Jack London, l’alcolismo e la passione per John Barleycorn

Jack London, l’alcolismo e la passione per John Barleycorn

di Samantha Vitaletti

È un torrido pomeriggio del 1911 in California ed è giorno di elezioni quando Jack London, in sella al suo cavallo e naturalmente con qualche bicchiere in corpo, fa rientro alla sua fattoria, dove l’aspetta la terza moglie, curiosa di sapere come Jack abbia votato, soprattutto sul suffragio universale. L’uomo la stupisce e le confida di essersi dichiarato favorevole. Ancora più la stupisce spiegandole le ragioni di quella decisione. “Quando le donne andranno a votare, voteranno per il proibizionismo. Sono le spose, le sorelle, le madri, ed esse soltanto, che inchioderanno la bara di John Barleycorn…(…) Ho votato ”perché le donne possano votare, sapendo che le spose e le madri della razza voteranno la morte di John Barleycorn e lo relegheranno nel limbo della storia, dove giacciono tutti i costumi delle epoche selvagge scomparse.” Le donne sanno quello che devono fare. Le abitudini alcoliche dell’uomo hanno imposto loro un pesante tributo di sudore e di lacrime.”

John Barleycorn, letteralmente “chicco d’orzo”, era il nomignolo utilizzato come sinonimo di bevanda alcolica. Jack London si spingerà oltre, e per tutta la vita lo sentirà e intenderà come personificazione dello spirito dell’alcool. Dalla conversazione con la moglie nascerà il libro di memorie “John Barleycorn”, in cui rivivrà e tenterà di analizzare tutta la sua vita alcolica che l’aveva visto schiavo della sostanza ma incapace fino alla morte di ammetterlo e di definirsi alcolizzato. Fino alla fine descriverà se stesso come un “grande bevitore”. Ed è così che il libro è intitolato in italiano: Memorie di un bevitore.

Di capitolo in capitolo, più London si addentra nelle descrizioni di bevute memorabili, con conseguenze incancellabili, più si preoccupa di ribadire che lui no, lui non è mai stato un alcolista, lui è sempre stato solo un grande bevitore. Per di più non per sua scelta, perché “L’alcolismo è di origine sociale e si sviluppa con le relazioni sociali”. “Il bar è un luogo di riunione in cui ci si raduna come i fedeli in chiesa, come gli uomini primitivi intorno al fuoco dell’accampamento o all’entrata della caverna”. Lui, inoltre, continua a non considerarsi un alcolista, nonostante arrivi al punto di bere prima di colazione, dopo colazione, prima di pranzo, per merenda, a cena e dopo cena ogni giorno, perché dell’alcool, nonostante ne apprezzi il valore di collante tra le varie umanità, detesta il sapore. Come se non bastasse, grazie a una costituzione particolarmente robusta e resistente, London, anche quando è ubriaco pesto, non si mostra mai come “gli ubriaconi”, quelli sì che lo sono, che non riescono a reggersi in piedi, che barcollano, si addormentano a tavola e si mettono in ridicolo. Tutte cose che in verità capiteranno anche a lui, ma solo “per caso” o per colpa di una esagerata buona creanza, quella che ai tempi prevedeva di ringraziare ad libitum per una birra offerta offrendone un’altra.

Sempre colpa della società, quindi. Oppure, in altri casi, colpa delle prove di virilità alle quali sarebbe stato disonorevole sottrarsi. Le compagnie con le quali trascorse la sua giovinezza non erano i ragazzini dello YMCA ma contrabbandieri, cacciatori di balene, predatori del mare di vario livello la cui occupazione principale, se non unica, una volta staccato dal “lavoro” era quella di bere, per rilassarsi, per divertirsi, per socializzare, per stordirsi, per non pensare, comunque solo bere. Di nascosto Jack a volte andava a spendere i suoi soldi in un’attività che, se scoperta, gli sarebbe costata la derisione e l’isolamento sociale: Jack va in libreria e compra libri.

L’alcool resta una costante di tutta la sua vita. Passa la fase, da scrittore ormai conosciuto, in cui pensa di poter controllare l’uso di alcol senza arrivare all’abuso. Crede di poter scegliere quanto, quando e con chi bere. Dura poco. Anche perché non può scacciare dalla mente quella che è una certezza: “Malgrado tutta la mia ripugnanza per il bere, confesso che i momenti più luminosi della mia vita giovanile li ho passati nei locali dove si beve”.

