La Bogliona di Scarpa in verticale e il flusso di coscienza collettivo annesso (special guest: Sandro Sangiorgi)

La Bogliona di Scarpa in verticale e il flusso di coscienza collettivo annesso (special guest: Sandro Sangiorgi)

di Pietro Stara

Veniamo inghiottiti nella pancia della balena di Pollenzo, la Banca nel Vino. E in un attimo ci accomodiamo nella plancia sotterranea: i convitati si spargono a piacimento, mentre al timone prendono posto Michele Antonio Fino, che coordina l’iniziativa di rilancio dell’antica vinicola Scarpa con l’Università di Scienze Gastronomiche, Carlo Castino, enologo e memoria vivente di Scarpa, filo diretto con quel grande personaggio della Langa astigiana che fu Mario Pesce e Sandro Sangiorgi, che di presentazioni ce ne vorrebbe più d’una. Un po’ staccato siede su di un trampolo girevole il primo ufficiale di coperta, Andrea Roccione, ex-studente del Master of Wine il quale, insieme a Gregorio Ferro e Riikka Sukula, anch’essi passati discenti, rappresenta la nuova leva votata al rilancio aziendale.

Pollenzo - 2

Andrea conduce, in italiano e in inglese quasi che una lingua fosse l’altra, per i nuovi studenti del master sul vino, le danze delle slide in cui si presentano le annate in assaggio, l’andamento climatico, le variazioni produttive, i terreni. Una slide, quella delle sei annate della Bogliona, ha due pallini rossi per quelle pre-2001 e quattro azzurri per quelle post-2000. Guardo i pallini e mi domando. Ai piedi del podio i nuovi direttori di macchina: gli enologi Silvio Trinchero, quello a cui è stato passato il testimone e Gianfranco Cordero, consulente per Scarpa e per diverse aziende. Più distanziato, in fondo alla sala, l’Ing. Stefano Malferrari in qualità di rappresentante della nuova proprietà russa di Scarpa.

Andiamo a comandare: sei annate della barbera La Bogliona, 2008, 2007, 2006, 2001 1996 e 1990; tre annate di ruché Rouchet Briccorosa 2014, 2007, 2001 e tre di brachetto La Selva di Moirano vinificato secco, 2011, 2007 e 2001.

“Vini anticiclici e amici del tempo” – suggerisce Michele Fino.

Andrea Roccione apre le danze della Bogliona: “un singolo cru fatto di tre appezzamenti sito a Castel Rocchero in provincia di Asti, anche se le vigne sconfinano nella provincia di Alessandria. La sabbia e il magnesio nel terreno conferiscono molta eleganza al vino. Una delle prime cose che mi ha detto Carlo Castino quando ho iniziato il tirocinio era che questi elementi del terreno conferiscono soavità nel vino”.

I pallini rossi, spiegano, indicano in maniera inesorabile gli effetti cambiamento climatico. Prima del 2000 e dopo: “Il 1996 è già un’annata che conferma l’evoluzione del clima” – assicura Sangiorgi.

Roccione dà ancora due indicazioni generali sulla Bogliona: è un vino importante che fa affinamento come neppure alcuni nebbioli da Barbaresco o Barolo realizzano: 30-34 mesi, dipende dalle annate, in botti di rovere francese più due di bottiglia. Un vino fatto per durare, built to resist”.

Bogliona

La degustazione è aperta, non ci sono conduttori e la parola scivola libera tra tourbillon di pensieri, stimoli, domande che si intrecciano a risposte e risposte che evolvono senza domande. Michele Fino: “Silvio (Trinchero) dicci tu qualcosa”. Silvio non riesce neppure ad aprire bocca che Castino interviene in scivolata: “appena arrivati e già mettono sull’altarino la coppa alla carriera: enologi fortunati perché non hanno mai visto la pioggia”.

