La Cité du Vin a Bordeaux vista da dentro. I francesi ce l’hanno fatta, e noi invece…

La Cité du Vin a Bordeaux vista da dentro. I francesi ce l’hanno fatta, e noi invece…

di Andrea Gori

Metti che sei il primo produttore di vino al mondo, e il più antico tra quelli sul mercato. Metti che hai ambizioni anche superiori, e vuoi che tutti guardino a te come riferimento per la coltivazione della vite e la produzione del nettare di Bacco. Tra le prime cose da fare ci sarebbe senz’altro costruire un museo sul vino, magari provando a mettere d’accordo il paese intero sul dove e il come farlo. Poi dovresti riunire pubblico e privato, e far sì che l’impresa sia vissuta come un bene collettivo e non come qualcosa piovuto dal cielo. Ci sono tanti motivi per rimpiangere di non essere stati i primi a costruire una città del vino nel nostro paese, ed aver lasciato che i francesi ci battessero sul nostro terreno. Ma nello stesso tempo riesce difficile pensare che saremmo mai stati in grado di realizzarla, dalle nostre parti.

Per un  progetto importante e simbolico come la Cité du Vin, costato 80 milioni di euro (non pochi, ma sempre meno di uno stadio di calcio) sono serviti i fondi di Unione Europea, Città di Bordeaux (per quasi il 38%), Governo Francese, Regione Aquitania, Consiglio Interprofessionale dei vini di Bordeaux (Civb) e Camera di Commercio e dell’Industria. Oltre a vari interventi privati da parte di chateau bordolesi e alcuni magnati americani riuniti, che hanno messo insieme quasi il 20% del totale (American Friends of Cité du Vin).

Il complesso è bello, spettacolare e luccicante, e lo sarà ancora di più quando tutto il quartiere moderno e semi acquatico che sta nascendo attorno sarà completato con alloggi per studenti, uffici, mercati coperti e un porto con passeggiate e negozi. Intanto è già un buon successo di pubblico tra gli appassionati di vino, ma anche e soprattutto per i classici turisti per cui la Francia è il vino, e il museo del vino è meta imprescindibile quasi quanto il Louvre. Durante la nostra visita abbiamo diviso gli spazi con molti curiosi, tanti americani e asiatici e l’impressione era proprio quella di vedere persone affascinate e curiose, ansiose di scoprire qualcosa di più sul vino. E dentro la Cité, anche se qualcosa di vino ne sai, hai sempre modo di scoprire altro, vuoi per le mostre temporanee come quella su Le Vin & la Musique, accords et désaccords o per i vari eventi di degustazione, seminari e approfondimenti che compongono un calendario fitto e invitante.

La realizzazione interna è sontuosa, moderna ed efficace, con uso della tecnologia intelligente, spettacolare, raramente fine a se stessa. Tanto projection mapping, realtà virtuale, odorama, proiezioni olografiche e in generale un senso di accoglienza palpabile e capace di mettere al centro il visitatore e il suo rapporto con il vino, prima ancora che il vino in sé.

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È un taglio molto intelligente e stimolante, che porta anche gli appassionati ad effettuare un salto di prospettiva originale, e che aumenta il coinvolgimento. Anche la scelta dei comprimari, tra enologi di lusso come Michel Rolland, produttori storici come Aubert de Villaine o famosi sommelier come Andreas Larsson è azzeccata, e parlare in maniera virtuale con loro contribuisce non poco a sentirsi accolti e mai giudicati. Ci sono sezioni “a luci rosse” riservate agli adulti, con vino sesso e seduzione, ci sono cinema per i più piccoli e una carrellata di curiosità attivabili mediante il tablet multifunzione dato gratuitamente a tutti, e anzi proprio imparare a maneggiare il device e scoprirne i molteplici usi nel museo è un gioco nel gioco molto ben fatto. Anche per questo motivo, nei quasi 15 mila metri quadri ci si annoia molto raramente. Per usufruire, ascoltare e interagire con i vari pannelli e vetrine non ci vogliono meno di 3-4 ore, che consigliamo di suddividere almeno in due visite separate. Non è solo un monumento al vino francese, perché c’è tanto spazio anche per Italia, Stati Uniti, Spagna e Germania, oltre ai paesi di origine del vino come la Georgia e la Grecia e l’antichità classica.

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Se la sommità dell’edificio, a forma di decanter, a oltre 55 metri è una bellissima terrazza panoramica dove sorseggiare un calice di vino da varie parti del mondo (il prezzo di una consumazione è incluso nei 20 € di ingresso), ad aprire (o chiudere) il percorso ci sono una libreria piuttosto fornita di libri e accessori per il vino (molto bella la sezione fumetti) e un’enoteca-brasserie (Latitude20) che racchiude una bella selezione di vini dal mondo a rotazione, con una buona presenza italiana e soprattutto la possibilità di acquistare tutti i vini più famosi del mondo, da Screaming Eagle a Petrus, passando per Masseto e Sassicaia fino a Romanée Conti.

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Non tutti a Bordeaux sono pienamente soddisfatti del risultato, e qualche dubbio sulla sostenibilità a lungo termine della struttura serpeggiano in città, che dopo una lunga e pomposa celebrazione durata quasi due anni ha fatto passare in secondo piano qualche problema di rodaggio. Ci si domanda appunto cosa succederà dopo l’entusiasmo e la curiosità iniziale, e se davvero riuscirà a connettersi con il resto della città e non finisca per esserne un satellite. Di certo si dovrà continuare ad investire per mantenerla all’avanguardia e non lasciarla invecchiare troppo presto, ma considerando gli incubatori di aziende 2.0 sul vino presenti in città ci sentiremmo, fossimo francesi, piuttosto tranquilli. Soprattutto se il turismo mondiale continuerà ad aumentare per la Francia e il vino in genere.

Insomma, problemi sul come usarla vorremmo proprio averli: significherebbe avere qualcosa del genere anche da noi. Fantascienza pura, perché se in Francia nessuno ha avuto dubbi che la struttura potesse sorgere proprio a Bordeaux, in Italia forse vedremmo le barricate e gli scontri feroci tra Piemonte, Toscana e Veneto per averla, e non se ne farebbe, molto probabilmente, nulla.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

2 Commenti

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Alessandro

circa 6 mesi fa - Link

Un qualcosa di paragonabile (in piccolo) , non potrebbe essere il Museo del Barolo al castello di Barolo (anche se limitato a quel vino)?

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Andrea Gori

circa 6 mesi fa - Link

Questa ha uno spirito francese molto più grandeur... e decisamente più al passo con lo storytelling del tempo

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