Krsma Estate: ho bevuto un sangiovese indiano e mi è pure piaciuto

Krsma Estate: ho bevuto un sangiovese indiano e mi è pure piaciuto

di Salvatore Agusta

Anno nuovo rubrica nuova: a partire da adesso e per tutto il 2018 dedicherò spazio ad alcuni articoli farciti di consigli sui generis. Lo scopo è quello di espandere quanto più possibile gli orizzonti, con una serie di post introduttivi sulle aree più insolite e meno conosciute del mondo, raccontando di storie legate al vino e alla passione per la sua produzione. Siete pronti? Ed allora si parte, mettete play su “around the word” dei Daft Punk, la prima tappa è la lontana quanto insolita: India.

Cominciamo col dire che se vi dicessi di assaggiare un vino proveniente dall’India, sono sicuro che la stragrande maggioranza di voi si rifiuterebbe, assumendo persino un’aria alquanto contrariata se non scandalizzata.

Ma in India vi è una area geografica nota come Hampi che, oltre ad avere un sito archeologico con più di 3.000 monumenti storici patrimonio dell’Unesco, dispone di un microclima perfetto per la coltivazione dell’uva. Sono delle colline estremamente ventilate con la presenza del florido fiume Tungabhadra che le delimita nella parte nord.

Ci troviamo nella parte centro sud dell’India dove le scarsissime piogge, specie nella stagione della maturazione, e il proverbiale sbalzo termico tra il giorno e la notte, ricordano un po’ i climi continentali, mentre il terreno scistoso e ricco di ferro richiama i suoli dell’Europa centro orientale e i grandi altopiani del Sud Africa.

È in questo luogo perfetto che il Mr. Prasad incontra quasi per caso un vigneto abbandonato durante una passeggiata con la moglie, all’altezza di 540 m.s.m. sulle Hampi Hills.

A dire il vero, il suo primissimo incontro con il vino avvenne quando, ancora ragazzo, durante una cena con il vescovo del luogo, assaggiò per la primissima volta un vino proveniente dal Vaticano e chiaramente italiano.

Da quel momento mise in cantiere l’idea di creare una cantina in India e, solo dopo aver avuto successo con altri progetti, decise in concomitanza con quel bizarro ritrovamento, di iniziare un nuovo progetto: Krsma Estate.

L’azienda produce quattro vini, tutti monovarietali.

Oltre alle classiche varietà internazionali come cabernet sauvignon, chardonnay e sauvignon blanc c’è un po’ di Italia tra quelle colline, con la presenza di un sangiovese, che si mormora possa essere addirittura di provenienza marchigiana anche se molto più plausibilmente si tratta di un clone australiano, ma di questo c’è più leggenda che certezza.

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Vino chiaramente intenso e strutturato, con una piacevolissima nota speziata che lo rende più che unico. Dopo un periodo di 12 mesi in rovere francese, il vino viene lasciato a riposare in bottiglia per almeno 6 mesi prima di essere messo in commercio.

Il livello finale di acidità è inferiore rispetto alle versioni italiane ma non per questo il vino presenta minor eleganza. Le note speziate di cumino, curcuma e chiodi di garofano sono persistenti e bilanciano i sentori di frutti rossi maturi con delle delicatissime note di fiori di gelsomino. Il tannino, per nulla aggressivo, rende il finale morbido e piacevole.

Se, tra tutte le produzioni presenti, è il sangiovese a rappresentare la forma di espressione più sintetica e diretta di questo terroir, le altre etichette hanno un tenore ed uno stile maggiormente internazionale, specie il cabernet sauvignon che riporta alla memoria olfattiva le versioni robuste prodotte in California. Basta andare a consultare la scheda tecnica per accorgersi che si tratta di un vino prodotto per un consumatore specifico (6.2 g/l di zucchero residuo).

Mentre è il sauvignon blanc che torna a sorprendere con una intensità che potremmo descrivere a metà strada tra le versioni australiane e quelle del centro California. Di sicuro molto succulento. Suggerisco se vi dovesse capitare di puntare principalmente all’annata 2016 e 2017, dove riducendo drasticamente i livello zuccherino (da 8.5 a 2 g/l), hanno raggiunto punte di straordinaria eleganza e delicata aromaticità.

