I terroir di Gaja tra Giurassico e Terziario: Langhe, Montalcino, Bolgheri

I terroir di Gaja tra Giurassico e Terziario: Langhe, Montalcino, Bolgheri

di Andrea Gori

È piuttosto facile parlar male di Gaja. Soprattutto dei suoi vini, che molti continuano a definire legnosi, pesanti e inapprocciabili in gioventù e destinati a passare di cantina in cantina, fino ad essere bevuti in improbabili wine bar asiatici o americani, o a prender polvere in sontuose cantine. Quelli di Angelo Gaja non sono vini facili da capire, nonostante il frutto, la potenza e il nitore generale che li accompagna. Specialmente  se non hai la possibilità di gustarli con la dovuta calma a tavola, o ad una degustazione – e non durante un fugace assaggio in piedi ad un banco.

Ma se hai la fortuna di dedicare del tempo i suoi vini ti rendi conto che, quando parla del vino italiano, è uno dei pochissimi che possa farlo a ragion veduta. Nelle sue parole non c’è falsa modestia, ma esperienza e capacità visionaria fuori dal comune: a volte la sua narrazione ha anche risvolti sorprendenti, che hanno molto a che fare con il destino. Per capire come mai Gaja abbia scelto certi suoli e certi territori per operare in Italia (ultimo in ordine di scelta l’Etna, dopo Langhe e Toscana) si deve scavare a lungo nella sua azione e filosofia. Le sue scelte seguono la fama e la reputazione di un territorio e le sue potenzialità, per vini da invecchiamento che Angelo va cercando da sempre con il suo lavoro. Il fil rouge esiste, e lo possiamo ricostruire grazie agli studi di Attilio Scienza che spiegano in termini scientifici quella che forse per Angelo è una scelta d’istinto.

Nei territori scelti da Gaja non c’è nessuno a matrice vulcanica (fino all’Etna), ed è raro in Italia non trovarne, mettendone assieme 2 o 3 aree produttive. Né le Langhe di partenza né gli altri territori sono zone moreniche, i ghiacciai del quaternario non hanno influenzato nulla a contrario di quanto accaduto sull’arco alpino. È stato praticamente solo il mare che ha modellato queste zone, tra secondario e terziario, con il suo livello che si è alzato di 400 mt. allagando l’Italia e lasciando solo pochi lembi dello stivale emersi, come il Maghreb siciliano, Montalcino e alcune zone toscane come Amiata e Casentino, poi la Murgia e l’Appennino.

La Pianura Padana era sotto il livello del mare, con le Alpi che si sono alzate per via della spinta della zolla africana contro l’Europa – allora il mare Adriatico si spingeva fino alle Langhe. Su questo deposito di vecchio mare dal secondario, nel terziario si sono viste piogge torrenziali che hanno abbassato le Alpi della metà della loro altezza, con fiumi e frane che facevano scivolare letteralmente le montagne a valle, trascinando alternativamente sabbia e argilla poi litizzate dal mare nei secoli successivi. Quindi ecco i depositi terrigeni dalle Alpi sotto al mare, che nel quaternario emergono diventando il suolo, quando il mare si ritira lasciando pianure e colline dietro di lui. La  Langa era un altipiano dove l’erosione ha portato via terra, scoprendo 14 facies diverse come tortoniano, elveziano con misti argilla e sabbia. La Morra (da dove viene il Conteisa) è zona più alta e recente, e ha orizzonte di argille e marna blu. Ma nei vari comuni là sotto cambia in effetti tanto la situazione. Si chiarisce molto bene come si originano i cru.

