Il Lambrusco alla prova del tempo: bere subito o aspettare?

Il Lambrusco alla prova del tempo: bere subito o aspettare?

di Massimiliano Ferrari

Slongherla si ma scamperla no, si dice dalle mie parti.
Il detto in vernacolo parmense sta a indicare che l’approssimarsi di un destino o l’ineluttabile compimento di un dovere si può rimandare ma, prima o poi, tocca farci i conti. Allungarla si ma sfuggirla no è il senso ultimo del proverbio.
La frase, nella sua cruda verità, mi rimbalza in testa da quando, pochi giorni fa, ho preso parte ad una di quelle maratone di assaggi che svelano qualcosa su di te che bevi e su una tipologia di vini a cui forse sei debitore. Nel mio caso personale si tratta del lambrusco, anzi dei lambruschi.

L’occasione era di verificare la tenuta nel tempo del vino che, nell’opinione comune, è meno capace di dialogare con gli anni passati in bottiglia, per l’appunto sua emilianità il Lambrusco.
Proprio questo il tema della serata, Resistenza all’ossidazione, organizzata grazie al prode lavoro dell’Osservatorio del lambrusco, congrega che riunisce un eterogeneo gruppo di appassionati sotto il segno del culto lambruschista e dedito alla sua diffusione.
A presidiare e coordinare l’Osservatorio un capace e sensibile nostromo come Matteo Pessina, docente ALMA e funambolico assaggiatore, uno che al vino sta come Neeskens stava al calcio. Classe e concretezza.

E qui torniamo alla frase dell’inizio, perché come ampiamente diffuso nell’universo vino i lambruschi sono quei vini da consumarsi a stretto giro dall’imbottigliamento, da non attendere né scordare in cantina, colpevoli del peccato originale di mancata longevità. Incapaci quindi di sfuggire a lungo la propria fine che, spietata, inchioderà il lambrusco prima che poi.
Ma ovviamente i luoghi comuni sono sempre da sfatare e finalmente anche quello che vuole il lambrusco vino di pronta beva è destinato a cadere.

Ci si trova quindi una sera di luglio in una accogliente cascina nella pianura più piatta che possiate immaginare, spazio agricolo-conviviale che non sarebbe stato fuori posto in qualche scena del Novecento di Bertolucci.

L’idea è quella di sottoporsi ad una serrata sequenza di assaggi, quasi una cinquantina per la cronaca, che abbracciano vini provenienti dalle tre provincie del vino emiliano per antonomasia più la lombarda Mantova e divisi poi fra rosati, rifermentati in bottiglia e metodo Martinotti.
Senza assembramenti se non quello dei bicchieri davanti al proprio naso questa lunga cavalcata fra le praterie porpora, rosso corallo e violacee dei vini proposti si è rivelata un disvelamento del carattere più nascosto, intrepido e vibrante del continente lambrusco.

Serviti in un rigoroso ordine e bendati per non tradire influenze e suggestioni, nei bicchieri si sono succeduti sorbara che mantenevano un’acidità incisiva e agrumata anche dopo 3/4 anni di bottiglia, versioni di grasparossa diventati quasi vini fermi con una veste di bolle giusto per non spezzare il legame con la terra d’origine, lambruschi con sviluppi terziari di funghi secchi, spezie e tartufo da far dubitare di trovarsi in terra emiliana. E ancora lambruschi che stupivano per toni bitter da vermouth, altri ancora vivaci e quasi fanciulli, alcuni severi e tannici oppure dalla bevibilità straripante.

Allo stesso tempo non tutte le bottiglie hanno saputo fronteggiare il feroce trascorrere degli anni a testa alta uscendone integre e ancora in piedi. Vini cotti e spenti alcuni, altri ingessati da dosi troppo generose di solfiti che ne hanno cristallizzato il profilo in un botox enologico eccessivo sono state le immancabili delusioni della serata.

Ma tirando le somme l’esercizio ha comunque portato a casa un bel risultato. Su quasi cinquanta campioni più della metà ha messo in luce integrità ed equilibrio e all’interno di questa porzione alcuni vini hanno staccato il gruppo e in solitaria si sono portati alla vetta. Perché alla fine anche in questa serata ci sono stati vincitori e vinti e tirare fuori un podio era obbligatorio.

Quindi fuori i nomi e vediamo chi ha saputo districarsi meglio fra le spire del tempo.

In terza posizione si piazzano i fratelli Storchi da Montecchio Emilia. Siamo nelle terre reggiane dell’Enza, perciò terreni alluvionali e altitudini infinitesimali, conduzione bio per un produttore che gioca bene le sue carte fra vini della tradizione e vitigni internazionali. Il loro Pozzoferrato, annata 2015, ha stupito per integrità e originalità, giustamente tannico come si conviene ad un lambrusco di razza, ancora disteso e fresco nonostante i cinque anni trascorsi.

