I whiskey del Far West raccontati da un italiano giramondo

I whiskey del Far West raccontati da un italiano giramondo

di Thomas Pennazzi

Le grandi passioni alimentano grandi progetti: come quello di Claudio Riva, fondatore del Whisky Club Italia, uno dei massimi conoscitori nostrani del distillato scozzese e non solo. Non sono molti gli italiani ad aver passato palmo a palmo l’America dell’Ovest visitando pressoché ogni distilleria di un qualche interesse, celebre o di recente fondazione, per carpirne letteralmente lo spirito. In una recente serata ce ne ha fatto un racconto attraverso qualche bicchiere, rivelandoci il grandissimo potenziale alcolico del Far West: non esistono due distillerie uguali tra loro, quando il processo di produzione del whisky scozzese è di fatto lo stesso per tutte quante le sue fabbriche.

Il Nuovo Mondo è inoltre la patria dell’imprenditore: ed anche se le leggi locali sull’alcool sono più farraginose delle nostre, ed i regolamenti alimentari della FDA non scherzano, chiunque volesse può cimentarsi con gli alambicchi, se appena provvisto di un po’ di capitale e di inventiva. In pochi giorni la ditta è aperta, e cominciate a lavorare, rischiando del vostro. L’invecchiamento non è mai un problema: si vendono anche bottiglie giovani di un anno.

Il fiorire della microdistillazione americana si sta osservando con la massima espansione negli Stati che non hanno avuto finora alcuna distilleria: la cosa è recente ed esplosiva, con più di 2000 nuove aziende e 3000 alambicchi accesi negli ultimi 10 anni, e segue di pochi anni quello dei microbirrifici, in lievitazione da circa dieci anni prima delle distillerie. Era il caso di andare a curiosare.

Ecco quindi il nostro mettersi in viaggio per la West Coast alla ricerca dell’oro potabile, con un vasto programma, che lo vedrà aggirarsi in alcune settimane tra San Diego ed il Canada, con incursioni nello Utah ed in Colorado, vera mecca dei bevitori a stelle e strisce. E perfino in una contea asciutta della riserva navajo, dove il possesso ed il trasporto di alcool è reato, ma in cui non sono riusciti ad arrestarlo, nonostante il baule dell’auto fosse pieno di whiskey.

Le distillerie si trovano diffuse in tutti gli Stati dell’Ovest, con preferenza per i luoghi più frequentati: non è quindi raro vederle sui lungomare californiani giusto dietro le spiagge, frequentate da bevitori in shorts ed infradito, oppure nei piccoli villaggi alle porte delle attrazioni più significative delle Rocky Mountains, dove dominano piumini e scarponi da trekking. Naturalmente anche Denver, Seattle e Portland ne ospitano diverse. Il turista che entra in bottega e compra una bottiglia è sempre una fonte di guadagno più cospicua dell’affidare la bottiglia ad una distribuzione; allo stesso modo si coltiva con cura l’ospite che si ferma nella guest room dell’azienda per bere un cocktail o due.

La grande differenza con l’Europa è l’assenza di tradizione e di qualunque disciplinare produttivo: ciò significa che, soddisfatte alcune condizioni legali minime, la creatività e la tecnica del distillatore non hanno confini.

Si può distillare il conosciuto (e regolamentato) Bourbon Whiskey, oppure qualunque altra miscela di cereali, anche i più inconsueti, in rottura col passato, con un occhio all’agricoltura sostenibile e l’altro all’innovazione visionaria, imbottigliando su piccola scala: alla fine il successo sarà decretato soltanto dal cliente. E quando il successo sarà travolgente, arriverà qualche gruppo multinazionale con una sonante ed irrinunciabile offerta in dollari ad alimentare il sogno americano. Càpita.

Ma torniamo a noi: l’italiano in America comincia di solito il suo viaggio da New York. La sosta del Riva non è stata improduttiva, naturalmente. Una passeggiata per Brooklyn ed eccolo bussare di prima mattina alla porta della Van Brunt Stillhouse, che a quell’ora non accoglie né aspetta visitatori: ma per uno che ha attraversato un oceano si fa un’eccezione, vero? La bella tasting room di Red Hook con vista Statua della Libertà merita, anche solo per un cocktail. Tutto si produce in casa dal 2012, da piccoli lotti, con un alambicco tedesco e grani provenienti dalla parte alta dello Stato di New York.

