di | mer 13 gen 2010 ore 15:10
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furbetti

La doppia morale delle guide del vino

031231_WineFottuta abitudine. Certe cose le hai davanti agli occhi da così tanto tempo che non le vedi più. Poi ti capita un post di Rizzari e Gentili, critici della Guida ai vini de l’Espresso, e ti accorgi che qualcosa non funziona. I due affrontano il problema dei vini assenti dalla guida perchè i produttori non hanno mandato campioni da degustare e confermano il loro netto rifiuto a comprare bottiglie per coprire i vuoti. Che c’è di strano, mi direte? È così che vanno le cose. Ad inizio anno tutte le principali guide spediscono via fax l’invito alle cantine e queste inviano nelle diverse redazioni i campioni.

Qualcuna mancherà all’appello, ma in fondo – dice Rizzari – a perderci sono gli assenti. Dunque tutto gratis ed è per questo che le guide del vino non conoscono crisi. Veronelli, Maroni e il Gambero Rosso non devono pagare costose cene al ristorante né i viaggi come fa la Michelin (a patto che visiti tutti i posti di cui parla). Nel mondo del vino non si paga dazio, tutto è dovuto e questo non ha mai destato scandalo. Perchè allora in America si spara a zero sul più famoso dei wine-writer, l’inossidabile Robert Parker? Il blog Dr. Vino in questi giorni gli fa le pulci perché il critico americano ha dichiarato che lui compra “solo” il 60% delle bottiglie assaggiate. Eppure, fatti due conti, trattasi della bellezza di 700.000 dollari l’anno! Apriti cielo e giù con pesanti allusioni sull’onestà di Mr Parker che, lo ricordiamo, incassa ogni anno circa 3.2 milioni di dollari in abbonamenti al suo sito.

Secondo  Tyler Colman, titolare del blog Dr. Vino, il critico americano dovrebbe pagare tutte le bottiglie e non solo i viaggi di lavoro e gli stipendi dei sei wine writer che collaborano alle recensioni. Particolarmente criticata quest’anno l’assenza di due iconic-wine californiani dal costo elevato. Sono di quelle bottiglie la cui assenza si fa sentire in America: provate a immaginare un guida senza il Brunello di Biondi Santi e capirete cosa intendo. Dr. Vino si chiede: “Perchè non le ha comprate visto che dice di spendere tanti soldi?”.

Dunque, vediamo di ricapitolare: in Italia è considerato normale ricevere le bottiglie per le guide completamente aggratis, in America no. C’è qualcosa che mi sfugge in questa doppia morale, ma non so cosa. Potete chiarirmi le idee?

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62 commenti a La doppia morale delle guide del vino

  1. Caprai non manda, o almeno non ha mandato quest’anno, campioni alla guida de L’Espresso (e ci sarebbe da aprire una parentesi, visto che alle altre guide, certo, li invia. Quindi si sottopone ad un giudizio esterno, ma solo da parte di chi dice lui. Vabbè).

    Io, che compro la guida de L’Espresso, trovo sia una mancanza inaccettabile non trovare una scheda dedicata alla più importante cantina non solo del territorio di Montefalco ma anche dell’Umbria.

    La cosa buffa è che anche i curatori della stessa dovrebbero riconoscere tale mancanza e fare di tutto (vedi comprare le bottiglie) per inserirla ed aggiungere maggiore completezza alla pubblicazione. O no?

  2. avatar Ric64

    Io l’ho già commentato un’altra volta in un post analogo e lo ripeto: provare a chiedere a Soldera che ne pensa delle guide basate sui campioni inviati dai produttori e sentite cosa dice.

    • avatar cernilli

      Perché Soldera sarebbe un oracolo?

      • Non un oracolo ma, a quanto capisco, un produttore di cui Ric64 si fida. Fuori dai personalismi, i campioni ad hoc per le guide aleggiano -- più o meno velatamente -- nei discorsi di enologi e produttori in tutta Italia. Con l’incomparabile esperienza di assaggio che ha, cosa ne pensa Cernilli? Malelingue o un argomento da affrontare a fin di bene del consumatore?

        • avatar cernilli

          Penso che i produttori seri non hanno bisogno di certi mezzucci. Se i vini sono imbottigliati e vengono dai Consorzi è difficile che siano campioni taroccati, e questo posso dirlo per esperienza personale.

