Il fantasma del dolcettino del passato. E il dolcettone del presente

Il fantasma del dolcettino del passato. E il dolcettone del presente

di Pietro Stara

Louis Scutenaire una volta disse che l’inconscio si vendica di notte. Per me pure di giorno. Mia moglie ne è l’esempio vivente: è il mio inconscio che deambula e parla di cose incomprensibili e percepibili solo a tratti. Di solito finisce con: “che cosa ti ho detto?” L’inconscio è un po’ questa robetta che viene fuori quando meno te lo aspetti e ti butta lì tutto il passato in un sol baleno. E io non sono assolutamente pronto a rielaborarlo o, peggio, a rispondergli, che gli dico a malapena: “Aspetta un attimo che mi devo lavare i denti”.

Ma lui niente, si aggrappa tra il gargarozzo e il buco dello stomaco e non mi lascia più sino al successivo: “che cosa ti ho detto?” Il vino è pure lui un pezzo del nostro inconscio, di una storia che si ripresenta improvvisa e si siede lì, bella comoda, a chiedere il conto. Hai voglia a pensare che ci sono i disciplinari che, a loro volta, ricadono su altri disciplinari che contengono sbavature, flessioni, imprecisioni, inesattezze dei vini di prima e quindi si aprono a maggiori ed ecumeniche tolleranze.

L’inconscio se ne fotte bellamente di tutte queste regolette formali ed eccotelo lì pronto ad urlare nell’orecchio: “ma te li ricordi quei bei vinelli di una volta, quando pensavi che ‘si potesse in un tino/spremer con agili dita/la poesia dalla vita/come dai grappoli il vino’?” (Arturo Graf). I suffissi in -ino/ina fanno proprio al caso dell’inconscio: appena pensi solo per un attimo che stai oggettivando da Dio, che sei il precursore olfattivo di madre natura in tutta la sua bellezza, erutta dal tuo profondo, in un vortice di immagini, la giostra a catene del paesello e la musica disco ‘80 pompata a martello.

Ci sei tu con i tuoi amici che per darti un tono con le ragazze hai la sigaretta in una mano e un bicchiere di quel dolcettino da 11,5 gradi, così tracannabile, nell’altra. “Non si può essere seri a diciassette anni/Una sera al diavolo birra e limonate/E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!/ Te ne vai sotto i verdi tigli del viale./Come profumano i tigli nelle serate di giugno!/ L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;/ Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, E profuma di vigna e di birra…/” (Rimbaud, Roman).

Ora come faccio ad essere serio con questo dolcetto qui che mi butta i suoi 14 gradi e passa, di grande polpa e carattere, con tutto questo frutto esuberante, caldo e tannini a piacere? Chi mi ridà i miei 17 anni?

[Immagine – crediti]

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

5 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 4 anni fa - Link

Un post leggero nella sua dolcezza, come la nostalgia per quegli anni lì. Quegli anni in cui non sapevamo, e anche se avessimo saputo, non avremmo capito, e anche se avessimo potuto capire, non avremmo voluto farlo. Mi riferisco al vino, ma anche il resto è lo stesso.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 4 anni fa - Link

Il Dolcetto a undici gradi e spiccioli non te lo ridarà nessuno, complice il tuo amato riscaldamento globale (più sole = più alcole) e i controlli sulle vigne che, almeno dove esistono, non permettono più di fare 250 quintali di uva ad ettaro. Che davano, appunto, quei vinelli profumati, stinti e leggerini con cui siamo cresciuti.

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Pietro Stara

circa 4 anni fa - Link

Sono sicuro che sia come dici, ma non sono nostalgico di quel dolcetto. Anzi, sono un sostenitore di coloro che hanno provato e stanno provando a fare altri dolcetto. Dei miei anni che l'accompagnavano e delle loro inconsapevolezze. Di quello forse sì. E poi era per dire che, in fondo, ma nemmeno troppo, abbiamo una memoria ancorata a percezioni e reminiscenze di cui non possiamo e, a volte, non vogliamo farne a meno.

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Alessandro Morichetti

circa 4 anni fa - Link

In realtà qualche esemplare anche ben fatto c'è, proprio sugli 11%. Certo un po' eretico ma qualcuno ci ragiona intorno. Sui 13% ci sono vini preziosissimi che adoro e personalmente preferisco a molti base nebbiolo, per quanto tale convincimento sia anti-storico, privo di appeal, da poveraccio e chi più ne ha più ne metta visto che è un intero areale a credere sempre meno in questa uva (per tante ragioni). Per dirne uno tra tanti, Valdibà 2013 di Nicoletta Bocca (San Fereolo) è un grande vino d'Italia senza ulteriori specificazioni e qualcuno se n'è accorto. Probabilmente - repeat - non in zona, ma pazienza.

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amedeo

circa 4 anni fa - Link

Hai ragione Alessandro, altro che anti-storico ecc ecc. Il San Fereolo poi è un piccolo gioiello e ho avuto il piacere di assaggiarlo qualche giorno fa alla presentazione romana del catalogo Les Caves de Pyrene. (Dove tra l'altro c'erano altri vini squisiti, faccio un solo nome, Faro di Bonavita).

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