Il nostro assaggio è stato un Bourbon Whiskey, dal naso dolce con cenni speziati, alcolico al palato per gioventù, magro ma molto aromatico e rotondo. Tipico nei suoi aromi di caramella mou, tocchi balsamici e fruttati. Di buon livello, per quanto prevedibile.

Ma era solo un prologo.

Con un grande balzo in avanti ci proiettiamo a Victoria, British Columbia, Canada. Fascinosa ambientazione dall’aria europea, ma sull’Oceano Pacifico, a due passi da Seattle. Qui la storia inizia nel 2007, con l’impianto di un vigneto e l’acquisto di un alambicco usato tedesco: De Vine è il nome della distilleria, che usa materie prime locali e produce tutto in casa, dal gin al whisky passando per uno stagionale e bizzarro distillato di fragole; l’azienda è uno dei pionieri del movimento alcolico craft in Canada ed ama definirsi come la “Willy Wonka of spirits”. Le sue spalle sono solide, contando su Ken Winchester, formatosi alla scozzese Bruichladdich con Jim Mc Ewan. Per Bacco!

Ancient Grains è nel bicchiere: un “whisky moderno da cereali alternativi” a 45° invecchiato in Quarter Casks, dice il distillatore. Il distillato si ricava dall’orzo come starter della fermentazione, dalle tre varietà di farro (monococco, farro medio, e spelta), e dal grano Khorasan (da noi conosciuto come Kamut®).

Il naso è avaro, speziato, con marcate note di solvente. In bocca ricorda un whisky ben secco; è asciutto, lievemente fruttato, magro, con finale speziato. Difficile ma interessante, migliora decisamente col tempo nel bicchiere.

In un salto si ritorna negli States: Seattle ci aspetta alla Westland Distillery con un American Single Malt Whiskey torbato a 50°. La loro filosofia è “Our west is whiskey: vogliamo produrre qualcosa di nuovo, di valore, e che sia distintamente americano”, dice Matt Hoffmann, il master distiller. Niente male, vero? L’orzo è cresciuto e maltato nel Nordovest, e la torba locale lo affumica per ottenere non una replica del whisky scozzese, ma qualcosa che rifletta il terroir: una creazione intenzionale, sia chiaro, non emersa dagli usi locali, per catturare i sapori della regione. Bottiglie concettuali, insomma. Non è un caso che l’azienda sia stata acquistata dalla multinazionale Rémy-Cointreau, pur lasciando piena libertà produttiva al distillatore.

Il torbato colpisce intensamente il naso, poi subentra una stramba nota saponosa (al palato sarebbe indice di difetto), infine arriva il floreale, col limone. In bocca la torba è prepotente seppure fine, ed una volta svanita la sua furia, si avverte l’eleganza di un malto dolce, che fa immediatamente pensare alle migliori espressioni scozzesi. Il finale è ancora torbato, e regala la promessa di limone del naso. Un distillato assai centrato, che piacerà agli amanti del genere. Bottiglia notevole, e lo dice uno a cui i torbati ripugnano.

È ora di mettersi in macchina e fare il grande viaggio: il Colorado ci attende. Sono nientepopodimeno che duemila e passa chilometri, e ci tocca pure valicare le altissime Montagne Rocciose. Ma ne varrà la pena. Partiamo!

La meta è la Wood’s High Mountain Distillery di Salida, borgo di 5000 abitanti ad un paio d’ore da Denver. Siamo in alta montagna, ad oltre 2000 metri d’altezza. Anche qui c’è un vecchio alambicco tedesco riciclato, tanti mattoni rossi, due fratelli con la scimmia della distillazione, e parecchie bottiglie d’artigianato. Si fa whiskey, si fa vodka, ed anche gin, naturalmente. Il Colorado offre tutto quanto può servire a far crescere una distilleria: ottima acqua, abbondanza di cereali, e tanto turismo assetato e assai poco straccione.