          • avatar bad guy

            Per esperienza personale ho visto consegnare campioni taroccati al consorzio proprio per voi giornalisti. Guardi che si può fare, sa. Ehm…non sarebbe corretto, ma chi lo impedisce ?

          • Suvvia, “cattivo ragazzo”, detta così non possiamo proprio refertarla. Era scritto fuori dalla bottiglia “campione taroccato per giornalisti”?
            Se ci sono informazioni pertinenti, lieti di leggerle. Altrimenti si rimane a livello dei rumors e nulla più, magari stuzzicanti e curiosi ma poco utili alla comprensione.

          • avatar bad guy

            Se l’avessi confezionate e consegnate io quelle bottiglie al Consorzio, come ho fatto, cambierebbe qualcosa ?

  3. avatar bad guy

    Ma chi garantisce al lettore della guida che la bottiglia recensita dal giornalista è conforme alle bottiglie normalmente in commercio ? Non c’è tracciabilità. E’ come se un critico gastronomico chiedesse al ristoratore di preparargli un piatto, solo per lui.

    • Cosa che il ristoratore regolarmente fa;-)

    • avatar cernilli

      E che dire allora dei campioni inviati per le commissioni d’assaggio per le varie Doc e Docg? Noi assaggiamo con le stesse modalità. Ciò che vale per loro non va bene per noi?

      • avatar bad guy

        Non è proprio così.I vini per l’approvazione DOCG vengono prelevati dagli ispettori da una vasca in cantina, mentre i campioni per le guide vengono consegnati già confezionati. Certo può succedere nel primo caso, che una volta approvato il vino DOCG, il produttore disonesto provveda ad imbottigliare tutt’altro, come talvolta succede.Questo però può essere verificato dalle autorità prelevando vino imbottigliato in commercio e verificando la corrispondenza con le bottiglie trattenute al momento del prelievo primo.Le cose quindi sono ben diverse.

    • @ Cernilli: E’ vero, il parallelismo è giusto, con la differenza che esistono cmq delle sanzioni per chi non rispetta il vino approvato. Se lei trova in commercio una bottiglia diversa da quella recensita, mica può fare una rettifica!

  4. Per me li idee sono chiarissime: le guide parlano di novità e se le stesse dovessero comprarsi le bottiglie in enoteca entrerebbero in commercio a Natale…dell’anno dopo. Da questa legge che, almeno per quanto riguarda l’Italia, è di una verità cristallina, discendono tutta una serie di corollari. Comprare i vini del produttore che non te li manda perchè glieli hai valutati male l’anno precedente è giusto o sbagliato? Perchè pagare proprio quello che ti osteggia?
    Qualcuno potrebbe obbiettare: pagateli quando li chiedete. Altra cosa molto difficile se non impossibile: di certi vini non è pronto il listino, molti te li manderebbero gratis lo stesso, quindi faresti un “dispetto” proprio a chi ti fa un favore, creeresti di fatto due categorie, con rischio di sentirsi dire “Ma questo voto glielo hai dato perchè non hai pagato i vini?

    • Variante interessante comprerebbero i vini che non gli piacciono? Le guide dei ristoranti vanno anche nei locali peggiori a mangiare e pagano. Pare si chiami giornalismo. :-)

      • Non vorrei disilluderti, ma il gionalismo è finito con il distacco di Albertini dal Corriere della Sera. 1925. Figuriamoci nella enogastronomia..

  5. Ma i giornalisti che fanno le recensioni delle macchine, che so il Sig. Quattroruote le compra?

  6. Giusto o sbagliato il problema non è certo il pagare i vini..

  7. avatar liloniadriano

    ……. repetita……

  8. avatar andrea

    questo è un post molto chiaramente in malafede. furbetti? e dove starebbe la furbizia? e la mancanza di giornalismo? nel testo di Gentile e Rizzari e anche nell’introduzione della loro guida è facile leggere con quanta serietà e trasparenza viene fatto il lavoro. Lei, signor Antonio, fa finta di niente su quello che le fa notare Carlo Macchi, che poi è il nocciolo del problema, cioé che se uno vuole fare una guida dei vini, o si fa dare le bottiglie in anteprima oppure si ritrova a recensire vini che non sono più in vendita. E si ritrova perciò a fare una pubblicazione che non comprerebbe nessuno. Altro discorso è avere una newletter oppure una rivista, dove parlare di pagare il vino ha senza dubbi maggiore senso. Ma non è questo il caso.

