La fiera. Sperimentare un’ambivalenza etimologica

La fiera. Sperimentare un’ambivalenza etimologica

di Samantha Vitaletti

Il termine “fiera” deriva dal latino “feria”, cioè “giorno di festa”. Deriva però anche da “fera”, il femminile di “ferum”, ossia “feroce”. Questa informazione piuttosto accademica io ce l’avevo da tempo, ma è curioso che sia tornata alla mente proprio in occasione di questa fiera. La fiera dello Champagne, ovvero, Modena Champagne Experience, a poche ore di treno da casa è una cosa pazzesca, in terra di tortellini e di lambrusco e di nebbie e di caselli autostradali famosi, di cose che ispirano leggerezza, voglia di evasione e di allegria.

Sul perché la Fiera sia giorno di festa non c’è bisogno di retorica: per il bendisposto avventore tutto quel guizzo continuo di bollicine senza perdita, metaforica, d’effervescenza, s’è trattato davvero di fare un viaggio nel paese delle meraviglie, a destra e a sinistra e davanti e dietro e sopra e sotto solo rosé, bdb, bdn, s.a., millesimati, e la Marna, e i pas dosé, e l’Aube, e le bottiglie di straforo tirate fuori inattese sempre al momento giusto che più giusto non si può, un paese dei balocchi vero.

E dunque, c’è spazio davvero in tutto ciò per prendere in considerazione anche la ferocia o per farlo si dev’essere puntigliose beghine senza migliore occupazione? Dove potrebbe mai trovare il modo e lo spazio per insinuarsi questa violenta figura felina? Ci penso un po’, prima di tentare una risposta e me la suggerisce Jacovitti.

Siamo in fila a un banchetto, decine e decine di teste e di corpi e di gomiti sgomitanti accampati lì, pronti a far cianchette per la conquista di una porzione di mattonella. Fermi, col calice in alto come a Messa; insensibili, come in fila alla posta il giorno della pensione; crudeli come chi non ha più nulla da perdere e per ottenere quell’assaggio sarebbe disposto a tutto. Feroce è anche la morsa del dover scegliere, feroce la corsa contro il tempo che trasforma in involontari Neroni, pollice verso a te e nemmeno posso dirti il perché, se non che la lancetta corre e io devo assaggiare quanto più.

A dire il vero, a questa ferocia, almeno a questa, io sono sfuggita in maniera molto rilassata. Ho voluto seguire il primo dei Dodici Passi, seppur la metafora possa apparire fuori luogo: il passo dell’accettazione. Ho accettato la carenza di tempo e la mia incapacità di essere ubiqua e, in barba agli assaggi scientificamente previsti e programmati, sono andata a caso. A caso, proprio nel senso di “a casaccio”. Quello che ne è venuto fuori non potrebbe essere d’utilità didattica neanche per mia nonna astemia, però io ho ucciso la fiera e ho goduto della fiera e già questo mi fa sentire assolta e premiata.

Il primo assaggio è stato da quelli che considero da sempre i miei champagnardi del cuore: Diebolt Vallois. Non c’era il Fleur de Passion ma c’erano il BdB e la Cuvée Prestige, due montagne di gesso: una, verticalissima e puntuta come una scultura di Giacometti, l’altra, altera ma sinuosa come una stalattite nella stagione del risveglio. Pietra, biancore, una filigrana di musica da fiati a insufflare energia e potenza il primo, gesso e manciate di sale a insaporire un sorso pieno e di sostanza il secondo.

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La passeggiata a casa De Sousa è stata, di bottiglia in bottiglia, come ascoltare la lettura di una sceneggiatura. Vini vivi e appaganti, precisi e senza sbavature, senza per questo risultare ingessati. A salire d’intensità nella successione proposta. Il colpo di scena, ma anche il coup de coeur, con la Cuvée des Caudalies BdB Grand Cru, una torre di Babele in cui si incontrano tante lingue differenti che non stonano e non stonano perché non si parlano addosso. Vecchie viti di chardonnay, un invecchiamento in botti di quercia, sorso complesso, cangiante, lungo e persistente. Una scoperta in crescendo e nessuna pesantezza, nessun orpello barocco o di cattivo gusto.

H. Blin: qui ci ho passato un sacco di tempo. L’accoglienza ricevuta ha fatto sì che ci si sentisse quasi come se si stesse degustando sul divano di casa. Avercela, sul divano di casa, tutta la gamma assaggiata a Modena! Mi piace, per motivi sentimental-politici, l’idea del vino che nasce dall’apporto di piccoli pezzi terra curati da tanti vignaioli. È il pinot meunier che li unisce e l’essere di fatto squadra in nome di una storia e di un territorio. Mi sono divertita tanto a questo banco. Tra tutti i vini assaggiati riberrei subito il Brut BdN, 100% meunier, seta allo stato liquido, carezzevole senza svenevolezze, profondità boschive, oscurità, felce, argilla, passo felpato e poi rolling stones (nel senso letterale di pietre rotolanti).

Una sessantina di champagne nelle cinque ore a disposizione li ho assaggiati e ci tengo a dire che non ero neppure lontanamente sbronza.

Infatti anche la POLFER, quando mi ha chiesto i documenti, ha dovuto ammettere che, per essere la prima volta, il regionale Modena-Bologna l’ho guidato benissimo.

1 Commento

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Stefano

circa 2 settimane fa - Link

Etimologie fantasiose, ma bell'articolo!

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