Il Tenderfoot Malt Whiskey è il nostro assaggio, fatto con cereali maltati ed affinato in botti nuove di rovere americano. Il curioso mash bill è composto da orzo maltato, orzo maltato affumicato con legno di ciliegio, malto chocolate, e frumento e segale maltati. La produzione è piccola, qualche centinaio di bottiglie per lotto. L’impronta è distintamente brassicola: lo si capisce dalla prevalenza dei cereali da birra, e dall’impiego di un malto speciale, assai usato nelle birre scure.

Al naso questo whiskey colpisce per l’intensità che ricorda la grappa, senza trascurare le note cioccolatose. In bocca il tostato amarognolo accompagna un sorso acido e vinoso. Il risultato convince per la sua modernità: è originale e creativo, tanto da far dire che ad arrivare fin qui si viene davvero ricompensati.

Ma non ci fermeremo molto. La meta finale è la California, Sonoma County. Dovremo macinare a ritroso altri duemila chilometri, ed ancora una volta scavalcare le Rocky Mountains, costeggiando l’allucinato Grande Lago Salato dello Utah.

Berremo finalmente un brandy? Certo che no. La Sonoma Distilling Company promette Premium California Whiskeys già in etichetta, ohibò. Qui il nume locale è Adam Spiegel, uno dei pionieri della distillazione craft californiana. Nel 2010, soltanto 26enne, impara a distillare presso la Germain-Robin, la vicina e stimatissima azienda produttrice di brandy californiano, butta alle ortiche un lavoro nella finanza niuiorchese, e torna a casa per coltivare la passione del lambiccare, trasformandola in lavoro. Ci riuscirà.

Il Cherrywood Rye Whiskey ha corpo e profondità. Finalmente un’acquavite radiosa, di sostanza. Il perché è presto detto: alla Sonoma Distilling Company si distilla a fuoco diretto con piccole alquitaras portoghesi, alambicchi fatti più o meno alla maniera di Cognac. E si sente, eccome! Il mash bill è ancora una volta creativo, con otto parti di segale non maltata, e una parte ciascuna di frumento, ed orzo affumicato con legno di ciliegio (di nuovo!). Ben 48° per questo lotto stagionale, preparato in primavera, ed affinato due miseri annetti.

Il naso è ammaliato da rotondità e pienezza: qui c’è civiltà, si annusa l’Europa, e la si ritrova pure nel sorso. Possiamo finalmente gustare un whiskey secco e pieno, dalla struttura senza spigoli, simile ad un brandy. Il finale è caldo e piccante: la segale doveva infine farsi notare, dato che è protagonista.

In conclusione, l’esplorare il movimento della distillazione craft della West Coast statunitense è, per il bevitore di whisk(e)y, di estremo interesse. I suoi campioni sono ormai emersi, e nel fiorire di nuove distillerie recenti e del futuro sarà sempre meno frequente imbattersi in sorprese, che pure non possiamo escludere a priori. Qui si beve secondo una filosofia fast, dagli invecchiamenti risibili, ma con tanto gusto e personalità, e con l’occhio fisso alla mixology. Dovunque voi siate, da San Diego a Vancouver, c’è qualcosa che saprà risvegliare le vostre papille, ed entusiasmarvi con un bicchiere fuori dal coro, anche per il prezzo assai onesto in confronto ai parenti scozzesi.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

3 Commenti

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Gianpaolo

circa 3 mesi fa - Link

e Buffalo Trace, James T Stagg? Forse il piu' grande Bourbon, gia' premiato come il miglior whisky (notare whisky non solo Bourbon ) dalla whisky guide del compianto Micheal Jackson?

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thomas pennazzi

circa 3 mesi fa - Link

Caro lettore, non si tratta di un 10 Best di Intravino, ma del racconto di un italiano vagabondo per distillerie del Far West. Qui si narrano assaggi, ispirazioni, illuminazioni, forse anche fascinazioni, non classifiche jacksoniane. Quelle le può leggere altrove.

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Claudio Riva

circa 3 mesi fa - Link

Fantastico resoconto, Thomas, grazie. Arricchisce di parecchio quanto già raccontato a Milano. A chi sarà negli Stati Uniti consiglio di consultare la mappa https://distilling.com/map-of-distilleries/ e di infilarsi nelle distillerie più vicine per godere del bere in stile americano moderno, non ne uscirete delusi.

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