Il Covid 19 e la paurosa crisi del vino in Sud Africa

Il Covid 19 e la paurosa crisi del vino in Sud Africa

di Salvatore Agusta

Come forse alcuni di voi avranno sentito, a partire dall’inizio dell’emergenza pandemica, in Sud Africa è stato indetto il più severo divieto al mondo per quanto riguarda la vendita e commercializzazione di vino e alcolici.

I divieti si sono susseguiti in due tornate; Il primo divieto, imposto alla fine di marzo, è durato nove settimane e per cinque di queste sono state vietate anche le esportazioni di vino (circa il 50% del vino sudafricano).

Tale provvedimento è stato revocato il 1° giugno ma successivamente, ovvero il 12 Luglio, il capo di Stato Ramaphosa ha nuovamente imposto i limiti su alcol e vino a causa dell’ennesimo aumento dei contagi da Covid-19.

Ormai da mesi impazzano sulle piattaforme social campagne di protesta targate #SaveSAWine e #JobsSaveLives a supporto sia dell’industria vitivinicola sia dei comparti collegati.

Come potrete immaginare, le ragioni di queste misure piuttosto controverse sono da ricercare nel piano di risposta locale all’attuale pandemia; invero, si tratta di una serie di misure per concentrare tutte le energie del paese nella sola produzione di beni essenziali, necessarie allo stato di emergenza presente ormai in tutto il mondo.

Sebbene le intenzioni siano lodevoli, i danni economici al comparto vitivinicolo potrebbero essere fatali.

Attualmente nel Paese operano 533 aziende vinicole, più 2.778 aziende vitivinicole; il Sud Africa è l’ottavo produttore di vino al mondo e il vino incide moltissimo sull’economia locale.

Secondo le stime di Wines of South Africa (WOSA), ente indipendente per l’industria del vino, il Sud Africa ha prodotto 974 milioni di litri di vino nel 2019, i quali rappresentato entrate per esportazioni pari a di R8,5 miliardi (€ 953 milioni).

Un portavoce della WOSA ha dichiarato: “Per il divieto iniziale sia delle vendite locali che delle esportazioni, prevedevamo perdite fino a 18.000 posti di lavoro. A seconda della durata di questo nuovo divieto, è probabile che questa cifra raddoppi. Per ogni settimana in cui non siamo in grado di vendere vino a livello locale, l’industria perde circa R300 milioni (€ 15,66 milioni). Con il blocco iniziale, abbiamo stimato che fino a 80 aziende vinicole potrebbero dover chiudere i battenti“.

L’ industria del vino sudafricana come modello da seguire.

I motivi per cui il Sud Africa merita rispetto e aiuto sono molteplici ed è bene ricordarli. Il Sud Africa rappresenta il più antico dei paesi produttori di vino del nuovo mondo, nonché l’unico paese che ha registrato la data effettiva in cui per la prima volta è stato prodotto del vino, ovvero il 2 febbraio 1659.

Se alcuni di voi hanno avuto per le mani una bottiglia di vino del Sud Africa, ricorderanno che nella parte alta del collo è sita una piccola etichetta detta di “tracciabilità”, infatti il Sud Africa utilizza il più sofisticato programma di tracciabilità del vino attualmente in uso.

Inoltre, il Sud Africa possiede uno dei più completi sistemi di classificazione e denominazione presenti nel nuovo mondo (chiamato Wine of Origin), a suo tempo disegnato dai “coloni” francesi; è certamente complesso e ben definito tra regioni, subregioni, rioni e distretti, ma non necessariamente complicato o labirintico.

La struttura del paesaggio, incredibilmente montuoso nelle zone vitivinicole, crea davvero un’abbondanza di tipi di terreno e microclimi peculiari, i quali riflettono una molteplicità di vini a base di uve particolari come la chenin, il shiraz, il pinotage (incrocio tra cinsault e pinot noir) oltre al cabernet sauvignon di Stellenbosch e alle altre varietà internazionali.

