Il whisky di Caol Ila in una verticale che sa di fumo e torba

Il whisky di Caol Ila in una verticale che sa di fumo e torba

di Thomas Pennazzi

Venerdì 10 febbraio si è svolto in contemporanea in tutto il Mondo il primo International Whisky Day, una manifestazione organizzata dalla multinazionale Diageo per celebrare il giorno natale di Alexander Walker, creatore del più bevuto blended whisky al mondo, il Johnnie Walker.

Lo scopo dichiarato era di attirare i Millennials verso la bevanda scozzese, e di riportare sul whisky l’attenzione di chi è stato sviato da altri alcolici. Ce n’era davvero bisogno? Non in Italia.

Da noi l’evento si è svolto in contemporanea tra Roma e Milano; vi ho partecipato su divertita insistenza di un amico, giornalista del Corriere, e scrittore di mixologia, che mi sa poco avvezzo a questo spirito. L’ottima organizzazione, a cura del Milano Whisky Festival & Fine Spirits, prevedeva una degustazione di Caol Ila, guidata dal suo Brand Ambassador Andrea Gasparri.

Perché Caol Ila (che dovremmo pronunciare più correttamente «Cùl Àila» ma ci ostiniamo a leggere all’italiana)? Perché questa grande distilleria da oltre 6 milioni di litri fornisce da lungo tempo una delle basi del Johnnie Walker. Da quando impazza la mania del single malt whisky anch’essa ha cominciato ad imbottigliare in proprio i suoi make, fino ad allora diffusi solo dagli imbottigliatori indipendenti.

Caol Ila è quindi la distilleria meno reputata della scuderia Diageo –  che comprende Talisker e Lagavulin, detto «il Barolo dei whisky» – per colpa di questo peccato originale, e per far maturare, unica delle otto dell’isola, i suoi whisky a Glasgow e non su Islay. Questo pare influisca alquanto sul carattere dello spirito, più prevedibile di altri fratelli isolani. Torba ce n’è, più di Talisker, mentre il malto è condiviso con la sorella Lagavulin.

I whisky di Caol Ila sono alquanto atipici per un Islay malt, poiché nascondono bene la torba in un malto dolce e fruttato, evitando quelle prepotenze fenoliche che fanno allontanare immediatamente il naso dal calice (oppure il contrario): un Islay femminile, forse? Sta di fatto che i collezionisti snobbano questa Casa.

Temevo questo incontro, perché continuo a pensare che la torba sia una superfetazione – seppur inevitabile un tempo – che maschera e toglie carattere al distillato di malto. Ma so che verrò coperto da contumelie e uova marce alla prima occasione pubblica. Questa roba però piace immensamente all’italiano medio, vai a sapere il perché.

La sala era affollata di pubblico: giovani curiosi, bevitori appassionati, giornalisti/blogger, e vecchi volponi del whisky, tutti in attesa della degustazione.

Già, una verticale: il termine sottintende sempre una sorta di gradus ad Parnassum, metafora dell’ascesa verso la bottiglia augusta; e chi ne regge il peso è sempre la prima, vittima sacrificale del confronto. Ma nella verticale c’è anche un livello esoterico: mi piacerebbe dire un percorso à la recherche du temps perdu, in cui si rimane affascinati dalle profondità enoiche o spiritose venute alla luce dal passato, e che, tra un bicchiere e l’altro, possono farci fare i conti col nostro. Ma forse aveva ragione il professor Mantegazza il quale affermava che «nell’apprezzare un vino vecchio vi è quasi sempre maggior venerazione che voluttà».

Cinque i whisky in degustazione, alcuni dei quali non importati in Italia, o disponibili in poche casse.

Caol Ila Moch, 43°: la proposta base del marchio, un whisky No Age Statement chiamato Alba in gaelico, ex-Bourbon cask. Naso delicato, vivace di torba; al palato focoso ma fine, sapido, di facile beva; finale asciutto con tono di liquirizia. Da ragazzi.