Salendo di un gradino troviamo un outsider per il grande pubblico ma una ricorrente presenza per i ragazzi dell’Osservatorio che ogni anno ne premiano un aspetto, che sia la bevibilità o un’ottima propensione all’invecchiamento come nel caso di quest’anno. E’ il lambrusco ‘17 di Egidio Salati, siamo sulle prime colline parmensi, dalle parti di Sala Baganza. Piccolo produttore, molto local, ha sfoderato un vino straordinario. Originale, con toni di china, bello sapido, evoluto in maniera stupefacente.

Alla fine la bottiglia che si è dimostrata capace di dialogare meglio con il trascorrere degli anni è stato la versione ‘17 dell’Omaggio a Gino Friedmann, versione autoclave, della cantina di Carpi e Sorbara. Iconica bottiglia della tradizione modenese, sorbara in purezza, ha guadagnato onori e punti in classifica per una lettura del vitigno tradizionale, leggiadra, dotata di una grande piacevolezza di beva sommata ad una complessità che i quasi tre anni di bottiglia hanno arricchito. Un sorbara didascalico, giocato su un’acidità ancora elettrica ma inspessito da un naso sfaccettato mentre in bocca ha sfoderato un motore da fuoriserie.

I miei appunti macchiati e disordinati registrano qualche altra etichetta degna di nota. Ottima prova è arrivata anche da “La Rondinina” di podere Cervarola, un lambrusco rosato datato 2016 che mi ha stupito per una bolla finissima e un naso evoluto da cui sono uscite spezie, ciliegie sotto spirito e un tono wild molto coinvolgente. Altra menzione d’onore se la merita il lambrusco di Casalpriore, versione 2017, giocata su un’alternanza di dolcezza fruttata e sapidità e una bevibilità paurosa che mi hanno costretto senza difficoltà a svuotare il bicchiere senza degnare di uno sguardo la sputacchiera al mio fianco.

C’è una morale da trarre da questa degustazione rusticana e frizzante? La più immediata è che i lambruschi ormai sono vini completamente sdoganati da una visione che li vuole relegati a prodotti industriali, da corsia di ipermercato. Proseguendo poi nella crociata contro i luoghi comuni si può dire, senza timore di smentite, che si tratta di vini che nei confronti del tempo trascorso non hanno timori riverenziali, capaci di mantenersi in piedi anche dopo 5/6 anni senza vacillare ma anzi tirando fuori pedigree insospettabili.

Chiaro, non si sta parlando di nebbiolo e quindi l’invecchiamento rimarrà circoscritto ad un periodo temporale ridotto, ma se qualche anno fa si fosse proposta un assaggio di lambruschi per testarne la capacità di durata si sarebbero sollevate risate assordanti.

Ormai anche oltreoceano si sono accorti che il lambrusco è vino da prendere sul serio, lontano anni luce da quel liquido simil-chewing-gum che attraccava negli anni Ottanta nei porti degli States. Basti andare a leggersi cosa scrivono quelli di Punch in un recente articolo dedicato alle bolle emiliane per rendersi conto che grasparossa, salamino, maestri o sorbara sono uve sempre più presenti nelle liste vini di NY.

Il mio consiglio quindi è molto semplice. Nel fare scorta di lambrusco ricordatevi di prenderne sempre una bottiglia in più e dimenticatela in un angolo della cantina. Poi fra qualche anno, quando l’aprirete, mi sarete grati.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

13 Commenti

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James Koch

circa 2 mesi fa - Link

YES! :) A 2013 Salamino (charmat, secco) made by Paola Rinaldini continues to drink well in 2020. A fascinating wine. The 2011 Metodo Rifermentazione Ancestrale Grasparossa made by Vani Nizzoli continues to show zero oxidation. Yes, true Lambrusco is enjoyable young and “old”. Something small top-quality Lambrusco producers have always known.

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Massimiliano

circa 2 mesi fa - Link

These wines confirms the theory that Lambrusco is a wine for ageing!

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Lanegano

circa 2 mesi fa - Link

Interessante Massimiliano, bell'articolo davvero. Però da parmigiano di Oltretorrente DOC da almeno cinque generazioni ed enofilo terminale devo confessare che il Lambrusco, pur essendo profumo e sapore ancestrale che riconoscerei tra mille, continua negli anni a non incontrare il mio favore. Pur modificando negli anni gusti, stili, terroir e vinificazioni ogni tanto provo a riassaggiare Lambruschi di varia fattura ma la scintilla non scocca mai.... Quando lo dico a qualche nostro conterraneo vengo guardato sempre con un misto di incredulità e malcelata diffidenza ma così è...... Saluti, a te : magari un giorno i nostri percorsi enologici si incontreranno in qualche anfratto della città ducale.