    • Già i tempi. Vediamoli allora

      Caso numero 1 -- il vino giovane:
      Imbottigliato a gen-feb, a Maggio, che è il periodo delle guide, è in vendita da un pezzo

      Caso numero 2 -- vini invecchiati:
      Lo stesso con un anno, due o tre in più

      Mi spiace sig. Andrea ma non vedo il problema. Non capisco poi perchè una newsletter o una rivista dovrebbero pagare i campioni e una guida no. Tra le altre cose che non capisco (ma quante sò!) c’è l’accusa di malafede. Io nel post avanzo dei dubbi, ma sono dubbi a doppio senso. Può darsi benissimo che siano gli americani a esagerare.

      • avatar andrea

        Lei non è in malafede? mah. fa finta di essere neutrale poi scrive ‘qualcosa non funziona’ ‘furbetti’ e che gli autori dell’espresso non sono giornalisti. Mi sono letto il pezzo del blog vino, dove è che dicono che a perderci sono gli assenti? casomai c’è scritto che hanno stima dei produttori che fanno questa scelta per coerenza. Punto due. Ma lei, che scrive di vino, non sa che moltissimi vini nuovi escono sul mercato nella seconda meta’ dell’anno, soprattutto i bianchi? questo vale anche per tanti rossi che hanno due, tre e più anni. Non conta in molti casi difatti il millesimo ma il rilascio dalla cantina.
        Anche io ho sbagliato, infatti a pensarci pure per una rivista ‘newsletter’ (mi scuso non newletter) conta la serietà dell’autore: e che dovrebbe dire uno di un giornalista serissimo e bravo come Alessandro Masnaghetti? lui non mi risulta che i vini li paghi (o forse in qualche caso) di massima, però nessuno può mettere in dubbio la sua correttezza, e per fortuna! Infine per un editore completare una guida dei vini comprando tutte le bottiglie (all’espresso scrivono di avere provato 20000 vini, le altre guide hanno numeri similari) vorrebbe dire cacciare qualcosa come 500000 euri, e già uno come l’Espresso credo che non se lo accollerebbe di costo. figurarsi un freelance come Masnaghetti, potrebbe permetterselo anche con cifre inferiori perché con meno vini di una guida? Non credo.

  9. @ Antonio: c’è qualcosa che mi sfugge quando sento la parola giornalisti enogastronomici: ma perchè qual è l’editore (cartaceo o web è indifferente) che paga?

    • Al momento nessuno in Italia. Mi chiedo perchè la stessa cosa sia considerata sconveniente in America.

      • i numeri ed i mercati sono differenti.
        L’assunto generale, ovviamente, è che sei ricattabile se non paga l’editore.
        Visto che da noi è così per chiunque (più o meno nessun editore si accollerebbe tale spesa, il gioco non vale la candela; cibo e vino non fa differenza) funziona da livella e siamo tutti uguali.
        Tanto è che è impossibile invitare Asimov ad una manifestazione volendolo ospitare, “paga il new york times”. Da noi, invece, è prassi essere gentilmente invitati ed ospitati.
        Alla fine, stando tutti sulla stessa barca, dimentichiamo le regole e discerniamo sul merito.

        • E allora entriamo nel merito con la domanda da 1 milione di dollari: un giornalista enogastronomico che omette di recensire un vino perchè non gli è stato spedito e si rifiuta di comprarlo, rende un buon servizio al giornalismo e alla critica? Volendo fare un parallelo che rimane nella famiglia delle guide Espresso ti ricordo che Vizzari è andato a mangiare da Iaccarino nonostante il rifiuto e le proteste dello stesso chef. Lo stesso dicasi per Gualtiero Marchesi che è stato recensito nonostante la sua opposizione. Ma questa forza e libertà ce l’ha solo chi paga.

          P.s.:Forse la parte migliore delle guide sta proprio nella lettura degli “assenti”

  10. avatar Vitruvio

    Per quel poco di esperienza che ho di degustazioni per guide, molto raramente mi è capitato di trovare vini peggiori in commercio rispetto ai degustati e spesso è successo il contrario, cioè che vini valutati medio -- bassi siano migliori se degustati fuori guida.
    E’ vero però che alcuni “falsi d’autore” sono di facile riconoscibiilità e tenono a ripetersi anno dopo anno.
    La morale italiana è quella che preferisco, possibilmente evitando di approfondire il rapporto degustatore -- produttore

  11. Sul P.S.: Dipende dalla capacità interpretativa e “rabdomantica” del lettore (ricordate la vicenda Ricci-Duemila vini e Mio Vino e le aziende escluse dalla guida?). Le cause possono essere differenti come si vede.
    Nello specifico devi chiedere a Rizzari e Gentili, ovviamente.
    Detto questo, sarebbe giusto pagare alcuni campioni e non gli altri?
    Tutto è perfettibile e da noi, intendo come sistema e meccanismi dell’editoria di settore, anche web, c’è molto da perfett(d)ire.

