Io e il formaggio nel vino, un rapporto difficile. Featuring Jean-Pierre Robinot

Io e il formaggio nel vino, un rapporto difficile. Featuring Jean-Pierre Robinot

di Sara Boriosi

Disclaimer: dopo questa lettura, sono certa che al mio risveglio troverò tra le coperte una forma di taleggio gocciolante di siero aperta in due.

Fin da piccoli, ognuno di noi possiede un talento naturale: c’è chi è in grado di fare moltiplicazioni elaborate senza l’aiuto della calcolatrice e chi ha un orecchio speciale per la musica; io sono sempre stata brava a sgamare il formaggio nei piatti. Leggenda narra che all’età di tre anni cominciai a rifiutarlo in tutte le sue declinazioni, dal cremoso Formaggino Mio al pezzetto di Parmigiano proposto a merenda, passando per la mozzarella del venerdì all’asilo, dalle suore. La mia memoria funziona così: non ricordo cosa abbia mangiato ieri sera, ma ricordo bene quando mi sono ritrovata nel piatto quel bozzo bianchissimo e acquoso: immediatamente lo presi con la mano per buttarlo sotto la mia sedia. La suora che mi teneva d’occhio, come un mastino mi afferrò un braccio per mettermi in castigo nello stanzino. La settimana successiva, alla vista della mozzarella del venerdì, avevo imparato la lezione perciò quel bozzo bianco e acquoso finì due sedie più in là, così in castigo al posto mio ci finì il povero Daniele. Del resto avevo una cotta per lui, quale miglior modo per farglielo capire.

Da allora ho sviluppato uno strano senso di repulsione e attrazione per questo alimento: più è cremoso, tempestato di muffe bluastre o marmoreo e crettato, rotondo squadrato o cilindrico, squagliato a grumi o duro, ma soprattutto mefitico come i piedi di un morto, più ne sono morbosamente attratta pur sentendo che mi fa star male il solo pensiero di introdurlo in bocca. Ci deve essere qualcosa che non va nel mio inconscio, e nonostante la paura di indagare a fondo, sono certa che la chiave di tutto sia il formaggio.

Tutta questo preambolo serviva a sottolineare la mia capacità di recepire la presenza dell’odore di formaggio a distanza di decine di metri (pari solo allo squalo bianco che fiuta per chilometri la gocciolina di sangue disciolta in acqua) – caratteristica che torna utile durante le degustazioni tra amici o per lavoro.

Posto che poche volte mi è capitato di avere a che fare con questo sgradevole difetto dovuto – pare – alla presenza di acido 3-metilbutanoico, recentemente mi sono trovata alle prese con una bottiglia che volevo assaggiare con viva curiosità: Les Années Folles 2016 di Jean-Pierre Robinot, metodo ancestrale fatto con un assemblaggio di pineau d’Aunis, chenin blanc e una spolverata di pecorino romano. Appena annusato il calice, mi sono trovata a dire a denti stretti, come Fonzie quando deve ammettere che ha sbagliato, forse questa bottiglia deve essere così. E mentre pronunciavo queste parole, dentro di me morivo un po’. L’ingresso in bocca non ha smentito ciò che era stato anticipato dal naso: formaggio sostenuto da una buona spalla acida, polpa di mela dolce matura, ancora formaggio. Ammiro moltissimo il lavoro di Robinot, e la sua fama e le sue bottiglie sono note in tutto il mondo come piccoli capolavori di felicità. Trovare quell’odore nel calice, dunque, mi ha messo in seria difficoltà. Sono vittima del mio atavico terrore del formaggio, e ciò rende difficile l’assaggio quando un vino presenta questa – chiamiamola – caratteristica, oppure è probabile che il produttore si sia distratto un po’ permettendo ai brettanomyces di copulare orgiasticamente in un crescendo di puzze sprigionate?

Resta il fatto che, nel dubbio, personalmente preferisco berlo che mangiarlo.

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Sara Boriosi

Da sempre vive come un’estranea nella provincia denuclearizzata, precisamente a Perugia. Bevitrice regressiva, inizia a interessarsi al vino seriamente dopo l’interruzione di una storia con il proprio cavallo. Beve per ricordare, e il suo cuore appartiene ai vini del Carso. Dotata di una vena grottesca con la quale osserva il mondo, più dei vini le piace scrivere delle persone che ci finiscono dentro; lo fa nel suo blog e pure per Intravino. Gestisce un'enoteca della sua città, e lo fa piena di sensi di colpa.

5 Commenti

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Excellence

circa 4 mesi fa - Link

Mai visto articolo piu' vuoto e autoreferenziale. Qui e forse anche altrove...

addio, gia' sentiamo la tua mancanza. [f.]

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landmax

circa 4 mesi fa - Link

Non ho mai assaggiato i vini di Robinot, in compenso trovo spesso odori (non sapori) caseari in certi chablis, o anche champagne, invecchiati. In genere si tratta di odori che con un pò di pazienza scompaiono dal bicchiere, perciò ho sempre sospettato si trattasse di riduzioni del vino. Colgo l'occasione per chiedere lumi a chi ne sapesse di più.

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Marcovena

circa 4 mesi fa - Link

...e pensare che me lo hai venduto....Non potevi dirmelo prima...odio i formaggi... Ma amo le mele in particolare le Golden...Non so se sono adatte a farci il sidro ma quando l'ho bevuto mi sembrava di starmene in Bretagna....ah dimenticavo...tutto ciò il secondo giorno..appena aperto era timido e chiuso...sussurrava appena.

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claudia donegaglia

circa 4 mesi fa - Link

Orsu' una malolattica deviata ed imbizzarrita non ha mai ucciso nessuno, che diamine

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carolaincats

circa 4 mesi fa - Link

dai, spiega tu certi formaggismi :)

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