutturato (niente analisi olfattiva, niente descrittori accademici), che ultimamente attraversa il nostro bel mondo di roteatori di bicchieri, ma immagino che pure quello sia parte del percorso che stiamo facendo.

Ci sarebbe comunque un sottoinsieme, minoritario: quelli che restano immobili e non cambiano mai, almeno apparentemente. Sono quelli che mi inquietano davvero.

[L’immagine viene da qui]

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

1 Commento

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Nelle Nuvole

circa 3 mesi fa - Link

Un bel post pensoso il tuo caro Fiorenzo, con già un pochino di saudade ferragostana. In verità è così, il vino ed il suo "facitore" camminano in un tempo che non è mai immobile. Quando ciò mantiene un'essenza riconoscibile, dopo alcune devianze adolescenziali, ne siamo contenti. Penso ad alcuni Brunello del passato, ma anche a produzioni siciliane troppo influenzate all'inizio da tendenze di oltreoceano. Penso a vini bolgheresi che finalmente hanno trovato una loro identità dopo un lungo periodo di assestamento. C'è una differenza fra evoluzione e snaturamento. Questo per quanto riguarda la produzione, riguardo invece alla percezione e conseguente giudizio, beh... bisogna cercare di andare incontro a quello che si beve e non il contrario, cioè non porci noi come soggetto principale di una degustazione.

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