Il Roero e un disciplinare affogato nel legno

Il Roero e un disciplinare affogato nel legno

di Michele Antonio Fino

DISCLAIMER: chi scrive non ha alcun ritegno nel dichiarare la propria viscerale parzialità riguardo al Roero. Sin dal tempo dell’obiezione di coscienza, spesa in comune a Canale dal 14 aprile 1998 al 12 febbraio 1999, l’irriducibile passione per la riva sinistra del Tanaro divora l’autore, che non può pertanto in alcun modo essere considerato oggettivo.

Nel volgere di una settimana ho visto dove era, dove è e dove potrebbe essere il Roero DOCG.

Tutto è accaduto tra la presentazione del nuovo vino rosso Apapà 2015, da parte dell’azienda agricola Matteo Correggia, e il pranzo domenicale di ieri, quando le trifole più profumate del mondo (che ovviamente nascono a sinistra del Tanaro) sono state accompagnate da una bottiglia di Printi 2015 di Monchiero & Carbone, fresca di Trebicchieri.

Dopo anni passati a rompere le scatole al prossimo, so già che state pensando: ma come, hai detto Roero DOCG, che cosa c’entra il vino rosso Apapà?

Ebbene, quest’ultimo è, senza alcun dubbio, un piccolo (meno di 500 bottiglie per ora) capolavoro operato dal magnifico trio (Ornella, Brigitta e Giovanni Correggia) che tiene alto il nome della realtà voluta, con caparbia volontà di qualità assoluta, dal mai abbastanza compianto Matteo. Uve nebbiolo, provenienti dall’iconica vigna in località Val dei Preti (vale a dire sabbia e verticalità in quel della Valle dei Lunghi, tra Santo Stefano Roero e Canale), due anni di affinamento in clayver e due anni di bottiglia. Un tripudio di raffinatezza, un naso floreale e speziato come pochi, una bocca tesa, sostenuta da una acidità integra e da quel tannino finissimo, come la punta di un cucchiaino di polvere di cacao soffiata in bocca, che solo le sabbie regalano.

Tutto bene? Sì. Almeno fino a quando non leggi sula bottiglia vino rosso 2015. Come mai? Semplice: il disciplinare del Roero, sulla scorta di quanto deciso dai cugini della destra Tanaro, impone almeno 6 mesi in legno sui 20 necessari ad uscire come Roero DOCG o 32, se l’obbiettivo è uscire come Roero DOCG Riserva. Il clayver, invenzione italiana prodotta con il gres a Vado Ligure, con il legno non ha nulla a che vedere.

Al contrario, un perfetto esempio dello stile scolpito nel disciplinare è il Roero Printi 2015 di quel vulcano di idee e azioni che è il presidente del Consorzio di Tutela del Roero: Francesco Monchiero.

Teso e asciutto, unisce le note leggermente tostate ad un naso floreale che ne risulta un po’ irregimentato (sebbene, lo abbiamo bevuto assai giovane questo Roero DOCG Riserva, acclamato Trebicchieri dal Gambero Rosso, per la decima volta nella sua storia).

Così, à rébours, ho potuto sentire il Roero che (forse) sarà e quello che è già oggi, realizzato e pure celebrato. Non ho potuto però che ricavarne una ennesima conferma circa il modo in cui i disciplinari siano scritti, soprattutto in rapporto a come dovrebbero esserlo.

Prescrivere il materiale dei contenitori in cui si affina il vino è davvero necessario o non è piuttosto un retaggio di tempi in cui senza le forche caudine di un passaggio in legno la gentilezza di aroma e di beva non potevano essere raggiunti? Che senso ha limitare le interpretazioni aziendali, che pure conducono a un normalissimo e vivaddio sacrosanto esercizio del rischio di impresa, consentendo al massimo che la libertà sia praticata tra legno grande e legni piccoli? Se da dieci anni il massimo per un produttore è che il cliente dica di sentire il legno quando il vino non c’è stato mai e viceversa, non sarebbe ora di scrivere nei disciplinari che l’affinamento è, in termini di durata, obbligatorio ma come e dove il vino debba passare il proprio tempo di riposo dovrebbe essere un affare esclusivamente di chi il vino fa e vende?