    • Certo non è perfetto un sistema che esclude dei vini solo perchè l’azienda si rifiuta di spedirli.

      • avatar Vittorio

        Signori, a nessuno è venuto in mente che se un produttore non manda i vini alle guide è perchè non vuole entrare in quel particolare ramo della promozione e crede che siano altri i canali per farsi pubblicità

        • La promozione è un aspetto che riguarda le aziende. Qui stiamo parlando dei consumatori che comprano una guida all’acquisto dei vini e la trovano incompleta.

          • avatar vittorio

            La trovano incompleta perchè alcuni produttori non mandano i campioni e non vogliono comparire in guida.
            Il consumatore dovrebbe usare anche altri canali per orientare le proprie scelte e non scandalizzarsi o stracciarsi le vesti se una cantina non è segnalata

  12. Il sistema in cui alla base c’è un invio spontaneo e gratuito non è perfetto ma perfettibile. La guida dell’Espresso ha un approccio che dimostra trasparenza e coerenza, non è un prodotto per absolute beginners ma gode, per me a ragione, di credito tra gli appassionati in virtù di un’indipendenza acclarata. Condivisibili o meno i giudizi, preferisco opinioni dissonanti dalla mia a patto che siano libere e indipendenti. Vizzari è stato chiaro alle presentazioni: le guide dell’Espresso sono edite da un gruppo editoriale che guadagna altrove e che “può permettersi” di averle come fiori all’occhiello.

    Altro discorso, invece, quando la guida nasce per fare reddito: diventa sconveniente esprimere giudizi negativi -- specialmente nei confronti di cantine di rilevante peso “politico” -- e si può instaurare una fuorviante tendenza omologante verso l’alto (secondo me il peggior servizio reso a lettori e critica in sé).
    Nei commenti sono usciti due parallelismi.

    Quello con la realtà della critica anglosassone, terreno spinoso e dibattuto. Concordo con Mauro Erro, “i numeri ed i mercati sono differenti”. Troppo. Una recensione scritta da Robinson o Parker ha un pubblico anglofono potenzialmente sconfinato. I lettori in lingua italiana non diverranno mai una massa critica tale da garantire piena autonomia all’editore di turno, per questo si cercano escamotage. Vero anche il fattore livella: a parità di condizioni traballanti, finiamo per dimenticare le regole e discerniamo sul merito. Certo, alcune regole non scritte per me ci sono: mai scrivere per compiacere, mai scrivere di qualcosa o qualcuno quando si sa di non esprimere appieno il proprio pensiero, prima provare poi parlare (cit.), argomentare sempre civilmente e tenendo i piedi per terra (di gente col supernaso e coi superpoteri tannici ancora non ne ho vista, magari ero distratto io). Se non ci si può attenere, meglio tacere.
    Potremmo parlare all’infinito, ad esempio, di chi ha sia ruoli di critica che commerciali. Possono convivere? Sta tutto all’onestà individuale o ci sono linee di principio da tracciare?

    Il secondo parallelismo era con la ristorazione. Lì, strutturalmente, le cose sono diverse. L’Espresso -- che come sui vini non punta a guadagnarci milioni -- va ovunque, gradito o meno, recensisce, scrive e premia. Del Gambero Rosso si è già parlato abbastanza, con tutte le lacune del caso. Della guisa rossa Michelin, idem con patate. Storica, magari affidabile sui top, totalmente inutile per il complesso della ristorazione: tutti a discutere gli stellati, avessi mai visto un amico-collega andare nel tal posto “perché lo dice la Michelin”. Il numero di locali in relazione al numero dei recensori, poi, lascia a dir poco perplessi. Tra le guide, una realtà che conosco bene, e di cui si parla poco poiché volutamente non generalista, è quella di Osterie d’Italia: radicata, attendibile (nella fascia 40 euro vini esclusi -- il 90% della ristorazione -- non ha lontanamente rivali), vende uno “scatafascio”, ha pubblicità, piace a chi la fa, a chi la legge e a chi ci viene recensito. Fa opinione, è indipendente ed interlocutore credibile nel “mercato” dei ristoranti.