Silvio: “questo maggio mi ricorda quello del 2008: molta pioggia. Da giugno in avanti le uve sono maturate bene. Poca grandine che non ha interessato la Bogliona. La 2007 è stata più calda e più estrema. Adesso la Bogliona pronta è quella del 2008. Le altre non hanno raggiunto ancora l’equilibrio ottimale. Il 2007 rappresenta una delle ultime grandi annate. Mi sono dovuto confrontare con la grande annata del 2001 e Carlo mi ha detto che una così non l’avrei più trovata e, invece, appena arrivato mi ritrovo un anno di grazia come il 2007. È stata un’annata dove durante l’inverno non ci sono state molte precipitazioni e a seguire un’estate molto calda, quasi in stress idrico. Molto potenza senza controllo la 2008, mentre la 2011 molta potenza con controllo. La 2007 ci ha messo parecchio tempo perché diventasse credibile. È stata la prima Bogliona insieme a Carlo”.

Carlo Castino: “il mio palmarès è stato il Barbaresco 1978”.

Sandro Sangiorgi: “lo sai che è stata un’annata difficilissima il 1978? Piovve molto e fino a luglio nessuno sapeva se avrebbe vinificato. Poi arrivò una lunga estate indiana e un autunno stupendo: fu un’annata eccezionale anche se molto risicata”.

“Vogliamo iniziare a raccogliere qualche idea: non c’è un ordine. Chi vuole parli!” – tuona Michele Fino dal palco – “È un flusso di coscienza, un easy going in chiave Pollenzo”.

“Il 2006 è stato il primo anno in cui abbiamo fatto diradamento. Il diradamento è entrato nella mentalità delle aziende” – annuncia Castino. “Ho scritto una memoria ad Andrea: la presa di coscienza del diradamento. I vecchi agricoltori sono morti suicidandosi nel pozzo vedendo diradare l’uva. Se toa mare a t’och campé l’uve ën tera, a’s campa ën tel poss. A volte raccoglievano gli acini per terra. La 2006 è stata un’annata caratterizzata da un tannino spiccato che si è rivelato un buon elemento di conservazione. Buon colore. Profumo un po’ tutto uguale. Frutta nera matura” – e ridacchia.

“Gianfranco una domanda” – conduce Fino: “com’è stato passare dalle altre aziende a Scarpa?”

Gianfranco Cordero: “Una crescita. L’enologo cerca di rovinare il meno possibile in una terra unica. Uno lo vede già nella vasca e svinando: ha un grande potenziale che non si nota soltanto nelle grandissime annate, ma nelle annate un po’ più problematiche. In quelle dà uno stacco veramente grande a tutte le altre aziende come fu nel 2008 o nel 2014”.

“A me stupisce l’altezza di 400 metri per un barbera” – insinua Fino “Anzi, il recente disciplinare del Nizza d.o.c.g. non consente il barbera oltre i 350 metri”.

“Dopo l’Alta langa facciamo l’Alta Nizza” – sghignazza Gianfranco.

Fino: “Viene da chiedersi, quando molti di noi hanno salutato quella limitazione, come se si fosse detto: teniamo le zone più calde per la barbera. Ma poi, cosa vuol dire togliere la Bogliona dalla d.o.c.g.?!”

Sangiorgi: “Al contrario! Quando si va nella Bogliona d’estate, capita di prendere una botta di caldo e luce, amico mio! Io ho scritto la scheda di Scarpa (I Vinid’Italia) per tre anni consecutivi e sto parlando del ‘93, ‘94,’95, o del ‘94, ‘95 ‘96 perché ero molto affezionato a Scarpa e Mario Pesce mi ha portato subito a vedere le vigne.

“Di quelle annate nessuna è andata in bottiglia” – aggiunge Castino- “In quegli anni lì, durante la vendemmia, si apriva il cielo e per quindici o venti giorni non la smetteva più. Dal 2001 le estati sono molto più calde di una volta e poi è l’autunno che gioca l’annata. L’autunno è la chiave di lettura dei vini”.

Andrea Roccione: “Per capire la zona della Bogliona, arrivati in Castel Rocchero si prosegue per il Cascinone, si supera il cancello, si svolta a sinistra verso una casetta ed è subito lì sulla destra girata a sud-ovest c’è tutta la Bogliona, che guarda Castel Boglione”.

“Il cru la Bogliona, facendo riferimento alla Francia, meriterebbe una classificazione a sé! Cosa ti dicevo l’altra volta Andrea. E poi un bel muretto tutto intorno” – interviene Castino.

“Adesso che avete nel bicchiere tutte le annate cosa percepite? Luciano (Pavesio) cosa senti?” – chiede Fino.