Intanto che mi interrogo, brindo felice al futuro radioso del Roero.

7 Commenti

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Sancho P

circa 6 mesi fa - Link

In generale, purtroppo, è una denominazione che esercita poco appeal. Basti pensare che il vigneto piu rinomato, il Valmaggiore, viene imbottigliato da produttori del calibro di Giacosa, Sandrone, Abrigo , Marengo e Sordo come Nebbiolo d'Alba anzichè come Roero.. Suppongo per ragioni di ordine commerciale, in quanto la denominazione Nebbiolo è più attraente per il consumatore. Imbottigliare , il Valmaggiore come Roero, sarebbe un be l passo per rilanciare tutta una denominazione, dandogli l'attenzione che merita.

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Andrea T

circa 6 mesi fa - Link

Chicco ne fa un ottimo Roero, del Valmaggiore. Anche se la mia preferenza in assoluto sul Roero va al Bric Paradiso di Tenuta Carretta. Ammetto però, che sono giudizi fortemente condizionati da legami affettivi, sia sulla zona in generale che sul vigneto in particolare.

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Marco

circa 6 mesi fa - Link

Sicuramente un problema è che sulla stessa area insistono il Nebbiolo d'Alba, il Roero (nelle due versioni) ed il Langhe Nebbiolo. Mentre ci starebbe mantenere il Langhe, come doc "regionale", gli altri 2 non hanno davvero senso; in più Nebbiolo d'Alba e Langhe Nebbiolo sono confusi da tutti

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Michele Antonio Fino

circa 6 mesi fa - Link

Tecnicamente, Nebbiolo d'ALba e Roero sono alternativi. IL produttore sceglie a queale albo iscrivere la vigna. Certo: nebbiolo sembra autovendente, ma vivaddio gente che ha fatto per decenni Nebbiolo d'Alba DOC La Val dei Preti, come Matteo Correggia, da cinque anni ha iscrittola vigna a Roero e fa solo Roero con le uve Nebbiolo. Che dei langhetti usino i nebbioli di Valmau per fare Nebbiolo d'Alba ci sta. Per fortuna, in Valmau insistono ottime vigne di Ca Rossa (Audinaggio) oltre che di Valfaccenda. Il Langhe DOC Nebbiolo è la cosiddetta ricaduta: in sostanza una declassazione anche si tratta di una DOC e non di una IGT, ma la cosa si spiega con il fatto che in Piemonte non ci sono IGT.

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Sancho P

circa 6 mesi fa - Link

Ci sta e capisco che potrebbe essere una ulteriore referenza impegnativa per chi giá produce ed è celebre per Barolo e Barbaresco, ma come ha scritto Sergio , ci potrebbe essere un bell'effetto trascinamento per l'intera denominazione. La val dei preti è cresciuto tanto negli anni, si è emancipato dall' ombra del fratello maggiore e secondo me è tra le primissime espressioni della denominazione. A parer mio , la finezza olfattiva, l'eleganza del valmaggiore di Sandrone , al momento rappresenta la massima espressione della tipologia, (anche se imbottigliato come Nebbiolo). Appunto sabbia e verticalità. Ma il Roero della mia vita, rimane un Roche d'ampsej del 96' bevuto un paio d'anni fa. Potente e dritto con un goudron nettissimo che saltava dal bicchiere. Indimenticabile Matteo Correggia.

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C.A.

circa 6 mesi fa - Link

Stesso di scorso del Valmaggiore, credo per "Ochetti" Ratti e Prunotto imbottigliano il vino proveniente da uve di questo cru come Nebbiolo d'Alba. Da quello che mi sembra di capire quindi: Giacosa, Renato Ratti, Luciano Sandrone, Prunotto ed altri potrebbero avere un Roero in etichetta. Peraltro da vigneti di prima fascia.

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Sergio

circa 6 mesi fa - Link

Per quanto concerne l'uvaggio, è proprio la denominazione Nebbiolo d'Alba che prevede l'uso di sola uva nebbiolo, contro il minimo 85 per cento del Langhe Nebbiolo e il minimo 95 per cento del Roero. In effetti vedere un Roero targato Sandrone o Giacosa farebbe effetto.

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