Questa cantina, rinomata per esser il fiore all’occhiello dell’India, non è certo la unica cantina in India, ma per qualità e valore della produzione rappresenta un ottimo punto di partenza.

Spero vi sia piaciuto il viaggio, la prossima tappa sarà più vicina, oltre i confini tra Francia e Svizzera per approdare nel département du Jura.

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Salvatore Agusta

Giramondo, Francia, Lituania e poi Argentina per finire oggi a New York. Laureato in legge, sono una sorta di “avvocato per hobby”, rappresento uno studio di diritto internazionale negli Stati Uniti. Poi, quello che prima era il vero hobby, è diventato un lavoro. Inizio come export manager più di 7 anni fa a Palermo con un’azienda vitivinicola, Marchesi de Gregorio; frequento corsi ONAV, Accademia del Vino di Milano e l’International Wine Center di New York dove passo il terzo livello del WSET. Ho coperto per un po’ più di un anno la figura di Italian Wine Specialist presso Acker Merrall & Condit. Attualmente ricopro la posizione di Wine Consultant presso Metrowine, una azienda francese in quel di New York. Avevano bisogno di un italiano ed io passavo giusto di là. Comunque sono astemio.

13 Commenti

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luis

circa 7 mesi fa - Link

Astemio in che senso? D'acqua?

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Salvo

circa 7 mesi fa - Link

Esatto, perché va ai polmoni e fa male, specie quando ci sono -10 gradi

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Paolo A.

circa 7 mesi fa - Link

Lo Jura è in Francia.

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Paolo A.

circa 7 mesi fa - Link

Per lo meno se si parla di dipartimento; se invece parliamo di cantone è altra cosa.

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Salvo

circa 7 mesi fa - Link

Ciao Paolo hai ragione, si tratta del dipartimento francese. Qualcosa è andato storto nell'editing ma grazie per la precisazione, non me ne sarei accorto.

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Motown

circa 7 mesi fa - Link

Anch’io ho avuto un’esperienza tutto sommato positiva con un vino indiano, Dindori Reserve Shiraz, delle cantine Sula. Niente di esaltante ma comunque ragionevole. Forse un po’ di legno in eccesso, ma non al punto da infastidire

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Salvo

circa 7 mesi fa - Link

Ciao e grazie per il tuo commento. In effetti la tua esperienza sembra essere in linea con il trend attuale in India poiché vi è una forte influenza da parte del mondo del vino australiano, sia nella vinificazione che nella scelte delle uve.

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Michele Carta

circa 7 mesi fa - Link

Interessante articolo. Hai informazioni su chi si occupa della parte enologica oltre ai proprietari? Grazie Typo: Around the world !

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Salvo

circa 7 mesi fa - Link

In realtà oltre al proprietario non è chiaro chi sia la persona che li affianchi ma se non sbaglio ogni due anni circa scelgono un consulente diverso che li segue e li assiste nell'intento di giungere a determinati obiettivi

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Salvo

circa 7 mesi fa - Link

Ciao e grazie per il tuo commento. In effetti la tua esperienza sembra essere in linea con il trend attuale in India poiché vi è una forte influenza da parte del mondo del vino australiano, sia nella vinificazione che nella scelte delle uve.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 7 mesi fa - Link

Per ora l'India non è un mercato, ma se cominciano a produrre vini buoni chissà che non si appassionino. Se poi il sangiovese trovasse lì un'areale possibile, sarebbe ottimo per noi italiani. É tutto nel regno del se, e pure di quello più improbabile, ma perché non sognare?

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Salvo

circa 7 mesi fa - Link

Il mio primo incontro con il mondo del vino indiano avvenne 8 anni fa durante un evento promozionale in Sicilia. Due importatori mi dissero: a noi nn frega nulla del vino, lo vogliamo importare perché in India si ritiene che faccia bene al cuore. Ecco da quell'incontro ne sono cambiate di cose.

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Giuseppe Giannuzzi

circa 6 mesi fa - Link

Articolo interessante

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