Luciano: “la Bogliona ha timbro fruttato netto, spezie fini, è molto ricca e molto fresca: sapida e minerale”.

Ecco che Morichetti interviene dalle terze file, un po’ arretrato, ma con un tono di voce molto netto: “negli anni c’è stato qualche aggiustamento anche nella visione del lavoro in cantina?”

Castino: “la forma mentis è rimasta uguale”. E Fino: “e la forma bottis?”

Castino: “da rovere di Slavonia si è passati a rovere francese. Il cambiamento del clima è stato una manna e poi il perfezionamento tecnologico… Nel 1974 usavo ancora la vecchia garolla di legno. Il Barbaresco del 1974 fa parte della memoria storica. La fermentazione della Bogliona avveniva prima nel cemento, che c’è da rimpiangerlo, poi nell’acciaio con controllo della temperatura agli inizi degli anni 90 e, infine, a partire dal 2001 sino ad oggi, la fermentazione tumultuosa si fa in tini di rovere di legno francesi a cappello chiuso”.

Morichetti: “secondo te come evolveranno le nuove annate rispetto alle più vecchie?”

Castino: “rimarranno cinque gradini in più rispetto alle vecchie!”

Fino: “ma tu sei un fan sfegatato del cambiamento climatico?!!”

Castino: “eh sì” – ridacchiando – “perché prima su dieci vendemmie se ne facevano quattro di buone!”

Roccione: “la differenza grande è sulle acidità totali, nel 2008 avevano 8 grammi litro, mentre andando indietro 1996 10-12 e 13. Queste ultime non invecchieranno allo stesso modo”.

Fino: “come si fa a rimpiangere annate in cui alla svinatura l’acidità dava 13 per mille. Il 1990 il 1993 11996 non hanno fatto neppure la malolattica”.

Castino: “Il 1996 faceva l’8 per mille in acidità totale, mentre il 1990 l’8,5. L’annata 90 è stata molto bella e pensa che neanche il nebbiolo da Barolo riusciva a fare la malolattica”.

Fino, quasi all’orecchio di Castino: “con un po’ di rispet, la 1990 e la 1996 piasu da mat!”

E Castino: “La 2001 è stata un’annata bellissima: la Bogliona faceva 14,20 e l’altro cru 13,80. La frutta nera e la ciliegia selvatica le senti tutte. Oggi vengono anche nei bricchi di Castel Rocchero, ma con meno intensità della Bogliona, che quasi la scambi per un nebbiolo d’Alba”.

Fino: “la 2001 ha la dolcezza in comune con il 2006, mentre la 1996 appartiene ad un’altra era geologica. Ora passiamo la parola al pubblico. Bruno…”

Bruno Boveri: “la barbera è il mio vino in assoluto!”

Fino: “eh così non vale!”

Bruno: “la 2007 ha una bontà al limite dell’umano… Però della 90, ragazzi, ne berrei una botte!”

“La 90 gli fa vibrare il cuore” – bisbiglia Fino all’orecchio di Castino.

Linda Nano: “questi vini hanno tutti un’energia straordinaria! In nessuno ci sono cadute o momenti di stanchezza. 2001 e 2007 di grande equilibrio e forza”.

“Ci ha messo 10 anni a raggiungere questo equilibrio” – aggiunge Silvio.

“Dal 2001 in avanti il frutto e la morbidezza sono diversi. Non so come dire, ma la tensione, anche dove è più marcata la frutta, la ritrovo in tutti i vini e non mi disturba. La Bogliona è lei” – conclude Linda Nano.

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Pier Ottavio Daniele, che vive a Garbazzola di Calamandrana, uno del posto per farla breve, chiude e conclude la fila di Linda e Bruno: “Una caratteristica che ho sempre riconosciuto nella Bogliona è la finezza grazie al microclima che porta il Marin nel Monferrato: un vento caldo e odoroso di sale. Nella Bogliona sento il mare e la sapidità”.

Fino: “Nella tua memoria sono stoccati dei ricordi e delle sensazioni antiche”.

“Bravissimo!” – ammette Castino – “bisogna avere occhio al Marin”.