La repulsione-attrazione per l’alcool sarà per sempre il tormento di Jack London. Dopo la giovinezza cercherà di approcciare la questione in maniera più spirituale e intellettuale. A tratti sembrerà ammettere una sorta di impotenza nella gestione del suo rapporto con l’alcool ma, in un modo o nell’altro, troverà il modo di allontanare da sé la responsabilità, pacificando almeno la coscienza ma mai l’animo, mai il corpo, pesantemente sconvolto dai sempre più frequenti giorni-dopo e dalle sbornie sempre più pesanti da smaltire. In stato di ebbrezza Jack si perde in ragionamenti sulle mostruosità del mondo, sull’egoismo dell’animo umano, sul costo della ricerca della verità.

E “questo ubriaco, non ignora niente. Sa che è formato di carne, di vino e di schiuma, di atomi solari e di polvere terrestre; fragile meccanismo destinato a funzionare per un certo tempo, più o meno lungo secondo i dottori in teologia e i dottori in medicina, per essere, alla fine, gettato tra i rifiuti. Naturalmente tutto ciò è una malattia dell’anima, una malattia della vita. È l’ammenda che deve pagare l’uomo dotato di fantasia, per la sua amicizia con John Barleycorn”. Perché John “all’essere dotato di fantasia, invia i sillogismi spettrali e spietati della ragione pura. Esamina la vita e tutte le sue futilità con l’occhio bilioso di un filosofo tedesco pessimista. Trasmuta tutti i valori. Il bene è cattivo, la verità è un inganno e la vita è una farsa. (…)”

Non nascondo che la lettura di questo libro mi ha messo addosso una gran tristezza. Prima di tutto perché è stato scritto nel 1913 e Jack London è morto solo tre anni dopo e ha trascorso i tre anni prima della morte praticamente sempre ubriaco. Ma anche perché fino ad ora per me Jack London era stato Martin Eden e Zanna Bianca negli anni della mia adolescenza e poi, un po’ più grande il giusto de Il popolo degli abissi. La sofferenza che trasuda dalle pagine delle Memorie di un bevitore, sofferenza reale e vissuta, è un qualcosa davanti a cui il timore di ritrovarsi a giudicare è sempre dietro l’angolo.

A leggere il libro oggi, alla luce degli studi degli ultimi quarant’anni sul problema dell’alcoldipendenza, alcuni aspetti saltano subito all’occhio. La negazione, per esempio. Dal DSM-IV-TR, il manuale dei disturbi psichiatrici: “quasi tutti gli alcolisti negano di avere un problema con il bere o trovano un modo per razionalizzarlo. Il desiderio di bere e le sue ripercussioni sul sé fisico, emotivo e sociale del bevitore vengono sepolti sotto una montagna di scuse, elisioni o anche menzogne pure e semplici”. Il levelling, è la pratica di mettersi a confronto con altri alcolisti e riconoscersi migliori di loro.

La minimizzazione, forma anch’essa di negazione, il non voler vedere la gravità di tutti i disastri che si creano a causa del proprio alcolismo. La proiezione, che è l’individuare in altri quello che ci si rifiuta di vedere in sé.  A leggere queste definizioni, si può affermare con certezza che Jack London fu un alcolista. Tuttavia, considerando tutta la sofferenza vissuta a causa del suo travagliato ed eterno rapporto con l’alcool, mi solleva un po’ pensare che se ne sia andato nella convinzione di essere solo un forte bevitore che fino alla fine è riuscito, a differenza di tutti gli altri, a non soccombere al potere del tanto amato e tanto odiato John Barleycorn.

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Samantha Vitaletti

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull'isola deserta, azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l'articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

3 Commenti

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Sancho P

circa 9 mesi fa - Link

Per me Jack London, è innanzitutto il Tallone di Ferro. Libro bellissimo e commovente, che vorrei consigliare a chiunque non lo abbia letto. Si potrebbe dire senza timori di smentite, che Jack London abbia previsto L'avvento dei regimi fascisti in Europa. Il protagonista de Il tallone di ferro, Ernest Everhard ha, ispirato la lotta di molti che hanno dato la vita combattendo quei regimi. Ma Jack London, non fu solo questo Grazie, per averlo ricordato.

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Giacomo

circa 9 mesi fa - Link

L'alcolismo contemporaneo è fenomeno trasversale, interclassista e soprattutto, cosa che qui più interessa, poco rilevante dal punto di vista commerciale per il settore horeca, anche nelle fasce socialmente "alte". L'alcolismo ricreazionale è minoritario e lo sarà sempre di più nell'immediato. Si beve da soli, fornendosi prevalentemente dalla GDO. E' un segmento le cui dinamiche meritano però di essere analizzate; possono dare, in proiezione, strategie per affrontare il futuro mercato mainstream.

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Gregorio Galli

circa 9 mesi fa - Link

Sono i libri "minori" e più dimenticati di London quelli che paradossalmente hanno inciso più potentemente nel nostro immaginario collettivo: il tallone di ferro, vagabondo delle stelle e, appunto, le memorie di un bevitore. Grazie Samantha!

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