Il vino mischiato con l’acqua di mare e altre meraviglie da La Geographica di Strabone

Il vino mischiato con l’acqua di mare e altre meraviglie da La Geographica di Strabone

di Pietro Stara

La Geographica di Strabone (64 a. C. – 19 d. C.), indicata sino al V secolo anche con Geographoùmena, consta di 17 libri, di cui i primi due (I Prolegomena) costituiscono un’introduzione generale in cui l’autore tratta alcuni problemi legati alla geografia, ai suoi scopi, ai suoi limiti e ai destinatari della sua opera in particolare. Gran parte delle fonti utilizzate da Strabone sono scritte e, per la stragrande maggioranza, riguardano autori greci: Omero, Anassimandro di Mileto, Ecateo, Democrito, Eudosso, Dicearco, Ipparco, Apollodoro ecc.

Pochissime sono invece le fonti personali e le notizie autoptiche benché egli affermi di aver viaggiato moltissimo: «Così per esempio Strabone ci dice che i vini Monarite della Cappadocia rivaleggiano con quelli greci (XII, II, 1), che le terre di Priapo, i Pariani e i Lampasceni erano ricchi di viti (XIII, 1, 12) e che il vino catacecaumenite[1] non era inferiore a nessuno dei vini più pregiati (XIII, IV, 11). I vini dell’Egeo, in particolare quelli di Cos, Chio e Lesbo vengono lodati in particolar modo (XIV, XII, 19), anche se a suo parere quelli Samo (XIV, 1, 15) non erano un granché. Più ad est ci dice che le viti dell’Ircania, a sud-est del Mar Caspio, erano molto rigogliose e produttive (XI, VII, 2)[2]» e che in Aria, che corrisponde sostanzialmente alla provincia di Herat dell’odierno Afghanistan, «la terra produce buon vino in quantità, che si mantiene tre generazioni in vasi non impeciati[3].»

Ci sono i vini Libici, troppo diluiti con l’acqua di mare, secondo una tradizione che nasce nel simposio greco: il simposiarca miscela in un cratere il vino con parti di acqua secondo le proporzioni stabilite e in base agli effetti desiderati sui convitati. La miscelazione avviene dapprima versando l’acqua e solo successivamente il vino nelle proporzioni debite. A seconda del tipo di vino o dei personali desideri, l’acqua viene riscaldata o raffreddata. Il simposiarca stabilisce le regole: quale debba essere la miscela da bere, la grandezza delle coppe, ecc. Bere vino puro è ritenuta usanza barbara, un bere da Sciti, quei barbari che, secondo fonti tramandate dalla storiografia greca (Erodoto in particolare), debbono bere il sangue del primo nemico ucciso come pratica iniziatica. [4]

I vini che provengono dalle viti prolifiche piantate intorno al lago Mareotis, nella parte occidentale del delta del Nilo, in Egitto, sono talmente buoni che vengono travasati in previsione del loro invecchiamento. Così come fu per Tutankhamon, anche nel tempio mortuario di Ramses II (1297 – 1213 a. C.), a nord di Tebe, vengono ritrovati 679 ostraka, cocci usati come materiale scrittoio, in cui sono nominati 34 località geografiche e 34 vinificatori. Dei 67 anni di regno circa 30 sono citati nelle etichette, con una netta prevalenza dei primi 11 anni, che coincidono anche con la costruzione del tempio e la conseguente necessità di approvvigionamento vinicolo. L’anno 7 è citato per ben 244 volte, forse ad indicare un’ottima annata. La qualità del vino trova rispondenza sulle etichette di buono (nfr) e ottimo (nfr nfr) [5]

Per quanto riguarda l’Italia nord-occidentale, Strabone « riferisce che solo i Liguri producevano quantità di vino non eccellente, in genere miscelato con la pece, anche se il vino retico era ritenuto buono come la maggior parte dei vini italiani (IV, VI, 8 ). All’interno dell’Italia peninsulare i vini migliori erano quelli del Lazio e della Campania. A detta di Strabone i tre migliori vini erano il Falerno, lo Statanio e il Calenio (V, IV,3), anche se vicino a quelli c’era il vino di Sorrento (V, IV,3) e quelli di Caecuba, di Fondi, di Sezze e di Albano che pure godevano di buona fama (V, III, 6)[6].»

[1] Da Catacecaumene, regione d’Efeso aridissima (etimo di cata: bruciata)
[2] Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti, Donzelli Editore, Roma 1993.pag. 109
[3] Strabone, Geographica, Geografia, Il Peloponneso (Libro VIII), Rizzoli, Milano 1992 Libro XI, X, 1, pag. 145
[4] Cfr. Maria Luisa Catoni, Bere vino puro. Immagini del simposio, Feltrinelli Editore, Milano 2010
[5] Cfr. Patrick E. McGovern, L’archeologo e l’uva. Vite e vino dal Neolitico alla Grecia arcaica, Carocci, Roma 2006
[6] Tim Unwin, cit. pag. 110

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

3 Commenti

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Denis Mazzucato

circa 2 settimane fa - Link

"Per una tavola, vino comune; per due tavole, il vino buono; per quattro tavole, il Falerno"

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Federico

circa 2 settimane fa - Link

Certo che con tutta la sapidità di cui si sente parlare adesso non mi meraviglierei che se non l'acqua di mare, quantomeno un po' di sale ..... :-) (corsi e ricorsi?)

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Stefano Cinelli Colombini

circa 1 settimana fa - Link

Ho sempre pensato che il nostro concetto del gusto sia borghese e di matrice tardo ottocentesca, e ogni volta che leggo cosa mangiavano e bevevano i nostri avi me ne convinco sempre di più.

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