    Sui vini un discorso del genere è impossibile, logisticamente (per la tempistica assaggio-pubblicazione-vendita: qualcosa potrà cambiare con le guide online?) ed economicamente (farsi mandare a pagamento due bottiglie di ciascun campione avrebbe costi che neanche un magnate enofilo sosterrebbe). Ci si arrangia, e poi diciamocelo -- Rizzari e Gentili lo fanno: ci sono ragioni completamente diverse in chi non manda i campioni. Non li manda Caprai? Pace, a occhio tre bicchieri li avrà presi anche quest’anno. Se l’unica ragione è che non sa stare al gioco col recensore x, ce ne faremo una ragione. Non li manda Cappellano? Beh, ragazzi, prendiamo Google e in 10 minuti sapete pure quanti peli ha la gatta bianca di Augusto (oltre a nomi, numeri e un centinaio di note d’assaggio dei vini: scegli quelle di chi ti fidi e vai con dio). Mica siamo ai tempi dei pionieri, o sbaglio?

    ps: appena avremo l’editore, 6 post al giorno, verticali di Monfortino mensili e pure una doppia magnum del vs trebicchierato preferito sotto l’albero di Natale -- senza costi di spedizione previa recensione rigorosamente positiva

    • Come consumatore e lettore del blog, i 6 post e la verticale….li pretendo ugualmente! Editore o No! ;-)

    • il fatto che una guida si dica credibile perche’ l’editore non ha bisogno di guadagnare soldi mi sembra un fatto paradossale. In pratica secondo questo ragionamento solo chi fa questo lavoro per hobby o per piacere puo’ essere imparziale e indipendente mentre invece chi lo fa per mestiere e professione no? Mah, ecco, una cosa del genere non si potrebbe sentire detta da un editore USA o UK. Ve lo figurate il NY Times che dice che solo lui e’ imparziale perche’ tanto i soldi non sono importanti per l’editore?

      • Gianpaolo, non vedo paradossi. L’editoria italiana è storicamente “impura”. L’Espresso guadagna con altre pubblicazioni e decide di permettersi professionisti per guide di alto livello con evidente indipendenza dagli uffici commerciali. Non è il caso di ricordare episodi della storia guidaiola italiana in cui non è stato così. Se navighi a vista e devi per forza vendere, tenersi caro chi ha un grosso peso “politico” conviene. E nel vino il discorso funziona molto, come sai bene. Non vedo troppi Don Chisciotte in giro.
        In Usa e Uk, pur con sempre maggior fatica, gli editori “puri” finanziano budget sostanziosi per garantire il lavoro e l’indipendenza dei loro critics. I soldi di Sam Sifton (e prima di Frank Bruni) qui in Italia non sono lontanamente immaginabili. Da noi l’indipendenza costa e ciascuno si ingegna come può (Porthos su tutti, Enogea..).
        L’imparzialità è un concetto articolato. In Italia la “sudditanza psicologica” è diffusa, non solo nel calcio, e vale anche per gli hobbisti del vino, purtroppo. Spesso, anche chi scrive per piacere non riesce a liberarsi da certi schemi che condizionano la cultura italiota peggiore.

  13. Ma nessuno rammenta che a Porthos comprano tutte le bottiglie che recensiscono? credo consumino in questo modo metà del budget annuale però in effetti è il massimo della coerenza

    • avatar francorugby

      Giusta e vera osservazione, mi meravglio che nessuno la abbia presa in considerazione.

  14. avatar bad guy

    Perlomeno nella prefazione delle guide bisognerebbe, come disclaimer, dire che i campioni sono stati forniti direttamente dai produttori gratuitamente.(con tutto ciò che ne può ovviamente comportare di conseguenza)A Porthos tanto di cappello !

    • avatar andrea

      e infatti il suo ‘disclaimer’ in diverse guide c’è, come ad esempio in quella dell’AIS e in quella dell’espresso. Come diceva Toto’, ‘se non lo sa si informi’.

      • avatar bad guy

        Grazie dell’informazione !

  15. Comprare le bottiglie, ha un vantaggio sulla trasparenza. Siamo anche noi, poveri diavoli, certi che berremo lo stesso vino recensito.