Molti, in passato, hanno dubitato della bontà degli investimenti vitivinicoli in terra africana per via della condizione di colonizzazione e dominazione esterna ad opera dei paese europei, primo fra tutti la Francia. Sebbene ciò sia storia, e nessuno potrà mai negarla, va pur ricordato che questo paese vanta il maggior numero di produttori di commercio equo e solidale appartenenti al mondo del vino e, ormai da più di venti anni,  vi è un forte impegno  da parte di tutti gli interpreti della filiera per colmare il divario tra le comunità indigene svantaggiate e quelle bianche dei coloni.

A partire dagli anni ’90, lo Stato ha disposto un protocollo severo e pragmatico per dare la possibilità ai braccianti in passato sfruttati di far parte del nuovo panorama dell’industria vinicola del Sud Africa.

La cantina di Paul Cluver sita nella regione di Elgin ha fornito un piano di integrazione sostenibile a favore dei lavoratori più poveri, non solo fornendo loro lavoro stabile (e non semplicemente stagionale), ma garantendo alloggi di proprietà al 100% dei suoi dipendenti.

Oggi il salario minimo di un vignaiolo sudafricano è decisamente più alto di quello dei lavoratori asiatici che producono scarpe per noti brand occidentali e questo rappresenta un successo ed un vanto per la nazione.

L’istruzione è la chiave per elevare tutte le comunità coinvolte in qualsiasi settore e l’industria del vino, in questo senso, è in prima linea nel dare l’esempio per le altre industrie, offrendo ai loro lavoratori fondi continui per lo studio e la ricerca in campo botanico ed agricolo.

Per concludere, sebbene in Italia vi siano tantissimi vini pregiati, oggi acquistare una bottiglia di vino sudafricano potrebbe fare la differenza per molti, quindi fossi in voi unirei l’utile al dilettevole e cercherei una bottiglia sudafricana, che tra le altre cose avrà sempre un prezzo congruo e ragionevole.

 

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Salvatore Agusta

Giramondo, Francia, Lituania e poi Argentina per finire oggi a New York. Laureato in legge, sono una sorta di “avvocato per hobby”, rappresento uno studio di diritto internazionale negli Stati Uniti. Poi, quello che prima era il vero hobby, è diventato un lavoro. Inizio come export manager più di 7 anni fa a Palermo con un’azienda vitivinicola, Marchesi de Gregorio; frequento corsi ONAV, Accademia del Vino di Milano e l’International Wine Center di New York dove passo il terzo livello del WSET. Ho coperto per un po’ più di un anno la figura di Italian Wine Specialist presso Acker Merrall & Condit. Attualmente ricopro la posizione di Wine Consultant presso Metrowine, una azienda francese in quel di New York. Avevano bisogno di un italiano ed io passavo giusto di là. Comunque sono astemio.

5 Commenti

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Davide Bruni

circa 2 settimane fa - Link

Vero, il vino sudafricano è meritevole di esplorazione, con vitigni esclusivi (pinotage) e internazionali (cabernet sauvignon e shiraz) che offrono un ottimo rapporto qualità/prezzo, sebbene alcuni prodotti di media fascia siano inclini a una certa omologazione. Direi comunque che vale la pena acquistare sudafricano, soprattutto dopo aver letto l'articolo.

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Matteo

circa 2 settimane fa - Link

Qualcuno può consigliare siti online dove poter comprare vino del Sudafrica? Possibilmente che abbiano una buona varietà di produttori. Grazie.

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Un sito abbastanza fornito è www.vinisudafrica.it

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Leone Zot

circa 2 settimane fa - Link

Bell'articolo grazie! Una curiosità. Da dove hai attinto queste informazioni? Mi piacerebbe approfondire.

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SALVATORE AGUSTA

circa 1 settimana fa - Link

Ciao Leone, dunque, per ciò che concerne l'aspetto sociale della vicenda ho seguito i vari # che menziono nell'articolo, e ho anche approfondito con alcuni produttori ed esperti del mercato SA. Per ciò che riguarda i dati economici basta che clicchi sulla cifra in color fucsia presente nell'articolo e si aprirà una finestra ipertestuale su un ulteriore articolo di Forbes, in lingua inglese.

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