E a Montalcino? Il terroir e il sottosuolo di Santa Restituta nascono alla fine del giurassico, col mare fino al passo del Lume spento (650 mt). Qui abbiamo il deposito giurassico marino che sta sotto, e sopra si è scaricato il flitsch (scivolamento argille e sabbie). La pressione dell’Africa ha poi trasformato sabbie e argilla in scisto e scaglie, pur mantenendo alcune caratteristiche di argilla molto più perforabile dalle radici. Territori antichi, sia la Langa che Montalcino quindi. Se guardiamo a Bolgheri ci rendiamo conto che è invece un territorio con soli 3 milioni di anni, recentissimo. La particolarità qui è la disposizione ad anfiteatro bolgherese, con scambio termico impressionante, ottimo soprattutto per il cabernet, con correnti ventose che invertono spesso il clima. Ma c’è anche un’unica cresta sotterranea di flitsch (galestro) dove per esempio nasce Grattamacco. Poi ci sono le colline metallifere, montagne schizzate fuori dal sottosuolo, che hanno 300 milioni di anni e sono completamente diverse da altre zone. Gaja ha consultato mappe e chiesto a Scienza un terreno uguale a Sassicaia. Ovviamente non c’era, ma l’unico terreno originale sono proprio i 5 ettari all’uscita della fossa di Bolgheri. Gaja ha qui un’argilla potente e adatta a cabernet e merlot, mentre Sassicaia ha sopra una frana di ciottoli che lo rende unico. Gaja ha applicato tensione a vitalità e biodiversità ai terreni, e ha capito che sono elementi fondamentali della sua Bolgheri, ottenendo risultati di nuovo sorprendenti per qualità ma in linea con la sua filosofia.

Ca’ Marcanda Vistamare 2017
Vermentino, viognier, chardonnay, sauvignon blanc – con barrique usata su chardonnay e viognier. Ha un’anima fresca di acidità e lieviti da viogner, con volume e ricchezza anche da legno, esattamente come avviene a Condrieu: volume e struttura. Aromi primari molto presenti, ma anche autolisi, lieviti e batteri lattici. Tioli di pietra focaia, salvia, rosmarino, tostatura. Pompelmo, agrumi e dolcezze di canditi, mandorle tostate, alcune note vengono dai caroteni che la pianta produce per difendersi dalla luce (la vite è liana che si è evoluta sotto le foglie di specie arboricole), il clima ha cambiato anche questo. Vino mediterraneo con note salate, struttura alcolica di spessore, viene da un piccolo vigneto su flitsch sotto Grattamacco. Collina di olivi e sotto, vicino alla fossa, Gaja ha messo il bianco perché è simile a Grattamacco ma è più basso, e ci sono correnti che raffreddando il clima. Del resto i migliori vini bianchi di Bolgheri vengono da qui. 90

Ca’ Marcanda Bolgheri DOC Magari 2016
25% cabernet franc, 25% cabernet sauvignon, 50% merlot: il termine Magari deriva da “qualcosa che forse diventerà migliore”, serve a stimolare e guardare avanti. Note di caramello, ribes rosso polposo e nitido, non è facile trovare zone davvero buone per il merlot con la giusta argilla. Il merlot ha problema di surmaturazione, polpa e zuccheri salgono ma tannino e vinaccioli restano verdi: l’argilla rallenta la maturazione soprattutto in zone calde come la Toscana. La 2016 è annata calda ma non crea problemi: bocca sottile con tannino piacevole e ricco, mai asciugante, punte di eucalipto e pirazina bellissima, tostature ed eleganza, sapido e iodato, finale piacevolissimo. 93

Gaja Barbaresco Sorì Tildin 2015
Tonneau da 300 litri, legno più neutro di altri – ricordiamo che Angelo Gaja compra le doghe pre-assemblaggio, le stagiona e poi fa costruire le botti. Il legno non deve prevalere mai, la barrique è un reattore che stimola il redox del tannino, che si polimerizza ma non serve a nulla se non si fa travaso ogni 3 mesi o si effettua la microossigenazione. Non è concia, o sostituibile da truciolato. Il vino ha naso sottile, elegante e dolcissimo da Barbaresco, rosa, ciliegia, susina, datteri, prugna e fico, carrube e noce di cola. Bocca splendida, elegante, sublime con nota dolce mai stancante, durata composta e gusto, annata favolosa e si sente. 97