È il mio turno, anche se preferisco ascoltare. La de-formazione storica mi porta a chiedere le ragioni dei cambiamenti dei contenitori di vinificazione: “Come è andata la scelta?”

“Una volta nel cemento sino al 1990. Poi dal 2001 nelle tine di legno. Dal 1990 al 2001 nell’acciaio. L’acciaio era comodo e si lavava facilmente” – mi fa Castino – “Nel 2001, disponendo di liquidità, era un mio pallino usare i tini di rovere francese, quando tutti li abbandonavano e poi, dopo, li hanno di nuovo ripresi, ma non si sono inventati niente di nuovo. Nelle Langhe si usavano i tini a cielo aperto. Mi piaceva quel bel profumo boisé quando lo svini”.

“Quali sono i tempi di fermentazione?” – chiede Fino.

“I tempi di fermentazione dal 1990 ad oggi sono sempre quelli: 15 giorni. Nelle annate così calde anche 18 giorni. Il Barolo e Barbaresco ne fanno 24” – senza soluzione di continuità, dice Carlo Castino.

Maurizio Gily, compagno di banco di Morichetti e di Gianpaolo Giacobbo: “questi vini gridano Piemonte, hanno un’acidità ben contornata. Lo stacco c’è, ma è difficile paragonare annate così lontane. Dico che gridano Piemonte perché sono un po’ l’emblema della classicità: il modernismo e la modernizzazione hanno appena sfiorato Scarpa. Sono dei vini fedeli a sé stessi. Forse in alcuni anni ha pagato pegno, ma questa è l’essenza del Piemonte”.

Fino: “l’essenza del Piemonte è il nen bogiè”.

Gily: “il 1990 è il mito di Kronos che si mangia i suoi figli. L’impressione è quella di un frutto selvatico, ma anche di dolcezza e di un tannino completamente risolto. Il 1996 denuncia un principio di dissoluzione”.

Maurizio non fa in tempo a concludere il suo ragionamento eno-filosofico che, dal fondo sala, prorompe Filippo Larganà: “La mia professoressa di italiano e latino si chiamava Castino: è una tua partente?”

“Sì, sì” – gridando forte – “è mia sorella!!! L’esimia professoressa.” La sala esplode con un applauso prolungato frammisto a risate. Qualcuno chiede a Larganà dei suoi risultati scolastici e se la professoressa Castino fosse stata indulgente con lui.

Interviene nuovamente Larganà: “Avevo anche un compagno più vecchio che si chiamava Mario Castino”.

Carlo esplode con una grassa risata: “È mio fratello!”.

“Lo chiamavano” – dichiara il giornalista – “Fidel-Castino!”. Carlo oramai non si trattiene più dal ridere e dice che politicamente è sempre stato al suo opposto.

“La Bogliona” – chiosa Larganà – “mi ricorda molto la professoressa Castino” – e aggiunge: “abbiamo sempre percepito Scarpa, noi dell’astigiano, come un grande eccellenza che però non è stata in grado di comunicarlo. Si è retta attraverso un passaggio dei testimoni”.

Fino prende la palla al balzo: “la comunicazione Scarpa l’ha sempre fatta con le bottiglie. Cosa che fanno anche altre aziende storiche europee. In un questionario che abbiamo somministrato, anche quelli più lontani dal Piemonte, pur avendo un’idea un po’eterea dell’azienda, dicevano che comunque avevano assaggiato delle grandissime barbere. Un sentimento sociale, insomma”.

E Morichetti rilancia ancora domandando la cronistoria della proprietà.

“La proprietà storica è quella di Mario Pesce. Tre anni prima della sua morte, a partire dal 2001 sino al 2014, Scarpa è stata di proprietà della signora Zola” – puntualizza Michele Fino

Sangiorgi: “Una mia alunna!”

E ancora Fino: “Nel 2014 Scarpa passa ad una proprietà russa (che chiede l’anonimato), che si è interessata al ripristino della produzione, dalla lotta alla flavescenza ai cambiamenti di mercato tanto per capirci: il dato fondamentale è che, nonostante i cambi di proprietà, sulla conduzione agricola ed enologica, da Carlo a Silvio, è stata una sorta di discepolato, di filo rosso, che ne ha garantito la continuità produttiva e qualitativa”.

