Il senso di Dogliani per il dolcetto, dalla Cantina Clavesana al resto del mondo

Il senso di Dogliani per il dolcetto, dalla Cantina Clavesana al resto del mondo

di Pietro Stara

Il grande storico francese Fernand Braudel, in omaggio al maestro geografo Paul Vidal de la Blanche (1845-1918), definì la geo-storia (la storia inquadrata nel suo contesto geografico) come “insieme di possibilità” e come complesso di “limiti condizionanti”. “L’Irlanda – scrisse  de la Blanche – è  troppo vicina all’Inghilterra per evitarla, troppo vasta per essere assimilata, è vittima della propria situazione geografica”.

Così il Dolcetto di Dogliani, troppo vicino alla Langa del Barolo e del Barbaresco per evitarla, in un’area troppo vasta per essere assimilata, con delle peculiarità territoriali e storiche in gran parte differenti, è vittima della propria situazione geografica e non solo. A differenza della storia a grana grossa e della lunga durata proposta da Braudel e dalla École des Annales, qui ci troviamo a discutere di questioni dell’altroieri, di un territorio assai limitato e di processi storici su cui hanno pesato tempi e velocità digitalizzate a cui raramente l’agricoltura può tenere il passo, se non piegando se stessa a mode, economie dell’immediato, remunerazioni di capitale a ritorno mediatico, spoliazioni e privazioni territoriali.

Fino a quarant’anni fa, cioè l’altroieri, il dolcetto stava alle Langhe e dintorni come Albert Einstein stava alla teoria della relatività generale. Nell’arco di pochi anni i primi due termini dell’equazione si sono pressoché dissolti. Sono sempre stato lontano dalle spiegazioni mono-causali in storia e quindi lo eviterò anche adesso: diverse sono le ragioni che ci portano all’oggi e occorrerebbe avere molto più tempo e spazio per analizzarle. Sicuramente i cambiamenti culturali nei gusti; sicuramente l’affermazione commerciale del nebbiolo nelle sue varianti più nobili; sicuramente il calo del consumo quotidiano del vino in Italia; sicuramente la qualità media della produzione; sicuramente sull’intendersi che cosa sia o possa essere un Dogliani; sicuramente i piedi in più scarpe; sicuramente le divisioni interne ai dolcettisti doglianesi che, se gli altri sono individualisti, loro di più; sicuramente il non averci mai creduto abbastanza; sicuramente le speculazioni in lungo e in largo; sicuramente la sostituzione del dolcetto per coltivazioni più remunerative; sicuramente i costi di produzione; sicuramente i prezzi; sicuramente la ricettività dei mercati interni e internazionali. E sicuramente molto altro e non tutto di tutti. Sta di fatto che, facendo un raffronto con i dati dal 2010 al 2015, il Barolo produce, circa, due milioni di bottiglie in più, il Barbaresco 300.000, mentre, per contro, il Dogliani si è quasi dimezzato (da 5.617.333 a 3.016.800 bottiglie); il Barbera d’Alba è passato da 12.167.600 a 11.774.933; il Dolcetto d’Alba da 8.974.267 a 7.190.933. E, per chiudere, il Dolcetto di Diano d’Alba è calato da 1.202.133 a 955.200 bottiglie in totale.

La cantina di Clavesana, in tutto questo, non è solamente, con i suoi 2,5 milioni di bottiglie prodotte e 350 ettari di vigneto specializzato, il più grande produttore mondiale di dolcetto. La cantina di Clavesana è l’insieme delle possibilità del Dolcetto di Dogliani, nei limiti compresi e provvisori. La cantina di Clavesana è la cassa di resistenza del Dolcetto di Dogliani. Trecento teste, di cui 280 soci viticoltori in conferimento totale, che cercano di farne una in cooperativa. Anna Bracco, direttrice della Cantina, lo sa e se ne fa carico: ha le spalle larghe almeno quanto il crinale che va dallo Sbaranzo alle Surie. Panchine grandi comprese. Ne parliamo a lungo, prima e durante la degustazione dei vini, assieme all’enologo Damiano Sicca. Discutiamo del Doglianese come potenziale territorio di “ricaduta” dei più importanti e prezzati terreni da nebbiolo: qui si va da 30 a 70 mila euro ad ettaro contro i due milioni e passa del di là. Ma quattro o cinque anni fa da queste parti costavano la metà. E poi tutti a togliere dolcetto in basso e a piantar nocciole, che le pagano bene: dai quattro ai cinque euro il kg e poco lavoro rispetto alla vigna. E in su l’Alta Langa che qui significa chardonnay, metodo tradizionale, con prezzi che vanno dai 18 ai 25 euro a bottiglia. Di fianco i nebbiolisti e, dentro, quelli che nebbiolisti vorrebbero esserlo.