  16. avatar cernilli

    Nella stragrande maggioranza dei casi noi chiediamo i campioni attraverso i Consorzi di Tutela e facciamo gli assaggi nelle loro sedi, lasciando lì le bottiglie che non servono per l’assaggio e chiedendo soltanto, sempre ai Consorzi, di inviarci solo i campioni che raggiungono le finali. Diversamente da quanto fanno altri, acquistiamo i campioni delle aziende che non ce li inviano se riteniamo sia una cosa importante per la completezza della guida. Il fatto di richiedere i campioni è necessario per le ragioni che ha chiaramente espresso Carlo Macchi, ma non solo. Se un produttore manda i campioni accetta con questo di sottoporsi ad un giudizio, quale che sia, e questo ci tutela nel nostro lavoro. Altro aspetto. L’attività editoriale ha una sua valenza economica ed esiste una concorrenza. Se tutti gli altri soggetti non si sottopongono all’onere dell’acquisto non è possibile che uno solo lo faccia, ottenendo per di più un prodotto obsoleto perché non in grado di stare sull’attualità rispetto alle uscite dei vari vini valutati. Tra l’altro noi assaggiamo 25mila vini ogni anno, Parker non arriva a 5000 per The Wine Advocate, che non è una guida ma una newsletter. Così come Wine Spectator, che commenta assai meno vini che una qualunque delle guide italiane o francesi.

  17. non si può fare una colpa alle guide se ci sono dei produttori tanto bischeri, a dire metà del loro nome, che mandano dei campioni “truccati” o preparati per l’occasione, che non corrispondono fedelmente al vino effettivo poi in commercio, quello che i consumatori acquisteranno, per le degustazioni delle guide. Dico solo che di fronte ad esempi clamorosi di eterogeneità stilistica o a vini, conosciuti, che sembrano strani, le guide avrebbero il dovere morale di fare un nuovo assaggio di controllo, acquistando i vini e confrontando le impressioni di degustazione avute con i vini “sospetti”…
    Le aziende devono assolutamente uscire da questa logica perversa che ha dominato in questi anni, “logica” che induce a pensare che per avere un vino premiato o “tribicchierato” o sancito con 95/100 da Parker o Wine Spectator sia lecito fare qualsiasi cosa…

  18. @Franco: i produttori a volte devono giocoforza diventare bischeri. Purtroppo il sistema vive di una ignoranza abissale, qualcuno con un pò di “gnegnero” forse capirebbe come anche le tanto beneamate anteprime, se i vini non sono perlomeno in fase di imbottigliameto, sono una sonora cavolata. Ed il produttore non si mette certo a fare le masse per tre bottiglie da presentare, butta lì il meglio che c’ha.

  19. avatar cernilli

    Noi facciamo assaggi di controllo molto spesso, anche in sede di assaggi finali, acquistando i campioni di quei vini che non ci convincono del tutto, qualora sia possibile. Nelle ultime edizioni della nostra guida, inoltre, abbiamo sempre scritto nell’introduzione che i campioni sono forniti dai produttori. Devo dire che raramente si riscontrano produttori che non rispettano le regole. Quando accade, ma quasi mai per un Tre Bicchieri, ne traiamo le conseguenze per il futuro.

  20. devo concludere che secondo l’eccellentissimo Direttore Cernilli i produttori di vino italiano rispettano tutti le regole e non prendono “scorciatoie” preparando cuvée journaliste o cuvée guides?
    Se lo dice un mega esperto come lui devo per forza crederci, però, visto che sono solo un povero cronista di provincia… mantengo i miei dubbi…

  21. avatar Gianpaolo

    @a.morichetti non mi convince la filosofia di fondo del tuo ragionamento , seguendo la quale le uniche cose buone o oneste le possono fare gli hobbysti si lusso, mentre chi si deve guadagnare il pane e’ più soggetto a deviare. Quindi si potrebbe pure dire che nel vino solo i conti, i marchesi o gli industriali possono permettersi il lusso di essere onesti ed indipendenti rispetto a chi lo fa per mestiere e per impresa, con l’obiettivo del ricavo. Io credo, al contrario, che il fare impresa con l’obiettivo del guadagno quindi, sia il sistema che ha permesso il maggior progresso e i migliori risultati, proprio perché se hai bisogno di farlo lo fai al massimo delle tue capacita.
    Per quanto riguarda i vini taroccati o le cuvee giornalisti, sia un espediente di corto respiro e che ne medio lungo periodo i valori veri vengono fuori comunque, nel bene o nel male. In sostanza non lo ritengo un fattore tale da inficiare il lavoro delle guide in generale. Chi le fa in Italia sono quasi tutte persone di esperienza sufficente per non cadere in trucchetti da quattro soldi, nella stragrande maggioranza dei casi.