Silvio: “in dieci anni la cosa più bella professionalmente è che non mi è mai stato chiesto di farne di più. Il ‘fil rouge’ è il più bel complimento che mi sia mai stato fatto. I primi mesi che ero lì andavamo con Carlo e mio padre in Bogliona: loro parlavano e io prendevo appunti: sono vini che nascono in vigna”.

Sandro Sangiorgi: “Siamo di fronte a due campi da gioco diversi: dal 2001 al 2008 è un campo; dal 1990 al 1996 è un altro campo di gioco”.

Fino: “e tu quale preferisci?”

Sandro: “beh! Troppo facile! Sono del tutto inattendibile. Vedi la barbera si conserva meglio di qualsiasi altro vino, meglio del nebbiolo. Il 1990 e 1996 riescono restituirti quell’anima fermentativa che gli altri vini, che sono inevitabilmente addolciti, accarezzati, smussati, non riescono a darti. Non è una questione di tempo: mi ricordo il 1996 e il 1990 10-15 anni fa. Erano delle anime ferite: questa acidità è la restituzione di una ferita. Nei vini più recenti vedo un’onestà di fondo che è molto bella, ma con un altro progetto di vino. Carlo era più contento quando non pioveva. Il 1996 per il Piemonte è stata una delle annate del secolo, una spina dorsale di equilibrio e integrità impressionante. È probabile che il 1990 e il 1996 si portino dietro questa acidità così poderosa senza mai smussarla e, quindi, poco a poco crolleranno intorno a questa acidità. Però è questo che maledettamente ci attira. Quelli più giovani si muoveranno in maniera più corale: si alzeranno, si abbasseranno, ma sempre per più voci. Hanno un’acidità più integrata. Vanno a toccare, nel mio caso, corde molto pericolose: io ho imparato ad assaggiare dei vini nei primi anni ’80. Nel 1982 ho fatto un giro delle Langhe insieme a Carlin Petrini: queste acidità poderose e vibranti, che sfiorano la disarmonia, sono per me affetto. Io ho ancora del dolcetto della Selva di Moirano: è impressionante come i vini di Scarpa abbiano sempre una longevità che deve essere nei loro geni. Il 1996 ha il ferro in bocca. 1990 – 1996 sono acciaio”.

Rouchet

Mentre la Bogliona si ritira in disparte, viene servito il ruché Rouchet Briccorosa, che qui diventa Rouchet perché è un fuori-zona. Carlo Castino lo piantò nella Selva di Moirano nel 1989

“Siamo abituati a bere aromatici shuè shuè. Qui abbiamo un vino secco, un aromatico che invecchia” E poi Fino lo traduce in inglese. Anche shuè shuè.

“Semi – aromatico” corregge Andrea, a cui ribatte subito Fino: “se si mette naso al 2014 il ‘semi’ sparisce d’emblée”.

“Il ruché condivide la vigna con la Bogliona ma solo più in basso” – precisa Andrea.

Silvio: la 2014 non ha una struttura possente, ma è molto elegante come la 2009 e la 2005. Il ruché bisogna seguirlo in vigna tutti i giorni: il troppo caldo lo distrugge. Nel 2011 o nel 2007 bisognava tenere una maggiore copertura vegetativa perché l’uva non si bruciasse. Nel 2014 abbiamo sfogliato per consentire all’uva di maturare. C’è almeno un grado di differenza con gli altri. Il ruché, secondo gli insegnamenti di Carlo, avendo poco colore, poca acidità e pochissimo tannino, l’unica cosa che gli permette di durare nel tempo è il grado alcolico. 14 gradi va più che bene. Nel 2014 era sui 13 gradi”.

Sandro: “il Rouchet 2014 sembra la nipote della Bogliona 1996”.

Silvio: “le annate 2014, 2005 e la 1996 erano molto eleganti, di un’eleganza molto netta”.

Sandro: “sì c’è una leggiadria che è nell’anima del vitigno. Stavo notando prima con lui che, a differenza delle barbere, il ruché sembra risentire di meno del cambiamento produttivo”.

Silvio: “sì ma sente molto di più del cambiamento climatico”.

Sandro: “però nelle barbere più recenti si coglie il tentativo di armonizzare”.

