La Fase 3 è iniziata e io non so che mascherina mettermi

La Fase 3 è iniziata e io non so che mascherina mettermi

di Sabrina Somigli

Quella che segue è una breve riflessione sul lavoro di sala tra mascherina e distanza. A pochi giorni dalla riapertura, mi faccio mille domande, ho mille paure, in pratica una crisi di panico trascritta. Come sarà tornare a lavorare al ristorante con le nuove regole? E che mascherina indossare?

Mascherina fashion
Concedetemi un inizio Vanity Fair per stemperare il panico. La mascherina è ormai a tutti gli effetti parte della divisa al ristorante; quell’elemento in più imposto per legge, è finito col diventare il complemento glamour della stagione primavera – estate 2020. Mi fa appannare gli occhiali e mi dà pizzicore al naso, ma allo stesso tempo me lo nasconde e lo ridimensiona ed è buona cosa. La mascherina dona al volto quell’alone di mistero, che non guasta, quel vedo non vedo che intriga. Quindi è fashion perchè copre. Lascio lo stile Diva e Donna e vado subito al sodo.

Mascherina BLOCdown
Nascondendo la metà del viso, costringe le persone che ti ascoltano a guardarti negli occhi. Mi riferisco ai casi sempre auspicabili in cui il cliente ti ascolta e ti guarda, in tutti gli altri casi conviene parlare poco, con o senza mascherina non cambia, l’occhio del cliente può vagare ovunque per la sala senza sfiorarti manco per sbaglio.

Se parli a viso scoperto  le persone possono guardarti in faccia, ma osservarti le labbra ad esempio, senza puntarti negli occhi. Ed è una situazione defatigante.  Col filtro che copre la bocca,  l’occhio è fisso nell’occhio, ti inchioda in una specie di blocco. Per questo mi esercito  a parlare con gli occhi facendo le prove davanti allo specchio. Esattamente come si sono esercitata a suo tempo per la postura al tavolo e per calibrare il sorriso. Mi alleno a spostare le espressioni della bocca sugli occhi: ridere con gli occhi è facile, mi si chiudono e ciao. Ma le altre? Il mezzo sorriso di approvazione, lo stupore a bocca aperta, la bocca interrogativa.. ho iniziato anche a dipingermi le sopracciglia, per rafforzare l’espressività, come mi suggerisce l’estetista, ma il mio nuovo sopracciglio alla Frida Kahlo sarà efficace nel comunicare col cliente?

Mascherina palla: il servizio del vino.
Già mi vedo nel momento di stappare la bottiglia: apro il vino, mi sposto, mi giro, tiro giù la mascherina, annuso il tappo, è ok, tiro su la mascherina,  torno alla postazione, verso il goccio di vino, mi risposto tiro giù la mascherina, annuso, assaggio, i soliti gargarismi , il vino è ok, tiro su la mascherina e finalmente servo. Il tappo a disposizione del cliente ma a debita distanza: c’ho appoggiato il naso.

Sforzo, concentrazione e comicità tutte comprese nel prezzo della bottiglia, (peraltro con ricarichi applicati ai minimi storici. Evviva, almeno una cosa buona post Covid).

La distanza si crea e non si distrugge
Lo sforzo della sala è avvicinare il cliente, abbattere le barriere, farlo sentire a suo agio, proprio come a casa. Fargli superare la diffidenza iniziale, la paura della fregatura di quando si siede pronto a vivere una esperienza a scatola chiusa. Come dargli torto.

Cosi come quando accarezziamo un bambino impaurito per tranquillizzarlo, io di sala inizio a “lisciare” il cliente a partire dall’accoglienza: la stretta di mano, l’aiuto col soprabito eccetera. Adesso gli aprirò la porta, prego entri è il benvenuto, per poi puntargli alla fronte il misuratore della temperatura. Sa più di agguato che di hospitality.

Mi mancherà porgere il menu aperto, come l’estensione delle mie braccia che accolgono il cliente, sicuro. Gentilmente punti il suo telefono sul QR code e potrà consultare menu e carta dei vini. Che Dio ce la mandi buona e ben connessa.

Mi fermo qui, mi fermo agli approcci iniziali, quelli determinanti  per creare da subito una intesa col cliente. Tutto questo mancherà; e il servizio non deve diventare un affanno nel cercare di recuperare questi gesti mancati. Un’accoglienza monca è come esordire con una gaffe al primo appuntamento. Dopo per recuperare devi essere davvero simpatico.

 

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Sabrina Somigli

Chiantigiana di nascita, microbiologa di formazione, poi sommelier e ristoratrice per vocazione. Raccolgo erbe spontanee e non è colpa della laurea in scienze agrarie; amo il vermouth liscio e il brodo caldo ma non per questo so sferruzzare a maglia. Mi sono appassionata al vino più o meno vent'anni fa, quando lavoravo in Tasmania; ci rido ancora pure io, tranquilli. Credo nel bevi e lascia bere e raccontane se vuoi, ma sii breve.

4 Commenti

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Giacomo

circa 6 mesi fa - Link

Per un attimo ho temuto di trovare un intervento sui trattamenti chimici massivi nei vigneti del barolo, o inerente il caporalato nelle terre del moscato. Fortunatamente si parla di mascherine fashion, ottimo.

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sabrina somigli

circa 6 mesi fa - Link

Giacomo si parla più di altro che di mascherine vanitose, ma in effetti non del caporalato né di trattamenti chimici

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marcow

circa 6 mesi fa - Link

Mi sono piaciuti molto gli articoli di Sabrina Somigli in questi quasi 3 mesi di lockdown. Penso che sarebbe un grande piacere per me poterla (ri)conoscere al tavolo di un ristorante. (Anche con la mascherina). Forse ha dimenticato un aspetto, almeno per me, importante nella comunicazione interpersonale: la voce. E, chiaramente, non soltanto per l'intonazione, il volume, le pause ecc... ma per QUELLO che viene TRASMESSO attraverso la voce. _____ Oltre a Sabrina S. faccio gli auguri più sinceri a TUTTE le donne che scrivono su Intravino. Per tante soddisfazioni sul lavoro.

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sabrina somigli

circa 6 mesi fa - Link

Grazie Marco! Sono d'accordo con te sull'importanza della voce

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