    • Sandro Sangiorgi e altri si guadagnano il pane nell’editoria, scelte nette e coerenza a prova di bomba: percorso nobile e un mainstream che comunque segue altre logiche, editoriali e commerciali. Non sono hobbisti ma professionisti che affrontano la bella difficoltà di una strada stretta.
      I grandi numeri non vanno d’accordo con la radicalità e spesso fare una guida lo richiede. Espresso, Gambero e Ais, ad esempio, fanno 3 guide che spesso mettiamo nello stesso calderone omettendone le specificità. Hanno 3 strutture differenti, 3 apparati editoriali diversi, tirature ed introiti attesi diversi, metri di giudizio che non sempre coincidono. Sarebbe interessante indagare le logiche di ciascuna, i costi, le vendite, come viene costruito il prezzo di copertina e quali siano i canali distributivi. Non sono dettagli. Ciascuna ha dei vincoli, qualcuna magari più di altre. L’indipendenza “dipende” anche da questi vincoli.

    • valutazione ottimistica quella di Gianpaolo quando scrive: “Per quanto riguarda i vini taroccati o le cuvee giornalisti, sia un espediente di corto respiro e che ne medio lungo periodo i valori veri vengono fuori comunque, nel bene o nel male. In sostanza non lo ritengo un fattore tale da inficiare il lavoro delle guide in generale. Chi le fa in Italia sono quasi tutte persone di esperienza sufficiente per non cadere in trucchetti da quattro soldi, nella stragrande maggioranza dei casi”
      A mio modesto modo di vedere, invece, in questi anni più di una guida é caduta nel trabocchetto di vini truccati o preparati per loro e ha tranquillamente premiato questo tipo di vini contribuendo a drogare il mercato e a prendere in giro il consumatore…
      E se non se ne sono accorti, di questi trucchi, non era per inesperienza, o perché non sanno degustare, ma per ben altri motivi…

      • @ Alessandro: Per quanto si possa stimare il lavoro di Porthos, non dimenticherei che anche quello è un prodotto editoriale. Occupa uno spazio che era vacante (naturale, biologico, biodinamico) seguendo una sua linea di pensiero. Rispettabile, ovviamente, ma comunque un pre-giudizio.
        Se parliamo d’indipendenza, non esiste solo quella dalle logiche commerciali, si può essere anche vittime delle proprie idee.
        Enopippe da degustatore se vuoi, ma, un giudizio scevro da condizionamenti, deve tener conto anche di questo.

      • credo invece realistica valutazione. Guardo le guide, guardo i nomi degli ultimi 10 anni, qualche meteora e’ passata, la maggior parte dei nomi che resistono e’ gente che fa bene il suo lavoro. Che qualcuno abbia preparato le cuvee lo so anche io, ma non credo che alla lunga questo per quel qualcuno abbia fatto la differenza, magari sul breve periodo si, ma non mi pare di vedere sugli altari in modo consistente tante “sole” vere e proprie.

      • avatar cernilli

        E quali sarebbero? Così per non prendere in giro i lettori e per consentire a coloro che sarebbero colpevoli di difendersi nelle sedi consone?

        • ovviamente NON sto parlando della guida di cui é direttore la persona cui sopra intervenuta. Escludo che Vini d’Italia possa cadere in trabocchetti del genere e non sappiano riconoscere eventuali vini “truccati” ad uso guide

      • avatar M. de Hades

        Il solito, ormai stranoto, stile Ziliani: accuse, anche pesanti, senza fare mai nomi o precisare le circostanze.
        Se vuole che le sue “sparate” abbiano un minimo di credibilità, deve fare i nomi dei vini “taroccati” ad uso Guide e delle Guide cadute nel trabochetto, precisando, inoltre, quali siano i “ben altri motivi”.
        Altrimenti rischia di passare per il più tipico “cazzaro” da bar, una specie di fenomeno da baraccone che può anche avere un suo pubblico vasto ed affezionato: chi, però, cerca serietà e affidabilità si rivolge altrove…

    • avatar cernilli

      Concordo completamente con Giampaolo.

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