Silvio: “quando abbiamo scelto le annate della Bogliona da far assaggiare, abbiamo deciso di partire dalla 2008 perché le altre sono molto più disarmoniche. Se uno assaggia la 2009 sembra di più una 1996”.

“Ma sono in commercio?” – domanda Sandro.

Silvio annuisce.

Sandro: “ma allora, amico mio, ce le dovevi far sentire (con accentuazione della cadenza romanesca). Se fosse ancora nelle vostre mani lo capirei, ma siccome è in commercio andava sentita”.

Silvio: “la 2009 e 2010 sono più simili a quelle più vecchie”.

Sandro. “il ruché ha un fascino inconfondibile”.

“Scarpa ha inizia con il ruché nel 1974, e voi mi chiederete il perché” – dice Castino – “Sotto lo stimolo di quell’ometto, direttore di banca che era originario di Castagnole Monferrato, che un bel giorno mi portò 50 viti e mi disse: provalo. Le diedi a mio padre e di lì abbiamo piantato 2000 metri di ruché sulla sabbia. È un terreno adatto perché produce di meno e dà dei profumi che altrimenti scomparirebbero”.

Sandro: “basta pensare ai vini delle Rocche di Castiglione”.

“Un’altra persona che ha fatto la fortuna di Scarpa è mio papà” dice Carlo “- perché è lui che ha deciso il punto dove piantare le viti di ruché assieme a Mario Pesce. E quella vigna di brachetto a spina di pesce piantata sempre da lui è un capolavoro”.

Sandro, rivolto a Carlo Castino: “sai una cosa interessante è capire che queste tipologie espressive sono state modelli dei vermouth: cioè questi profumi di radici, questo amaro finale così netto e così secco e senza compromessi. Radici e spezie”.

“Il 2001, nel finale, ha molto di china” – conferma Michele Fino.

Morichetti: “una domanda e una considerazione. La domanda è come mai il 2014 ha un colore così diverso dagli altri? Il 2014 è chiarissimo e buonissimo. Negli altri quella nota aromatica così intensa quasi scompare”.

Sandro: “per una questione fisico – chimica. L’annata 2014 è più leggiadra e ha un colore più delicato, meno concentrazione e i profumi salgono più velocemente. Questa leggerezza lascia liberi i profumi. La bocca è setosa”.

Morichetti: “sarebbe interessante sapere quale parabola potrebbe fare questo vino nel tempo”.

Sandro: “in realtà non è che per gli altri l’aromaticità sia decaduta ma è semplicemente più lenta: ha bisogno di più tempo”.

Gianfranco Cordero: “il cuore aromatico del ruché è molto simile a quello del brachetto. Ha come terpene il geraniolo. Se fa caldo c’è più concentrazione perché evapora l’acqua, ma ne risentono gli aromi come è accaduto anche per alcuni moscati. Il ciclo vegetativo è più lungo di quasi un mese rispetto al 1997. Abbiamo avuto un aumento di temperature 1,7 gradi dal 1997, cosa che in precedenza succedeva solo in svariati decenni”.

Morichetti: “è interessante il ragionamento, ma dire che in cantina facciamo più o meno le stesse cose, allora no!”

Gianfranco Cordero: “abbiamo una materia diversa e non poteremmo fare le stesse cose del ’90. Possiamo dire che amiamo l’acidità e la freschezza, ma le annate come 1990 e 1996 erano molto difficili da piazzare. Lo sapete che negli ultimi anni (intanto servono il brachetto) si sta diradando per non far morire le piante? Siamo arrivati al paradosso perché vedete anche con potature corte e con 8/9 gemme per pianta si tira giù ancora qualche grappolo. Negli ultimi anni si parla di una media nazionale di 900 millimetri d’acqua, ma nelle ultime vendemmie qui ne abbiamo avuti 450/500. Se non vai a diradare ti trovi delle uve completamente appassite come per le vendemmie 2015/2016”.

Morichetti: “quindi c’è stato sia un cambiamento della temperatura sia un cambiamento dell’interpretazione della temperatura”.

Gianfranco: “possiamo intervenire con la barbera con una vendemmia leggermente anticipata, perché è più versatile, ma sarebbe impensabile togliere un nebbiolo con i suoi tannini verdi”.