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Lanegano

circa 2 mesi fa - Link

'Slongherla si, scamperla no' era praticamente un mantra di mio nonno..... :)

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Massimiliano

circa 2 mesi fa - Link

Nemo propheta in patria... ci sta che il Lambrusco non piaccia a tutti! Esatto, magari ci si incontra a qualche bancone!

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Damiano

circa 2 mesi fa - Link

Un concetto espresso dall'articolo (che condivido pienamente) è quello che i lambruschi sono nel tempo diventati vini di buona fattura, ottima beva ed eccellente espressione del territorio. Ma se un mezzo per arrivare al concetto di cui sopra è la resistenza all'invecchiamento (di fatto la spina dorsale dell'articolo)... beh... ahimè non mi trovate d'accordo. La migliore peculiarità del lambro è proprio quella sua esuberanza ed allegria infantile... perchè sforzarsi di cercare quello che non c'è? Magari tecnicamene qualcuno avrà anche retto... ma ritengo che se la stessa degustazione fosse stata fatta a 3 mesi dall'imbottigliamento (chiaramente con scopi ludici diversi) la soddisfazione sarebbe stata molto più grande. Lasciamo quindi al Nebbiolo il buen retiro in un isola norvegese... ed al lambrusco giocare a palla per strada rmpendo i vetri. Citando l'autore dell'articolo... "nel fare scorta di lambrusco ricordatevi di prenderne sempre una cassa in più e dimenticatela in un angolo del frigo. Poi fra qualche giorno, quando l’aprirete, mi sarete grati." Per chiudere nel mio vernacolo.... "pàn d'un dè, vèn d'un àn... e 'na ragàza ed desdòt àn!!!!" (traduzione a richiesta).

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Massimiliano

circa 2 mesi fa - Link

Sono d’accordo con te, il lambrusco dev’essere buono a prescindere dalla capacità di invecchiare, però è interessante valutarne anche questo talento, la sua esuberanza e vivacità giovanile è un aspetto ormai consolidato. Frase finale molto chiara e auspicabile 😉

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vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

...consiglio spassionato : assaggiate i Metodo Classico Gran Concerto di Ermete Medici e , soprattutto quello di Lini 910 con sboccatura dopo 10 anni sui lieviti ...vi metterà in discussione ogni Vostra certezza...

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Damiano

circa 2 mesi fa - Link

Si... ma questi sono metodo classico... quindi dovrebbero fare eccezione. Detto ciò, seguirò certamente il tuo consiglio (in variante MC non li ho mai assaggiati).

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James Koch

circa 2 mesi fa - Link

Both are fantastic. But... ‘Lambrusco Spumante‘ is an Italian sparkling wine made with Lambrusco grapes. It’s not a Lambrusco. In 1965 Big Wine started to manufacture junk Lambrusco (4-9.5% alc.) and promoted it as genuine worldwide. A tragedy with horrible consequences.. Now we’re being told that ‘Lambrusco Spumante‘ is some sort of “premium” Lambrusco.. More nonsense. TRUE LAMBRUSCO is, has been and always will be red (never white), fizzy (frizzante), secco (0 to max 15g/l sugar), minimum 10.5% alc, and twice fermented in tank (charmat) or bottle (rifermentazione ancestrale). What’s wrong with Emilia?

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hakluyt

circa 2 mesi fa - Link

Trovo che una degustazione di 50 vini in una singola serata sia un non-senso. Mi domando in che condizioni erano le papille gustative/olfattive dopo una trentina di assaggi. Non vi passa per la mente che gli ultimi venti vini assaggiati siano stati penalizzati nel giudizio ???

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Massimiliano

circa 2 mesi fa - Link

Ma parlare di non-senso mi sembra esagerato; innanzitutto la degustazione è durata circa 4 ore, quindi una decina di campioni all'ora, media sostenibile... inoltre siamo stati aiutati da quel piccolo ritrovato della tecnica chiamata sputacchiera...ci sono degustazioni professionali dove il numero di assaggi è anche maggiore.

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hakluyt

circa 2 mesi fa - Link

Mi vuoi dire che, facendo uso della sputacchiera, le papille gustative/olfattive ne hanno tratto beneficio ??? O forse ne hanno tratto beneficio solo le mucose gastriche ed il valore dell'alcolemia ???

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