Caol Ila Unpeated Style, Distillery Bottling, 55,9°: qui le cose si fanno serie. Un 17yo, distillato a 70° ed imbottigliato come Natural Cask Strength. Naso aggraziato, floreale, pieno, con pera e malto, intrigante; in bocca è un malto difficile, piccante, scontroso, ma di bella struttura. Finale salato. Piaciuto.

Caol Ila Distillers Edition, 43°: la nuova release di questo imbottigliamento speciale, affinato per 11 anni in Bourbon, con finishing in botti di Moscatel spagnolo. Naso dolce, dalla torba molto presente che svapora nel tempo. Bocca assai maltata, di costruzione dolce e piena, il whisky ci offre una ricca materia; finale speziato, con ritorno delle note fumose, non così lunghe come nel corpo. Non mi convince.

Caol Ila 18yo, 43°: un classico della Casa, maturato in Bourbon first fill. Si offre al naso come un cesto di frutta squisita. Promette eleganza. Il palato lo è davvero, elegante, anzi di grazia assoluta, dalla torba fine e delicata, in perfetta coerenza col naso. In ultimo ci si ritrova la bocca tappezzata di fumo gentile. Vi costa un biglietto verde, ma è una delizia.

Caol Ila 30yo, Special Release 2014, 55,1°: il Matusalemme della distilleria è il principe della serata, prodotto nel 1983. Tutti lo aspettano con curiosità o gola. Colore appena un tono più cupo del precedente; naso alquanto bouqueté, riccamente mielato; al palato svela la concentrazione dei suoi anni, oleoso e grasso com’è; la torba è domata dall’età, non più fumo ma un fumé sottotraccia; ci puoi trovare di tutto, spezie, vaniglia, frutta, alghe, fusi dall’abbraccio del tempo. L’alcool è ormai parte del gioco e non graffia più. Il finale è pastoso: sulla complessità riemerge la nota torbata. Lungo senza esser stucchevole, è un whisky eccessivo nella sua molteplicità di aromi. Anche nel prezzo: un biglietto viola non basta a comprarlo, sempre che ne troviate una bottiglia.

In conclusione, la distilleria Caol Ila non pare la rappresentante più tipica di Islay, giocando sull’equilibrio tra la dolcezza dei malti ed una torba presente ma non invasiva. Il suo whisky è senza straordinari acuti, piacione, ben fatto, e si trova con facilità. Se non vi stupirà con effetti speciali, la sua qualità è di certo più che dignitosa.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

2 Commenti

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nicola barbato

circa 4 mesi fa - Link

articolo granbello, ricco di informazioni e ragionamenti. [e pensare che a me i caol ila piacevano. intanto mi segno la citazione del mantegazza, condividendola]

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Leonardo Finch

circa 4 mesi fa - Link

Thomas la torba piace perchè è riconoscibile e quindi solletica l'ego dell'"indenditore" :)) Anche io non amo i whisky troppo segnati dalla torba che spesso può diventare coprente, però nelle giuste dosi apporta complessità e carattere (non eleganza, l'eleganza in un whisky è bene che ci sia ma non è caratteristica fondamentale), tipo Highland Park o il citato Talisker (che è isolano ma di altra isola, Skye). Mi trovo comunque d'accordo sia con le note di degustazione dei singoli whisky che con le conclusioni finali. Caol Ila non è il più Islay dei whisky di Islay, anzi, e sconta un peccato originale che in molte sue espressioni si ritrova: tende a essere piatto o, se preferisci, blando. In alcune vecchie bottiglie si palesava una buona materia che faceva presagire buone possibilità di invecchiamento (penso ad alcune vecchie espressioni del 12 anni e ad alcune interessanti del 25 che però non ha mai raggiunto le vette richieste a un whisky di quell'età e di quel prezzo). In particolare per il 12 anni mi ricordavo una buona struttura e una delicata complessità che è andata un po' persa e che mi fa pensare al fatto che forse quei flaconi contenevano anche qualche porzione di whisky più vecchi dei 12 anni indicati. Slàinte...

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