Anna e Damiano lo sanno per bene: “se vogliamo salvare il dolcetto, dobbiamo diminuirne la portata. Adesso è il 90% del nostro coltivato e il 90% del nostro prodotto. In futuro dovrà essere il 70%”. Gran parte della produzione, circa il 40%, passa per la grande distribuzione attraverso i canali Horeca, Coop, Conad, Carrefour, Esselunga e Bennet. I grandi marchi fanno un po’ a sé – racconta Anna – e spesso è difficile controllare o concordare azioni comuni, definire strategie e via andando. Mi riferisce, ad esempio, di quando alcune catene promuovono il loro vino a costi più bassi di quanto lo abbiano pagato, oppure di quando non vengono aggiornati i prezzi a scaffale, oppure… ma rimangono sempre canali prioritari ed essenziali per una cantina con quei volumi. Il 90% del vino gioca in casa (territorio nazionale) e un gran lavoro viene fatto dal centro di distribuzione presente in cantina che, oltre alle bottiglie, registra uno smercio di sfuso pari a circa 7000 ettolitri annui. Anna si prodiga come messaggera del dolcetto su vari mercati internazionali e, a volte, quando torna a casa e racconta ai soci il lavoro che sta facendo non sempre viene compresa appieno: la tangibilità immediata, nelle mentalità contadina di quelle parti, è ancora molto forte. Capiscono perfettamente, ed è un esempio che mi fa Damiano in diretta nei confronti di una necessità contingente, se c’è da cambiare un filtro, ma diventa più arduo spiegare che si va in Nuova Zelanda per mettere le basi di qualcosa che “se son rose fioriranno”.

Cambiare per tenere il dolcetto. Innovare per tenere il dolcetto. Innestare per tenere il dolcetto. Poi Anna è di lì, mica viene da Poirino, tanto per dire. A quei posti ci tiene. In cima, allora, si pianta lo chardonnay e il pinot nero, per fare il metodo classico. Un giorno avranno bottiglie composte al 60% da pinot e al 40% da chardonnay. Ma chardonnay e pinot, che ora è coltivato soltanto per una giornata piemontese (3810 mq), vengono proposti anche in purezza e senza bollicine. E poi nebbiolo e barbera, già presenti e votati, soprattutto il nebbiolo, ad un incremento. E il biologico. Anna dice che questo è il futuro e che bisogna attrezzare la cantina per supportare una produzione di tale rango, mentre Damiano parla dei mercati internazionali e di come questi, gratis et amore Dei, non vogliano ritrovarsi in bottiglia alcune molecole e certi residui chimici, per cui, a ricaduta, la cantina vincola i soci ad una lotta integrata che eviti carichi da novanta in vigna. Un piccolo pezzo di vigna, accanto alla scuola in frazione le Surie, già recuperata come luogo di socialità sulla ruralità e sul vino, è stata impiantata (nebbiolo, dolcetto e pinot nero) a conduzione biologica e diventerà, nelle intenzioni della cantina che della vigna è proprietaria, oltre che produttrice di un vino simbolico (Una giornata per domani), anche luogo di sperimentazione.