Andrea, intanto, sottovoce, inizia ad introdurre le ragioni del brachetto secco e Sangiorgi anticipa immediatamente: “perché il brachetto è sempre stato secco”.

Carlo Castino: “nel 1978 abbiamo iniziato una piccola produzione, di mille, millecinquecento bottiglie: un successo commerciale immediato che è continuato anche nel 1979. Dal 1980 si inizia a distruggere l’immagine commerciale del brachetto, e mi rifaccio ai discorsi di mio zio, quando è finito in mano dell’industria che conquistava tutti i mercati. Poi la cosa si è svuotata e oggi siamo arrivati a lasciare il brachetto sulle piante. È brutto, ma ahimè, è la realtà. Mio zio si è sempre battuto per la doc e se potesse risorgere oggi direbbe: ho vinto io. Il brachetto nasce sempre con un’acidità totale di uno o due gradi in più del ruché”.

Sangiorgi: “è una lotta tra i due”.

Fino: “tra l’agrumato e il salotto della vecchia zia”.

Castino: “molto filosofico. Negli anni che furono il brachetto usciva a 11,5/12 gradi e i profumi di sottobosco erano meravigliosi. Oggi è un po’ più difficile trovarli perché siamo a 14 gradi”.

Cordero: “I brachetti vecchi, al di là del caso Scarpa, non è che li bevevi prima in molte cascine del Roero: non è lo stesso clone di oggi. E il brachetto secco era il brachetto a grappolo lungo”.

Sangiorgi: “infatti io ricordo ancora una vecchia bottiglia di Correggia e Carlin mi disse: questo è un vino della nostra tradizione”.

Silvana, rivolta a Carlo: “I vini assaggiati erano molto buoni ma la cosa più bella è stata quella di sentire i tuoi racconti”.

Fino a Carlo: “Hai sentito cosa ha detto?” – Carlo: “non tanto”. Fino lo ripete in piemontese, allora Carlo si alza, mima e le manda un grande abbraccio. Fino prende l’occasione per dirgli che non l’aveva fatto con nessun altro e che era ancora vecchio gagà.

Sangiorgi: “Il brachetto 2011 è pazzesco, sembra un’infusione di spezie e scorza d’arancia. Sta facendo una lotta bellissima contro il sughero. Perché vedi sai qual è il punto essenziale di questi vini? È l’essenzialità. Sono scarni, disossati al limite, hanno un’agilità, una dinamica e arrivano in fondo. Questa essenzialità oggi paga e questi vini te la offrono per vocazione. Non sono stati fatti apposta”.

Fino: “Sandro quando hai fornito l’immagine del vino, elemento unitario intorno al quale il vino si disgrega negli anni, hai dato un’immagine fotografica del tipo di Iwo Jima e la bandiera con quella punta che rimane nella desolazione del tempo che passa. Forse quello che cerchiamo è proprio questo: più delle punte che dei corsi che sfumano nel tempo. Più casi di eroismo che sistemi di felicità”.

Sandro: “però è solo un’illusione: se apprezziamo questo vuol dire che sotto c’è una base, perché, se fossero privi di base, non riusciremmo ad accettarli. La base sta nel retroscena e stando nel retroscena qualifica le punte. Fai attenzione all’amaro di questi vini. È importantissimo: non è stato minimamente contenuto. Da parte loro non c’è stato alcun tentativo di sminuirlo. Questi vini, sia il ruché che il brachetto hanno possibilità gastronomiche molto attuali perché sono i vini migliori per la cucina vegetariana o vegana. Questo aspetto aromatico ha molte funzionalità”.

Silvio: “la grandezza di Carlo è sempre stata quella di fare grandi vini con molta delicatezza. Per me è come un secondo padre”.

La sala applaude calorosamente. La balena, che si era assopita tra le chiacchiere e i fiumi di vino, si sveglia d’improvviso e ci sputa fuori dalla sua enorme pancia.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

1 Commento

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circa 2 anni fa - Link

Grazie per questo racconto: mi sembrava di essere anch'io seduto nei sotterranei di Pollenzo. E che voglia di assaggiare i vini di Scarpa! Purtroppo rouchet e brachetto sono abbastanza introvabili...

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