Gaja Barolo Conteisa 2014
Cambio annata e zona: possente e ricco, più meridionale e caldo soprattutto qui a Cerequio, uno dei migliori di tutto il Barolo con Brunate e Cannubi. Cerequio somiglia molto a Serralunga, la sua argilla è evidente, è un vigneto lungo e stretto con varie composizioni e suolo, con stessa esposizione. Ma in realtà non è così omogeneo: la parte più alta ha argilla diversa da La Morra, è da fase geologica molto più recente con mare più basso, sotto. Le frane dalla Alpi hanno trovato un mare lagunare molto salato e con 20% di limo (argilla e sabbia) fine, che non scambia ossigeno ma mantiene freddo e soffoca e rallenta la maturazione. Ciò porta freschezza estrema, soprattutto nella 2014 fredda, il vino ha profilo acido più che tannino, ma il naso è stupendo, verticale di floreale rosso e frutti di bosco, più melograno e tamarindo. Bocca con arancio, sale roccioso e affilato, stupendo e dal sorso classico e arcigno. 95

Pieve di Santa Restituita Brunello di Montalcino 2013
Annata buona, un piccolo 2010 con piogge a disturbare. È un Brunello speziato, affumicato, frutto di ciliegia e amarena, molto evidente di kirsch, legno nuovo piccolo ma non barrique. Sorso scattante, ricco, moderno, tannino vellutato che non asciuga ma che insieme all’acidità lo rendono piacevolissimo da bere, più dolce di Gaja nelle Langhe per il clima – siamo vicini a Fattoi e Case Basse, sud ovest di Montalcino vicino a Tavernelle, al confine tra giurassico e terziario. 96

I vini di Gaja lasciano senza fiato davvero, hanno una coerenza bella, non sono modernisti, rispettano natura e suolo, mostrano attenzione alla tecnica che li rende precisi e buonissimi. Gaja e il suo staff girano il mondo, e sanno cosa bevono i big spender: non vini caricaturali ma vini importanti al naso, piacevoli al sorso e affascinati. E perché no, anche buoni da giovani e non solo da vecchi: stile e continuità di stile, in territori molto diversi. Aspettando l’Etna.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

4 Commenti

avatar

Tommaso

circa 2 settimane fa - Link

Andrea grazie per questa bella retrospettiva, sei sempre il migliore Quando usciranno i vini siciliani, hai già un'idea?

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 2 settimane fa - Link

Credo che la prima vendemmia sarà forse stata questa 2018...direi che tra 18 mesi forse ci sarà qualche assaggio. Di certo aspetterà il momento giusto per lanciarlo e credo che avrà una gamma posizionata stile Magma di Cornelissen

Rispondi
avatar

Marco Giambastiani

circa 1 settimana fa - Link

Articolo encomiabile!! Si legge il giusto rispetto per chi ha contribuito a rendere il vino italiano unico ed esclusivo, Trovo molto interessante infine uno spunto offerto fra le righe....... Siamo proprio sicuri che, nel bel paese, ovunque e comunque si possano realizzare Grandi vini? Credo che, come nel paese d’Oltralpe, senza mortificare l’inizativa di alcuno, ci sia un gerarchia di territori da rispettare.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 1 settimana fa - Link

Osservazione molto pertinente e che vado ripetendo da un po', sono felice che tu l'abbia colta. E' ovvio che non si possano produrre grandi vini ovunque ma è anche altrettanto vero che finora la gerarchia dei territori era stabilita dal taglio bordolese o dal pinot nero o dallo chardonnay. La chance dell'Italia è quella di far vedere che esistono altri grandi territori oltre quelli storici..lo stesso Bolgheri è esemplare perchè non esisteva quando ci si piantava il sangiovese e ha attirato persino Gaja quando è stato piantato lì il cabernet... Il messaggio che l'enologia anni '80 e '90 è stato invece quello di poter realizzare grandi vini ovunque, cosa assolutamente falsa ma già messa in discussione dai fatti. Da porre attenzione anche al movimento dei vini naturali dove ancora di più secondo me si possono scoprire grandi territori ma altrettanto facilmente ci si rende conto che certi modi di lavorare mascherano il risultato non esaltante del terroir scelto...

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.