Tra una chiacchiera e una degustazione si è fatta la mezza: ci lasciamo per una prossima bevuta e mi dirigo, assieme a mio padre, all’agriturismo Il Palazzetto, un poco più in là, dove ci aspetta il resto della famiglia. Prima di mangiare – e lì si mangia davvero molto bene, a prezzi davvero molto giusti, in un ambiente davvero molto bello – faccio ancora due chiacchiere con il proprietario. Mi parla di dolcetto, di nocciole, e finisce per raccontarmi che un pezzo di terreno, poco più in basso a ridosso del bosco, sta pensando di metterlo a luppolo: “spero che Teo (Baladin) me lo ritiri. Glielo devo chiedere”.

Alcuni vini assaggiati, secondo me.

1221 Piemonte  Chardonnay spumante 2014 Brut
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota. (Cesare Pavese, Donne appassionate).

LAN Langhe Chardonnay 2015
C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo. (Cesare Pavese, Estate).

Clavesana Dogliani 2011
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta. (Cesare Pavese, Hai un sangue, un respiro).

Clavesana Dogliani 2015
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera. (Cesare Pavese, La terra e la morte).

Le clou Dogliani Superiore DOCG 2013
Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi (Cesare Pavese, La terra e la morte).

Era Barbera d’Alba DOC Superiore 2013
Sull’aia liscia e soda come un tavolo di marmo, saliva il fresco della sera. Ai piedi di una collina, quando il sole è appena calato dall’altra parte, la terra pare schiarirsi di luce propria, una luce fresca e silenziosa, che esce dai sassi e dalle cose nude. Nell’aria immobile, dietro la  stalla, scoppiava a tratti da lontane colline, dondolando sul vento, un frastuono di musica ballerina, che pareva una rissa di gole squillanti.
(Cesare Pavese, Notte di festa).

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

6 Commenti

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maurizio gily

circa 4 anni fa - Link

Grazie Pietro Stara. Come si dice da quelle parti, le Langhe sono due. Mi inchino con ossequio all'altra, quella del Barolo e del Barbaresco, ma questa mi è particolarmente cara. E ancor più questa cantina, e la sua direttrice.

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Carlo Macchi

circa 4 anni fa - Link

Bellissimo articolo, complimenti. In poche righe fa un quadro complesso e completo del Doglianese e del Dogliani . Bravissimo.

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luis

circa 4 anni fa - Link

Il Dolcetto è da sempre il grande incompreso dei vini piemontesi: bevuto ampiamente in ambito regionale, fuori confine era apprezzato solamente dai milanesi (quello D'Alba) ed un po' in Liguria. Oggi, complici tutte quelle ragioni elencate da Pietro Stara (e se ci mettessimo a tavolino potremmo trovarne pure altre), il destino di questo vitigno sembra segnato: spiantato per fare posto ad altre varietà od altre colture più redditizie. Personalmente ritengo che solo l'ampia estensione del vigneto-dolcetto impedisca il suo declassamento alla categoria di vitigno minore, alla stregua di freisa, grignolino e bonarda, tanto per citare altre cultivar tradizionali che non se la passano affatto bene. Che dire? Io che spero di passare la mia pensione, invero piuttosto lontana, passeggiando per le vigne del Dogliani, posso solo invitare i produttori a tenere duro ed a cercare di valorizzare questo vino a cui non manca niente per stare a tavola con nebbiolo e barbera (produttori delle langhe non relegate sempre il dolcetto nell'angolino basso dei vostri listini, dategli dignità. Non è svendendolo che si può valorizzarlo!).

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Luca Miraglia

circa 4 anni fa - Link

Per completezza di informazione, non lascerei nel dimenticatoio la terza grande tipologia di Dolcetto, l'Ovada, che, assurto a notorietà - almeno fra gli appassionati - grazie alle mitiche bottiglie di Pino Ratto, sembrava destinato ad un ineluttabile declino ed oblio. Per fortuna sembra ci sia un risveglio, magari "benedetto", dall'alto, dal nume tutelare del vignaiolo-farmacista-jazzman.

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Denis Mazzucato

circa 4 anni fa - Link

Posso dire "cheppallestometodoclassico"? Intanto il prosecco costa meno e lo champagne è più buono. Basta! Se in giro per il mondo sapessero quanta goduria può venire da un San Luigi da 9 euro impazzirebbero!

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michele

circa 4 anni fa - Link

Grazie Pietro. Grazie.

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