Il piacere della birra di Slow Food | Un libro fondamentale per amarla (inevitabili polemiche annesse)

Il piacere della birra di Slow Food | Un libro fondamentale per amarla (inevitabili polemiche annesse)

di Jacopo Cossater

Il piacere del vino è senza dubbio il libro che negli anni ho consigliato più e più volte, anche su queste pagine. Volume irrinunciabile per iniziare a confrontarsi con quelle che sono le nozioni base di questo mondo, che si tratti di produzione o di assaggio. Trovo infatti nessun’altra pubblicazione sia ancora riuscita a trattare l’argomento con altrettanta chiarezza, semplicità, sintesi.

Per questo motivo aspettavo Il piacere della birra (di Luca Giaccone ed Eugenio Signoroni, Slow Food Editore, 16,50 euro) con molta curiosità. Volevo capire se il timbro poteva essere lo stesso e se sarebbe diventato da subito uno di quei libri usciti “per rimanere”. Beh, così è stato. Ieri pomeriggio sono entrato in libreria e ci sono voluti pochi secondi per capire che mi trovavo di fronte non a un insieme di sole nozioni for dummies ma a un libro che anche chi già mastica l’argomento avrebbe potuto trovare di grande interesse, capace di andare oltre le nozioni più semplici e basilari e di proporre spunti e approfondimenti quanto mai attuali.

Il primo capitolo è dedicato alle materie prime. Una quarantina di pagine molto, molto chiare tra acque, malti, luppoli, lieviti. Il secondo alla produzione e il terzo alla storia della birra a alla sua evoluzione con una fondamentale appendice sul concetto di stile, materia per chi viene dal vino spesso di difficile comprensione. Il quarto è il più corposo e per chi conosce i fondamenti forse quello più interessante: oltre cento pagine dedicate ai principali paesi produttori (Belgio, Stati Uniti d’America, Regno Unito, Germania e Repubblica Ceca), ai loro stili più noti e alle tendenze che ne hanno cambiato l’immagine negli ultimi anni. Ogni tema è affrontato da una firma diversa, riferimento nazionale o quasi su quello specifico argomento. Una diversità che invece di portare confusione arricchisce il volume di idee e di visioni diverse. A un primissimo sguardo mi sembrano immancabili gli approfondimenti di Marco Pion sulla produzione a stelle e strisce (due esempi: Il Colorado, il cuore del movimento americano dove le idee e le tradizioni fermentano vivaci alimentando la rivoluzione e La California del nord, grandi birre che nascono in una terra di vini) e quelli di Luca Giaccone e Andrea Camaschella su Pils, Weizen, Rauchbier e Keller. Ma diffidate del sottoscritto, questi sono proprio gli argomenti che forse in questo momento ho maggiore voglia di approfondire, non c’è credo pezzo all’interno di tutto il capitolo che non valga la pena di essere divorato. Il quinto è dedicato al consumo tra conservazione, bicchieri e abbinamenti, tema questo purtroppo relegato a ruolo di comprimario. Si tratta infatti di questione, come nel vino, sempre attualissima ma forse con pochissimo appeal, per questo spesso affrontata solo in modo periferico.

L’ultimo capitolo si chiama “Le birre in Italia” e contiene una bella panoramica su quelle che vengono considerate dagli autori e dai loro collaboratori come le tappe imperdibili della Penisola. Una quarantina di indirizzi divisi in ordine geografico che racchiudono il meglio della produzione tricolore tra insegne storiche, quelle che hanno dato il via al movimento artigianale italiano, e nomi più recenti. Tra questi spicca inevitabilmente quello più scottante, quel Birra del Borgo acquisito nel 2016 dalla multinazionale Ab-InBev e quindi per definizione non più artigianale. Da qui la domanda, quanto mai spontanea: non è infatti chiara (anzi, è chiarissima, ma facciamo come se) la posizione degli autori e della casa editrice in merito, con un volume che da una parte è dichiaratamente descrittivo della birra artigianale e delle sue mille sfaccettature e che dall’altra non esita a fare qualche eccellente eccezione, come se con l’acquisizione di cui sopra nulla fosse cambiato. Sono infatti gli stessi autori a specificare nella scheda, entusiasta come tutte le altre, che la produzione di Leonardo di Vincenzo – tra i collaboratori della pubblicazione – “mantiene la costanza e la qualità di sempre”. Benissimo, anche qui si spera che le cose non cambino e che Birra del Borgo continui a produrre birre eccellenti con la stessa intraprendenza e indipendenza di sempre, solo non si capisce molto bene quale sia il metro di giudizio di Slow Food in merito. I vignaioli politicamente scorretti no, quelli vengono esclusi in automatico, le multinazionali della birra sì, non c’è niente di male.

Detto questo si tratta di volume a una prima impressione fondamentale, capace come era stato per Il piacere del vino di raccontare un mondo ancora più variegato con chiarezza, semplicità, sintesi. Se anche solo lontanamente vi interessa l’argomento correte in libreria.

Edit del 16/06/2017: a distanza di pochi minuti dalla pubblicazione di questo post è uscita su Slow Wine, a firma di uno dei due curatori, una presentazione del libro e una spiegazione legata alla questione posta anche qui.

“Ci siamo concentrati sui luoghi in cui è avvenuto e sta avvenendo qualcosa di significativo: dodici regioni, 39 birrifici e una città, Roma, che nello sviluppo del movimento continua a giocare un ruolo da protagonista. Troverete birrifici molto noti, altri meno, birrifici che hanno fatto scelte su cui molto si è discusso e molto si continuerà a discutere per quanto siano state dirompenti e scioccanti, e birrifici che hanno inventato e reinventato stili secondo una sensibilità tutta italiana. E sì abbiamo messo anche Birra del Borgo. Il perché è semplice, e non convincerà forse tutti, ma siamo sicuri che in un itinerario che racconta Lazio e Abruzzo sia fondamentale parlare di Manuele Colonna e del suo Ma che siete venuti a fa e allo stesso tempo non si possa non inserire uno dei birrifici che hanno fatto la storia birraria di questo Paese.”

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

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